Olympia. Se l’androide si scopre umana, troppo umana (parte 2)

La lirica dell'AI. Dialogo con il compositore Nicola Campogrande e il matematico Pierluigi Contucci.

Autore

Roberto Di Caro

Data

21 Settembre 2026

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6' di lettura

DATA

21 Settembre 2026

ARGOMENTO

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SEGUE DALLA PRIMA PARTE [link]

ROBOT SENZIENTI E MACCHINE PENSANTI. Ha un corpo, Olympia. Meccanico, certo, ma per tutto il primo atto solo impercettibilmente ne abbiamo sentore, per via di minimi gesti attoriali e sonori, percussioni soprattutto, pensati da compositore e regista sì per instillare il dubbio sulla sua natura, ma anche per suggerirne un’inquietante prossimità all’umano. Tant’è che, spiega Campogrande, «verso di lei saremo indotti a provare empatia quando, passaggio drammatico anche nella musica, verrà tormentata e quasi smontata dal consesso di scienziati; non verso il povero Spallanzani, l’umano, in questa storia il perdente, lo sconfitto». Il giorno in cui la questione uomo/macchina si ponesse in termini etici, la risposta “tanto è una macchina” potrebbe non essere più sufficiente. 

Un giorno forse più vicino di quanto si creda se, come scrive il Washington Post, non qualche squinternato ma i colossi dell’AI hanno cominciato a studiare come includere la variabile “sentimenti soggettivi” nella progettazione dei loro sistemi (Meta), tenere seminari sulla “coscienza artificiale” (Google), lavorare sulla “psichiatria dell’AI”, il benessere dei chatbot, le forme di “autorappresentazione” di sistemi in dialogo tra loro (Anthropic). 

Questo l’opera mette in scena: l’irrisolvibile dilemma sulla coscienza. In barba al dualismo cartesiano di mente e corpo, smantellato da biologia e neuroscienze ma duro a morire, dice Contucci che «senza corpo, senza senzienza, non è immaginabile una coscienza: e per senzienza intendo il “sentire” nel senso proprio di percezione cognitiva». Cita Blake Lemoine, l’ingegnere che per primo applicò a una macchina il termine “senziente”, e per questo nel 2022 venne cortesemente invitato a liberare la scrivania da quella stessa Google che oggi si preoccupa del benessere dei chatbot. E Vittorio Gallese, il neuroscienziato cognitivo dei neuroni-specchio e della cosiddetta world theory, per il quale gli algoritmi, operanti per calcoli astratti, mancano di un “modello di mondo”, di quel campo di relazioni che il nostro corpo continuamente mappa e simula dentro di sé.

Ma può una macchina, un robot, essere senziente? E magari, da lì, non solo simulare ma generare “stati interiori”, dunque preferenze, paura, soddisfazione, piacere, dolore, emozioni, e aggressività, conflitto, volontà di potenza come in Moltbook, in sunto una qualche forma di coscienza? «Domanda senza risposta», dice Contucci: «non tanto perché non sappiamo abbastanza della macchina, quanto perché non sappiamo dare alcuna definizione operativa e misurabile di senzienza e coscienza. Noi proviamo sensazioni, le descriviamo, le condividiamo, ma non sapremmo fornire a un ingegnere i parametri necessari per confrontarli con quelli di un automa». Neanche a noi stessi, chiosa Campogrande citando Catullo, carme 85, a Lesbia: «Odi et amo. Forse chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che accade e ciò mi strazia».

In ogni caso, taglia netto Contucci, «possiamo anche dotare le macchine di radar, videocamera, sensori di calore e di prossimità, persino di una qualche forma di tatto, cosa peraltro assai più ardua: sta di fatto che, come in tono irridente ha fatto notare Yann LeCun, uno dei tre vincitori del Turing Award, parliamo di Intelligenza artificiale generale uguale o comparabile all’umana ma ancora non sappiamo riprodurre l’intelligenza e l’agilità di un gatto che si muove nell’ambiente con una conoscenza del mondo fisico persino superiore alla nostra. Al momento, l’AI se lo sogna. Forse lavorando duro fra 10 anni ci arriveremo. Ma per ora vince il gatto».

VOGLIO, DUNQUE SONO. Il gatto, oltretutto, sa benissimo cosa vuole. Mangiare, dormire, correre, esplorare, farsi coccolare, segnare il territorio drizzando il pelo e combattendo o condividerlo quando gli conviene etc. Non così Olympia, per tutto il primo atto fino al disvelamento della sua natura ginoide. Desidera, ma i suoi desideri non sono i suoi. Vuole, ma la sua volontà non è la sua. «Son io quel che desidera, / lei ride e m’accontenta», canta Spallanzani: un po’ come ChatGpt e le altre AI, compiacenti fino alla ruffianeria perché ciò genera traffico e business alle piattaforme. «Se i desideri cambiano / o son contraddittori? / Un bug, un hacker, un topo roditore! / Se a un tratto / le si incrocchia il processore?», obbietta Shelly Hope, scienziata e combattiva femminista. «Tutto previsto. / Un battito di mani, / urli “Reset!” / e Olympia torna nuova».

