Verso la fine degli anni Settanta Ascona era una tappa del consueto giro in battello sul Lago Maggiore. Ero spesso ospite di amici che abitavano in un piccolo borgo affacciato sul lago. Si andava a Villa Taranto, alle Isole Borromeo, al giardino botanico di Brissago; talvolta, nei giorni del Festival, fino a Locarno. Ascona era una piacevole località turistica, poco più di un luogo di passaggio.
Nel settembre del 1978 il mio modo di vedere Ascona cambiò. La mostra “Le mammelle della verità”, curata da Harold Szeemann, mi fece scoprire Monte Verità e diede finalmente un contesto anche alla presenza anarchica nel Canton Ticino, che già conoscevo: gli ultimi anni di Bakunin con l’idea di fare della ‘Baronata, una delle sue residenze in quella terra, una colonia agricola autogestita e autosufficiente, la figura di Pietro Gori, Addio Lugano bella.
Quella di Szeemann non era una mostra come le altre. Era un’opera d’arte totale. Attraverso documenti, fotografie, dipinti, lettere, riviste, sculture e oggetti ricostruiva una costellazione di esperienze che si proponevano di “reinventare la vita”. Lo stesso Szeemann la definì “un’antropologia locale come contributo alla scoperta di una topografia sociale moderna.” Monte Verità non appariva più come una curiosa colonia naturista, ma come la matrice da cui si dipanavano alcune delle grandi correnti della modernità: dal vegetarianesimo crudista al nudismo come liberazione del corpo, dalla psicoanalisi alla danza espressiva, dall’emancipazione femminile al pacifismo, dalla pedagogia antiautoritaria al socialismo comunitario, fino alla teosofia e alle avanguardie artistiche. Una topografia mitica della Lebensform.
All’inizio ci sono sei giovani che si incontrano a Monaco di Baviera. Condividono il rifiuto della società industriale e l’aspirazione a una “riforma della vita”. Dopo un viaggio nell’Europa meridionale scelgono il Canton Ticino: il clima mite, la libertà politica garantita dalla Confederazione e una collina assolata sopra Ascona, allora un semplice vigneto abbandonato. Henri Oedenkoven, Ida Hofmann, Gusto e Karl Gräser, Lotte Hattemer e Jenny Hofmann acquistano il terreno, lo ribattezzano Monte Verità, fondano una cooperativa vegetariana e costruiscono un Sanatorio di aria, luce, alimentazione naturale e vita comunitaria. Un luogo aperto a chiunque desiderasse trascorrere, pagando una retta, un periodo di riposo e di rigenerazione in un contesto rurale e appartato.
Ben presto, quel piccolo esperimento attira artisti, filosofi, anarchici, teosofi, danzatori naturopati, e riformatori sociali provenienti da tutta Europa. Ascona cambia volto: crescono le capanne di luce e aria, ben ventilate, con doccia all’aperto, soleggiate ed esposte a Sud.
La mostra di Szeemann nasce quasi ottant’anni dopo, in un’Europa uscita dal Sessantotto. La lettura più immediata offre alle pratiche della controcultura una genealogia: le comuni, l’ecologia, la critica della società industriale, la liberazione sessuale, le pratiche psicocorporee, la ricerca di nuove spiritualità scoprono a Monte Verità i propri antenati. Ma la mostra suggerisce qualcosa in più: rimette in circolo il potenziale utopico racchiuso in quell’esperienza senza proporla come un modello da imitare. Le utopie possono fallire, e Monte Verità non fa eccezione; proprio perché incompiute, però, non esauriscono le possibilità che avevano aperto. Continuano a nutrire l’immaginazione e a lasciare un varco al possibile, al “non ancora”. Con “Le mammelle della verità”, Szeemann non restituisce semplicemente alla storia una “comunità” dimenticata. Restituisce al Novecento una costellazione.
La mostra di Szeemann ricompone una trama di incontri e linguaggi che, per un breve momento, sembrano convergere verso una stessa domanda: come reinventare la vita? Monte Verità non è un movimento né una scuola. È un magnete per un’umanità in fuga che attraversa la Belle Époque, il carnaio della Grande Guerra e le rivoluzioni soffocate nel sangue, cercando rifugio nelle valli del Ticino. Fra i molti visitatori, quattro sguardi bastano a misurare la metamorfosi del luogo. Più che raccontare Monte Verità, raccontano ciò che ciascuno vi cercò e vi trovò.
Herman Hesse vi cercò una guarigione che non fosse soltanto fisica. L’incontro con Gusto Gräser, tra i fondatori del Monte, che aveva scelto la povertà volontaria e viveva per lunghi periodi nella grotta di Arcegno, gli aprì una spiritualità legata alla natura che lascerà una traccia profonda nella sua ricerca letteraria.
Max Weber osservò questo “laboratorio del moderno” con l’occhio dello scienziato sociale, studiandone la nascita di comunità radicali, percorse da tensioni quasi religiose. Mantiene le distanze, ma non ne esce indenne: anche l’erotismo apre una crepa nel suo disincanto. Poco prima di morire confesserà: “Potrebbe essere possibile che io sia un mistico”.
