Un conto corrente per l’indipendenza delle donne

In Italia, solo il 58% delle donne ha un conto. Il divario finanziario è una forma di violenza che limita l'autonomia.

Autore

Marta Frigerio

Data

14 Ottobre 2026

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14 Ottobre 2026

ARGOMENTO

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Era il 1975 quando la riforma del diritto di famiglia sanciva il diritto delle donne italiane ad avere un conto corrente bancario proprio, senza più bisogno del consenso del marito o del padre.
Eppure, a mezzo secolo di distanza, la conquista della parità tra i coniugi sul piano economico sembra ancora lontana. In Italia, quattro donne su dieci non hanno un conto corrente personale. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una vera e propria forma di dipendenza: una violenza meno visibile e, proprio per questo, più facile da normalizzare e da accettare.

Una parità ancora lontana 

L’indipendenza economica rappresenta un elemento chiave della libertà e dell’autonomia delle donne all’interno della coppia.

Ma i dati Istat1 mostrano come questa parità rimanga tale solo sulla carta e resti invece, di fatto, ancora lontana:  il 13,6% delle donne che vivono con un partner dichiara di non considerarsi economicamente indipendente. Più in generale, solo il 22% delle donne può dirsi pienamente indipendente dal punto di vista economico, mentre una quota significativa continua a dipendere, in tutto o in parte, da partner o familiari.
A pesare è anche il forte gap occupazionale: il 29,4% delle donne dichiara di non avere alcuna fonte di reddito autonoma, contro il 12,1% degli uomini. In Italia, il tasso di occupazione femminile complessivo è circa 53,3%, molto sotto la media UE (66,2%). E anche a livello nazionale le differenze sono marcate: in Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia il tasso di occupazione femminile tocca il 70%. In Campania, Calabria e Sicilia invece lavora solo una donna su due. E anche quando riescono a trovare un impiego, le donne italiane devono scontrarsi con uno tra i gender pay gap2 più alti d’Europa: a parità di mansioni, in Italia una donna guadagna oltre l’8% rispetto ad un collega. 

Persino  l’accesso al credito resta fortemente diseguale: appena il 20,1% delle donne ottiene finanziamenti bancari, a fronte del 34,5% degli uomini.

Un quadro che fa sì che  nel nostro Paese circa una donna su tre dipenda economicamente da altri: una condizione di forte vulnerabilità che lascia spazio ad altre forme di violenza e coercizione. 

Quando la dipendenza diventa violenza

I dati raccontano che il 6,6%delle donne ha subito nel corso della vita una forma di violenza economica. 
Per violenza economica si intende un insieme di comportamenti volti a controllare, limitare o sfruttare la libertà finanziaria della partner: impedire di conoscere il reddito familiare, negare l’accesso a carte o conti, vietare di lavorare o disporre del proprio denaro, fino a escludere dalle decisioni economiche più rilevanti. 
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: a volte la pressione si esercita in senso opposto, costringendo le donne ad assumersi rischi economici come intestare contratti di affitto o debiti legati ad attività fallimentari del partner.
La vulnerabilità cresce in modo significativo tra le donne che non hanno un impiego e che dunque restano  economicamente dipendenti. Tra quelle che non si considerano autonome, il 24,3% non partecipa alle decisioni finanziarie familiari e il 42,4% racconta di aver subito forme di violenza economica.
Oltre la metà (53,6%) non dispone di un reddito personale e vive grazie al sostegno di familiari conviventi: una condizione che rende difficile uscire dalla relazione in caso di violenza.
Nel 2024, tra le circa 14.450 donne che hanno avviato un percorso con il supporto dei Centri anti violenza (CAV), il 39,7% ha riportato episodi di violenza economica, come l’impossibilità di usare il proprio reddito o l’esclusione dalle decisioni finanziarie del nucleo familiare.
Quasi la metà delle donne che si rivolgono ai centri anti violenza ha un tratto in comune: non è economicamente autonoma. I dati 3 raccontano che gli episodi di violenza sono particolarmente elevati e frequenti tra le donne senza impiego (82%), le casalinghe (83,7%) e le studentesse (86,6%).
Nel complesso, il 76% delle vittime di abusi in famiglia che si rivolge ai CAV presenta almeno un elemento di dipendenza economica: mancanza di autonomia, bisogno di supporto finanziario o lavorativo, oppure vedersi preclusa per scelta del partner la possibilità di lavorare.
E forse perché così pervasiva nella società, la violenza economica è una forma di abuso ampiamente sottovalutato. Un uomo su tre4 la considera accettabile, una percentuale che cresce fino a coinvolgere quasi la metà tra i più giovani, in particolare tra Millennial e Gen Z.

L’educazione finanziaria come vita d’uscita

Ridurre la violenza economica significa intervenire sulle sue cause. Il nodo è anche culturale: in Italia l’educazione finanziaria resta limitata5 e continua a pesare un modello in cui la gestione del denaro è percepita come una competenza prevalentemente maschile e solo una donna su dieci investe nei mercati finanziari. E in media, gli uomini hanno hanno portafogli medi due volte superiori a quelli delle donne. Oggi, il 51% degli uomini gestisce da solo le finanze domestiche, contro il 38% delle donne.
Il divario non è omogeneo ed è anche una questione generazionale: si amplia tra i Baby Boomers (vale a dire i nati tra il 1946 e il 1964) e la Generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980).
In Italia, poi, raggiunge  livelli particolarmente elevati nelle regioni del Centro.
Non si tratta dunque solo di reddito, ma di chi ha il potere di decidere come spendere all’interno della famiglia.
Quando la gestione economica resta concentrata in una sola persona, il rischio di squilibrio – e di conseguenza di controllo e coercizione – aumenta.
Colmare questo divario è possibile, e lo si fa attraverso un lavoro stabile, l’accesso al credito e un’adeguata alfabetizzazione finanziaria.
Questo non significa solo rafforzare l’indipendenza economica delle donne, ma anche liberarle da una delle forme di violenza tra le più subdole  e, proprio per questo, più efficaci: il controllo sul denaro. Perché senza autonomia economica, la libertà non è mai davvero tale.

Note

  1. Istat, La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia, 2025
  2. Osservatorio bilanci e sostenibilità, 2025
  3.  Istat, 2024
  4. ActionAid, Perché non accada: La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale, 2025
  5. Banca d’Italia, Indagini sull’alfabetizzazione finanziaria e le competenze di finanza digitale in Italia: giovani, 2024
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