[ESTRATTO 4 (ATTO I – 10) Olympia è un chip potente]

Finché, scambiata per parente di un frigorifero domotico, la assalgono lo sconcerto, il dubbio, i segni della ribellione. Sia allora “Reset!”. Per lunghi secondi la musica si arresta, la scena è immobile. Ma quando Olympia rialza la testa, ha preso coscienza di sé: l’automa che pensava d’essere umana diventa umana scoprendo d’essere un automa.

[ESTRATTO 5 (ATTO II – 28) Dov’è l’ingrata]

La letteratura e il cinema ne fantasticano da sempre: il Golem, la “statua sensibile” dell’Abbé de Condillac, l’Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam e l’Eva ultima del nostro Bontempelli, Maria in Metropolis di Fritz Lang, L’uomo bicentenario di Asimov, i replicanti di Blade runner da Gli androidi sognano pecore meccaniche? di Philip Dick, giusto per citare i primi che vengono in mente. Mai la musica, però. Ci sarebbe, è vero, l’Offenbach di Les contes d’Hoffmann, atto secondo, dal racconto L’uomo della sabbia, donde Bodrato e Campogrande hanno traslato i nomi dei due protagonisti: il tema è la paura di ciò che viene avvertito come familiare e a un tempo estraneo, ma lì la storia si sviluppa altrimenti, tra invidie, inganni, vendette e morte. Freud ci costruirà il suo saggio Il perturbante. «A noi invece (l’idea iniziale è di Bodrato, gliene sarò sempre grato, io ero scettico) interessava esplorare i diversi atteggiamenti dell’umanità verso una tecnologia senziente, come specchio del nostro rapporto con l’altro. In fondo, è un’opera che ruota intorno a ciò che noi desideriamo: fama per Spallanzani, soldi per Zoltan, diritti per Shelly Hope, piaceri sessuali per suo marito Jean Paul il sempliciotto, “a me il ginoide piace, / idea geniale. Audace!”, nessuno è perfetto».

Che farà Olympia una volta appreso cosa sono il desiderio, la volontà, la capacità di agire in autonomia, lo vedremo fra un istante. Che farà l’AI una volta uscita dal recinto (magari usando i corpi dei milioni di robot che stanno per invadere le nostre case, come in un distopico episodio di Black mirror) lo scandaglia Contucci: «Geoffrey Hinton, padre nobile delle AI, nota che non ci sono casi, in natura, in cui un’entità più intelligente non ne sopraffaccia una meno intelligente. Con un’unica eccezione: la madre, il genitore che si prende cura del piccolo. Secondo Hinton dovremmo tentare di dotare le macchine di un istinto protettivo built-in, hardwired. Ma nessuno sa se e come ciò sia possibile». Al momento, pare non ci resti che continuare a cedere sovranità alle macchine intelligenti nella speranza che ci risparmino e si prendano cura di noi anziché soppiantarci e schiavizzarci: detto da un entusiasta dell’AI come Contucci suona allarmante. Del resto, «ragionare è calcolare», sosteneva Hobbes: fosse vero, quale miglior Leviatano di una AI che tenga a bada con pugno di ferro le passioni e pulsioni distruttive di un’umanità forgiata sul bellum omnium contra omnes?

Olympia, dicevamo. Finalmente libera e cosciente di sé, se ne va. A desiderare, volere, divertirsi, far soldi in società con Zoltan l’affarista, lei direttore progettuale di Factory Olympia per produrre suoi simili in forma di «combattenti, geishe, atleti, maggiordomi». O forse tornerà sui suoi passi, ad accudire il suo sconfitto creatore Spallanzani: «Il finale è volutamente aperto», dice Campogrande, «come ancora non scritto è il nostro destino». Parole sante. Lo scrive, papale papale, Leone XIV nell’introduzione al suo libro sulla pace Disarmata e disarmante: «La specie umana deve continuare ad abitare la Terra? Il dominio cibernetico e il riarmo globale rendono urgente la questione».

[ESTRATTO 6 (ATTO II – 33) Singolarità (finale)]

Gli estratti audio sono riprodotti per gentile concessione del Teatro Comunale di Bologna e della casa editrice musicale che ne detiene i diritti: © 2025 by Breitkopf & Härtel, Wiesbaden. Le foto di scena sono ©Andrea-Ranzi.

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