L’emergenza ambientale secondo l’ecosofia
Negli ultimi decenni la riflessione sull’ambiente si è allargata alla filosofia, alla neurobiologia e alla bioetica per ripensare il nostro rapporto con l’ambiente, mettendo in discussione la tradizionale visione antropocentrica della natura. Le ultime scoperte sugli ecosistemi e sulle loro profonde interdipendenze, mettono in luce la necessità di tutelare la biodiversità attraverso un nuovo paradigma concettuale, elaborato grazie al contributo dell’ecosofia. Non si tratta di una semplice corrente di pensiero ambientalista, ma di un settore di ricerca che propone una riformulazione delle criticità in atto, attraverso prospettive valoriali che possano incidere sulla salvaguardia degli ecosistemi. Di fronte all’emergenza climatica e all’attuale sesta estinzione di massa, che colpisce tra il 7,5 e il 13 per cento delle 2 milioni di specie conosciute, dobbiamo guardare alla natura con occhi nuovi, per preservare i fragili equilibri ambientali e garantire la sopravvivenza di tutti gli organismi viventi.
L’evoluzione degli ecosistemi
Sono due le parole-chiave per comprendere lo sguardo dell’ecosofia sugli ecosistemi. La prima è “metamorfismo”: in natura tutti gli esseri sono “in transizione”, stimolati da continui processi evolutivi e adattivi, che perdurano per intere ere geologiche. Ci sembra che questo processo si sia fermato nell’era attuale dell’Olocene, con la comparsa conclusiva dell’essere umano sulla Terra e l’evoluzione più o meno saggia dell’homo sapiens. Ma in realtà nella biosfera ogni forma vivente sta ancora mutando, soprattutto ora, in forza degli alti tassi di inquinamento e dei cambiamenti climatici globali. Per esempio, proprio la specie umana sembra oggi particolarmente rapida nell’agevolare forme di cambiamento compensativo, che colpiscono sempre più direttamente il nostro tessuto neurobiologico, attraverso l’incremento ipertrofico dei dati dell’infosfera, con lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale generativa. Ci stiamo evolvendo davvero in forme più intelligenti? O stiamo atrofizzando la nostra plasticità cerebrale? Il termine cyborg, utilizzato di recente nella riflessione eco-femminista da Donna Haraway, indica questo metamorfismo in divenire, lasciando aperti molti interrogativi sulle future prospettive antropologiche, sociali e politiche di questo cambiamento antropico.
La seconda parola è “ibridismo”: tutti gli esseri in natura sperimentano forme di ibridazione. La vita sulla Terra è iniziata grazie a strategie di ibridazione tra molecole: scambi di sostanze e forme che si legano, con la composizione delle proteine, del DNA, dei cloroplasti che generano il processo della fotosintesi, da cui deriva l’ossigeno che respiriamo. Tutti gli ecosistemi si reggono su un equilibrio che elabora continuamente forme di ibridazione da milioni di anni. Un esempio inconsueto è quello legato alla rizosfera, l’ecosistema delle radici, dove la simbiosi ibrida tra apici radicali, funghi e microorganismi mette in atto una forma elementare di interazione bio-cognitiva. Le terminazioni rizomatiche, come quelle nervose, percepiscono e scelgono quali altre forme viventi ibridare, in vista del rilascio dei complessi azotati nel terreno, fondamentali per il nutrimento. Simili ricerche, portate avanti da Stefano Mancuso nel laboratorio di Neurobiologia Vegetale di Firenze, ci rivelano anche come forme di vita molto diverse comunichino tra loro, in modi strategici, pur senza essere dotate di un cervello.
Una nuova tutela della biodiversità
L’ibridismo e il metamorfismo sono funzionali allo sfruttamento delle risorse, perché per sopravvivere in natura non si può bastare a sé stessi, bisogna trasformarsi e associarsi, arrivando a creare innovative simbiosi. Se pensiamo alla biodiversità, dunque, non ci riferiamo ad una semplice classificazione di organismi, di cui noi dobbiamo tutelare la sopravvivenza, in funzione degli interessi antropici. Nel paradigma dell’ecosofia, tutti gli ecosistemi collaborano per l’evoluzione della biodiversità all’interno di un sistema dinamico di interdipendenze, che favorisce forme di trasformazione e ibridazione per la gestione delle interazioni e delle risorse. E per tutelare gli ecosistemi, occorre adattare una visione multicentrica, in cui il sistema antropico non è più quello privilegiato: dal punto di vista valoriale, bisogna riconoscere l’agentività e le forme di bio-cognizione proprie degli altri organismi viventi, salvaguardandone i diritti specifici e non solo la semplice sopravvivenza. Come propongono il filosofo Baptiste Morizot e il giurista Laurent Neyret, sostenendo un nuovo diritto ecologico basato sul “principio di abitabilità”, per la tutela di tutti gli habitat naturali.
L’ecosofia può diventare allora non solo un modo nuovo di pensare l’ecologia, ma anche una strategia per adottare prassi ecologiche innovative, mettendo in discussione il nostro secolare antropocentrismo. Si tratta di una rivoluzione culturale, che pone la riflessione filosofica in dialogo con le scienze della natura e con le neuroscienze, aprendo nuove prospettive per la ricerca sull’ambiente, in una prospettiva non esclusivamente antropica. Una strada da percorrere per tracciare gli orizzonti futuri della bioetica e della bio-cognizione.