«Siamo la nazione più bella ma non ancora la migliore nell’offrire servizi e competenze del massimo livello coerenti alle nostre bellezze; c’è un “far west” che dovremmo tutti contribuire a cambiare».
Con Turismo o invasione. Un management per la sostenibilità (Luiss University Press, 2025, € 16,00), Pietro Fiorentino consegna al lettore un saggio il cui scopo è una diagnosi del sistema turistico di Italia.

Il nostro è il Paese con più siti UNESCO al mondo (60), quinta destinazione globale per numero di visitatori, 68 milioni di turisti stranieri l’anno – quanto l’intera popolazione del Regno Unito. Eppure questo primato assoluto convive con un’assenza quasi totale di classe dirigente qualificata nel settore. Le università italiane, nota l’autore con amarezza, laureano appena 3.000 specialisti turistici l’anno a fronte di 2,7 milioni di occupati nel comparto. Il risultato è un sistema che cresce senza governarsi.
Il cuore critico del libro è la denuncia dell’overtourism – parola abusata nei comunicati istituzionali, ma qui restituita alla sua brutale concretezza: Venezia che affoga nelle crociere, Firenze svuotata dei residenti, le spiagge di Lampedusa sommerse di teli colorati dove un tempo si nuotava in silenzio tra i delfini. Non è nostalgia, chiarisce Fiorentino: è la fotografia di un sistema che ha scelto la quantità abbandonando la qualità, e che ne paga ora il prezzo in termini di degrado ambientale, sociale ed economico.
La parte più originale – e sorprendentemente commovente – del saggio è quella che potremmo chiamare il diario di viaggio dell’autore. Attraverso decenni di esperienze personali – dal giovane maître calabrese Mariano, capace di trasformare una vacanza con gli spaghetti alle cozze fuori menù, al taciturno David dell’Alto Adige con la sua stube profumata di bosco, fino ad Antonello, direttore visionario di un resort termale in Maremma – Fiorentino costruisce un ritratto composito del manager ideale che il turismo italiano cerca e raramente trova.
Questi personaggi non sono casi di studio astratti: sono persone reali, ricordate con precisione, che incarnano competenza tecnica, empatia autentica e radicamento nel territorio. Il libro sostiene – con argomenti solidi – che questa combinazione non si insegna nelle aule universitarie tradizionali, ma si costruisce attraverso un percorso ibrido fatto di formazione teorica e apprendimento sul campo, di tradizione locale e apertura internazionale.
La seconda parte del libro propone un modello formativo alternativo, nato da un’esperienza reale chiamata I Turismi: un progetto che ha coinvolto sette regioni meridionali – dalla Costiera Amalfitana alla Sardegna, dalla Calabria alla Val di Noto – tentando di costruire reti di manager pubblici e privati capaci di fare sistema.
L’autore chiede un salto culturale: smettere di trattare il turismo come un rubinetto da aprire e chiudere secondo le stagioni, e cominciare a gestirlo come una vera industria della conoscenza, con investimenti seri in formazione manageriale, attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale, e un nuovo patto tra grandi piattaforme digitali – Booking, Airbnb – e i territori che esse sfruttano spesso senza restituire nulla.
L’autore però non demonizza il turismo di massa né lo celebra acriticamente. Lo sfida a crescere, a maturare, a dotarsi di una classe dirigente all’altezza di un Paese che possiede più bellezza di quanta riesca a custodirne.
Il libro è consigliato a chiunque si occupi di politica del turismo, formazione manageriale, sviluppo territoriale. Ma è leggibile – e dovrebbe essere letto – anche da chi semplicemente ama viaggiare in Italia, e si è accorto che qualcosa, negli ultimi anni, si è rotto. Fiorentino spiega perché.