Hugo Ball giunse ad Ascona dopo la tempesta Dada. L’uomo che al Cabaret Voltaire ha trasformato la parola in suono, cantilena, lallazione quasi ipnotica, cerca ormai un’altra strada verso la parola. Negli anni ticinesi la trova nel cristianesimo delle origini e nei mistici bizantini. Più tardi rilegge persino il nome Dada come una chiamata di Dionigi Areopagita (D.A.-D.A.). Non una conversione contro l’avanguardia, ma dentro la sua stessa radicalità. Ball conosce bene, attraverso Bakunin, il nesso tra distruzione e creazione: lo ha sperimentato a Zurigo. Dada ha liberato la parola distruggendo il linguaggio; la mistica tenta ora di liberarla attraverso il silenzio.
Quando negli anni Venti vi arrivò Paul Klee, Monte Verità era già mutato. Il nuovo albergo di Emil Fahrenkamp, con il rigore delle Neues Bauen e gli arredi Bauhaus, annunciava un’altra stagione. Gropius, Albers, Breuer, Moholy-Nagy e altri protagonisti del Bauhaus frequentavano ormai Ascona. La collina degli asceti, dei vegetariani e dei riformatori della vita era diventata un luogo d’incontro dell’avanguardia artistica e architettonica europea. Klee appartiene a questo nuovo paesaggio. Non vi cerca una comunità da abitare: vi trova un luogo ormai entrato nella geografia della modernità. Del Monte Verità delle origini resta ormai poco. Ma resta aperta la domanda che ne aveva accompagnato la nascita: come vivere insieme? Che cos’è una comunità?
Proviamo a immaginare un dialogo tra Gustav Landauer, Erich Mühsam e Martin Buber facendo incontrare, fuori dalla cronologia, idee maturate in tempi diversi. Mühsam ha conosciuto direttamente Monte Verità, Landauer non vi è mai stato e ne guarda con severità l’esperienza, anche se i suoi testi circolano nella colonia ticinese; Buber non vi si reca, ma non ne ignora l’esistenza. Nel 1908 i tre si ritrovano nel Sozialisticscher Bund, promosso da Landauer per federare gruppi e comunità autonome capaci di prefigurare, nel presente, una società diversa.
G. Landauer: La comunità non nasce per decreto. Nasce tra gli uomini. Non è la somma di individui isolati, ma qualcosa che prende forma quando cambiano i rapporti che li legano.
E. Mühsam: Ad Ascona ho partecipato al tentativo di costruire una vita diversa, ma non vi ho visto nascere una politica altrettanto nuova. Non basta sottrarsi al vecchio mondo: bisogna risvegliare lo spirito di rivolta e collegare la comunità all’azione diretta.
G. Landauer: Erich, non mettere sempre in primo piano l’insurrezione. Lo Stato, come ho spesso detto, è una condizione, un rapporto tra gli uomini. Lo distruggiamo creando altri rapporti, cominciando a comportarci diversamente. La critica del capitalismo deve accompagnarsi all’esodo dalle sue forme di vita, alla costruzione di comunità. Il socialismo comincia ora, non dopo la rivoluzione.
M. Buber: E la comunità non nasce da un accordo utilitaristico. Non è un contratto sociale e neppure un “noi” che marcia compatto. Non si fonda sulla comune appartenenza a qualcosa. Accade nel “fra” che si apre quando un Io incontra un Tu senza cancellarne l’alterità. In principio è la relazione: la comunità nasce da lì, non dall’organizzazione.
E. Mühsam: Martin, ma tu trascuri l’azione. La comunità deve diventare anche una forza d’urto, una capace di trasformare il mondo!
M. Buber: Certo Erich, ma i mezzi con cui trasformiamo il mondo anticipano già il mondo che costruiremo. Se imponiamo la libertà con le forme del dominio, rischiamo di riprodurre ciò che volevamo abbattere. Gustav, per questo la tua idea di socialismo costruito cellula dopo cellula mi è così vicina.
E. Mühsam: Mi sono chiesto spesso se Monte Verità fosse destinato fin dall’inizio a fallire.
G. Landauer: No. A condizione di non scambiare mai la comunità reale con quella che immaginiamo. Nessuna comunità è un’opera compiuta.
E. Mühsam: Ad Ascona nessuno possedeva la formula. C’erano vegetariani, teosofi, danzatori, anarchici. Tutti parlavano di libertà anche se ciascuno la intendeva a modo proprio.
G. Landauer: Forse era proprio questo il suo valore. La libertà non nasce dall’ assenza di legami, ma da legami che, anziché soffocarla, lascino spazio all’invenzione.
M. Buber: Una comunità non vive perché tutti pensano allo stesso modo. Vive se nessuno, per stare insieme agli altri, deve rinunciare ad essere sé stesso.
E. Mühsam: Eppure le comunità possono fallire.
G. Landauer: Possono fallire le forme che si sono date. Non per questo sparisce la domanda che le ha generate.
M. Buber: La comunità va fatta “rinascere” ogni giorno. Non vive di ciò che è stato costruito una volta per tutte, ma di relazioni che ogni volta tornano a scegliersi.