ESG. Quanto conta la rendicontazione?

Autore

Luigi Capoani, Linda Rotondo

Data

16 Settembre 2026

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4' di lettura

DATA

16 Settembre 2026

ARGOMENTO

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Negli ultimi anni i criteri ESG (Environmental, Social and Governance) sono diventati uno dei pilastri delle politiche economiche europee. Attraverso strumenti come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) e la Tassonomia europea, l’Unione europea ha cercato di rendere più trasparenti le attività delle imprese e di orientare i capitali verso investimenti sostenibili. L’obiettivo è condivisibile: favorire un modello di sviluppo capace di coniugare crescita economica, tutela dell’ambiente e responsabilità sociale.

Negli anni, tuttavia, il dibattito si è concentrato soprattutto sulle modalità di rendicontazione. Sempre più imprese sono chiamate a raccogliere dati, predisporre report, rispondere a questionari, certificare processi, dimostrare il rispetto di un numero crescente di indicatori. La trasparenza è certamente importante, ma una domanda meriterebbe oggi maggiore attenzione: stiamo misurando la sostenibilità, o ci stiamo limitando ad aumentare la quantità di documentazione prodotta?

La sostenibilità non coincide con la rendicontazione

Esiste infatti una differenza sostanziale tra essere sostenibili e dimostrare di esserlo. La prima richiede investimenti in innovazione, efficienza energetica, economia circolare, riduzione degli sprechi e miglioramento dei processi produttivi. La seconda richiede tempo, competenze amministrative e la capacità di tradurre l’attività d’impresa in indicatori standardizzati, sempre più sofisticati.

Per molte imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, la predisposizione della documentazione ESG comporta costi organizzativi significativi. Non si tratta soltanto di compilare un report, ma di raccogliere dati lungo l’intera catena di fornitura, coinvolgere consulenti specializzati e adeguare procedure interne: risorse che, almeno in parte, potrebbero essere impiegate direttamente in investimenti capaci di produrre benefici ambientali concreti.

Questo non significa che la rendicontazione sia inutile. Al contrario, la trasparenza rappresenta una componente fondamentale del buon funzionamento dei mercati. Tuttavia, sarebbe opportuno interrogarsi sull’equilibrio tra costi amministrativi e risultati effettivamente raggiunti. Una regolazione efficace non dovrebbe essere valutata soltanto per la quantità di informazioni che riesce a raccogliere, ma anche per la capacità di migliorare concretamente la sostenibilità del sistema economico.

Il rischio di premiare il marketing più dei risultati

Quando il valore attribuito alla rendicontazione cresce continuamente, aumenta anche il rischio che le imprese concentrino una parte rilevante dei propri sforzi sulla comunicazione della sostenibilità piuttosto che sulla sostenibilità stessa. Il fenomeno del greenwashing nasce proprio da questa possibilità: enfatizzare ciò che viene raccontato più di quanto venga concretamente realizzato.

La sostenibilità rischia così di trasformarsi in una leva reputazionale prima ancora che produttiva. Le imprese più strutturate possono disporre di maggiori risorse per gestire la complessità della disclosure, mentre altre, pur investendo concretamente in innovazione ambientale, possono incontrare maggiori difficoltà nel dimostrarlo attraverso procedure sempre più articolate.

Una regolazione orientata ai risultati

Forse è arrivato il momento di spostare il baricentro della regolazione. Più che aumentare continuamente gli obblighi di rendicontazione, l’Europa potrebbe rafforzare gli standard minimi di sostenibilità che ogni prodotto deve rispettare per essere immesso nel mercato unico.

L’obiettivo dovrebbe essere definire requisiti comuni relativi alla durabilità dei prodotti, alla loro riparabilità, all’efficienza energetica, all’utilizzo di materiali riciclati, alle emissioni e alla qualità complessiva dei processi produttivi. Chiunque voglia commercializzare un bene nel mercato europeo, indipendentemente dal Paese di produzione, dovrebbe rispettare tali standard. Non si tratterebbe di introdurre nuove barriere commerciali, ma di garantire condizioni di concorrenza fondate su regole condivise e sulla tutela dell’interesse pubblico.

Una strategia di questo tipo avrebbe il vantaggio di spostare l’attenzione dai documenti ai risultati. Invece di premiare principalmente la capacità di compilare report sempre più complessi, la regolazione incentiverebbe direttamente la produzione di beni più sostenibili, più durevoli e più coerenti con i principi dell’economia circolare.

La seconda fase degli ESG

Le recenti iniziative europee di semplificazione normativa mostrano che il tema dell’equilibrio tra trasparenza e competitività è ormai entrato nell’agenda politica. La sfida dei prossimi anni non sarà abbandonare gli ESG, ma farli evolvere. La sostenibilità non dovrebbe essere misurata dal numero di pagine di una rendicontazione, bensì dalla capacità delle imprese di ridurre concretamente il proprio impatto ambientale e di creare valore nel lungo periodo. Se gli ESG vogliono rappresentare uno strumento di trasformazione economica, dovranno progressivamente spostarsi dalla logica della compliance a quella della performance: meno enfasi sulla documentazione, più attenzione ai risultati effettivamente raggiunti.

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