C’è il video di un simpatico vecchietto con la faccia bonaria e i capelli bianchi e lunghi. Una vecchia intervista su YouTube. Era uno che diceva cose così:
“Sia pure in modo pittoresco chiamerò ‘economia del cowboy’ l’economia aperta; il cowboy è il simbolo delle pianure sterminate, del comportamento instancabile, romantico, violento e di rapina che è caratteristico delle società aperte. L’economia chiusa del futuro dovrà rassomigliare invece all’economia dell’astronauta: la Terra va considerata una navicella spaziale, nella quale la disponibilità di qualsiasi cosa ha un limite, per quanto riguarda sia la possibilità di uso, sia la capacità di accogliere i rifiuti, e nella quale perciò bisogna comportarsi come in un sistema ecologico chiuso capace di rigenerare continuamente i materiali, usando soltanto un apporto esterno di energia”.
Queste parole sono di Kenneth Ewart Boulding, un economista, pacifista e poeta inglese naturalizzato statunitense, mistico religioso, quacchero, scienziato dei sistemi e filosofo che ci ha lasciati nel 1993. Boulding delineava due tipi di economia, identificandoli con due figure molto cinematografiche: il cowboy e l’astronauta. I cowboy vivevano in uno spazio che credevano infinito e con infinite risorse, si fermavano in un posto, consumavano tutte le risorse, accumulavano rifiuti e quando il luogo si era impoverito, il cowboy montava in sella e andava un po’ più in là. Un percorso, un’economia, lineare. L’astronauta, invece, ha la consapevolezza dei limiti della navicella: deve riciclare, riusare tutto e limitare al minimo i rifiuti. Un percorso, un’economia, circolare. In una economia lineare tu produci, consumi e butti (qualcuno diceva crepa). Per l’economia circolare ciò che scarti tu diventa risorsa per me.
Ho cercato parecchio un esempio perfetto di economia circolare da raccontare agli studenti. Una storia dove non solo uno scarto diventa risorsa ma dove uno svantaggio diventa ricchezza. E l’ho trovata in un ristorantino di Ravenna.
L’oste mi consiglia le cozze. “Sono speciali.” Dice.
“La cozza è cozza…” Faccio con irriverenza.
Lui poggia una mano sulla mia spalla poi ha compassione della mia ignoranza: “È la Selvaggia di Marina di Ravenna.” Sospira. Mentre cerco di allontanare dalla mente l’immagine della Volpina felliniana mentre maliziosa cerca il gatto sulla spiaggia di Rimini, il simpatico oste mi porta una favolosa impepata di cozze fuori misura. Punta un dito verso il mare e mi racconta una storia.
Nella seconda metà degli anni sessanta, l’Agip monta le prime piattaforme in Alto Adriatico per perforare i giacimenti di metano appena scoperti. Una piattaforma è un’isola di acciaio e cemento che poggia sul fondo con le zampe, i tubi, i tralicci. Un mondo subacqueo che viene preservato: nessuno può avvicinarsi e pescare, la piattaforma è anche una riserva integrale. La vita colonizza le architetture sommerse e cresce abbondante grazie alle correnti e al flusso costante di sostanze nutritive portate dal Po’. E questo è un problema: sulle zampe di metallo prosperano le cozze che intralciano il funzionamento delle strutture.
E allora l’Agip che fa? Stipula accordi coi pescatori locali che fanno corsi da sub, attrezzano i pescherecci e diventano ‘cozzari’. Poi serve un nome, un brand: ecco, Selvaggia, perfetto, perché cresce dove vuole lei, mangia quel che vuole lei dice l’oste con orgoglio. I pescatori operano in coppia tra la superficie e una profondità di circa 12 metri. L’immersione dura un paio di ore e frutta 15-20 quintali di molluschi. Le migliori si pescano in inverno, certi bestioni polposi e saporiti che riempiono una mano; e sani, la Selvaggia passa sempre tutti i controlli più meticolosi. I mitili sono uno dei principali prodotti ittici dell’Adriatico e l’Emilia-Romagna, con una produzione di circa 20.000 tonnellate annue, è uno dei maggiori produttori nazionali. La gran parte delle cozze proviene dagli allevamenti e circa il 5% della produzione regionale è costituito dalla Selvaggia di Marina di Ravenna: uno scarto, un problema che per finirne il sugo non mi basta il pane.