Presidenza di turno dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) e tensioni interne. Nel frattempo il red-tagging soffoca il dissenso e indebolisce la democrazia nel Paese.
Può un Paese porsi come garante della stabilità regionale se, al suo interno, trasforma i propri cittadini in bersagli? È questo l’interrogativo cruciale che investe le Filippine nel 2026, anno in cui il Paese assume la presidenza dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), il blocco di dieci nazioni unito in nome della stabilità e del libero mercato1. Manila si presenta sulla scena globale come hub economico strategico e partner affidabile, sotto lo slogan inclusivo “Navigating Our Future, Together” all’insegna di pace, unità e tutela dei vulnerabili. Tuttavia, la sua credibilità internazionale è minata da una strategia autoritaria brutale: il “red-tagging” (letteralmente “marchiare di rosso”).
Questa sistematica caccia alle streghe istituzionale etichetta pubblicamente giornalisti, attivisti, sindacalisti e avvocati2 come “comunisti” o “terroristi”3. Come denunciato dal Rapporto Mondiale 2026 di Human Rights Watch, dietro la facciata diplomatica si nasconde l’uso di leggi anti-terrorismo per inserire dissidenti e associazioni in liste governative ufficiali4. Questa etichettatura di Stato apre spesso la strada a violenza fisica e digitale, molestie giudiziarie e sparizioni forzate. Se questo meccanismo di persecuzione dovesse consolidarsi a Manila, offrirà una pericolosa tabella di marcia per molti altri regimi della regione.
Radici ed evoluzione del red-tagging: la dinastia Marcos e la caccia alle streghe filippina dal 1917 a oggi
Questo copione repressivo non è un’anomalia recente, ma l’evoluzione tecnologica di vecchi fantasmi. Il red-tagging affonda le radici nella “Paura Rossa” innescata dalla Rivoluzione Russa del 1917 e nel maccartismo americano degli anni ’505. Per decenni, le Filippine sono servite da laboratorio per le tattiche anticomuniste. Già negli anni ’60 il CAFA (Comitato sulle Attività Anti-Filippine) etichettava la stampa indipendente come una minaccia per lo Stato6. Ma è con la legge marziale del Presidente Ferdinand Marcos Sr. (1972) che inizia un’era di sistematiche violenze di Stato, abusi e sparizioni7. Dietro il pretesto della sicurezza nazionale e della lotta ai ribelli del New People’s Army (NPA)8, il braccio armato del Partito Comunista, la dittatura cancellò allora ogni confine tra dissenso pacifico e lotta armata, portando all’arresto di oltre 50.000 cittadini9. Oggi, sotto la presidenza del figlio, Ferdinand “Bongbong” Romualdez Marcos Jr., quella vecchia strategia è diventata una repressione digitalizzata.
Il braccio operativo di questo controllo è la NTF-ELCAC (Task Force Nazionale per Porre Fine al Conflitto Armato Comunista Locale), creata dall’ex Presidente Rodrigo Duterte nel 2018 come approccio whole-of-nation (nazione globale) per pacificare le aree rurali e promuovere lo sviluppo economico10. Questa task force è in realtà un dispositivo di oppressione contro chi critica il governo. Finanziata dallo Stato11, è oggi blindata dall’Anti-Terrorism Act del 2020, che permette detenzioni prolungate senza accuse formali12. Sfruttando i canali web della polizia, l’agenzia marchia come terroristi i dissidenti13, provocando solo nel 2025 oltre 1.750 violazioni dei diritti civili (il 99% legate proprio al red-tagging)14 e più di 900 vittime in sei anni15. Nonostante l’ONU ne abbia chiesto lo scioglimento immediato a causa del clima di paura e autocensura che genera16, la pratica dell’etichetta rossa resta una minaccia concreta17. Cristina Palabay, Segretaria Generale dell’alleanza filippina per i diritti umani Karapatan 18, denuncia come a questo marchio seguano sistematicamente minacce di morte, sorveglianza fisica, arresti basati su false prove ed esecuzioni extragiudiziali19. Una spirale autoritaria che rischia di isolare Manila proprio mentre tenta di accreditarsi come partner democratico e credibile nello scacchiere asiatico.
La criminalizzazione della verità: la stretta su stampa e sindacati e il primato asiatico dei rapimenti civili
La progressiva erosione degli spazi democratici si abbatte in primo luogo sulla stampa indipendente e sulla rappresentanza sindacale. Le Filippine sono precipitate al 116° posto su 180 Paesi nell’Indice della Libertà di Stampa 2025 di Reporter Senza Frontiere20. Una deriva che costringe i giornalisti, come Cong Corrales, a lavorare con taglie milionarie sulla testa21. Esemplare è il caso di Lady Ann “Icy” Salem22, direttrice di Manila Today, arrestata nel 202023. Nonostante l’archiviazione disposta dalla giudice Monique Quisumbing-Ignacio (anche lei finita nel mirino24), nel 2024 le autorità hanno tentato illegalmente di riaprire il procedimento25. Il rilascio ritardato e ostacolato dell’editrice ha spinto il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) a denunciare formalmente il caso come un crimine contro la libertà di stampa26.
Nel settore sindacale la pressione è altrettanto sistematica: dal 2016 si contano oltre 72 leader assassinati27 e 32 attivisti rapiti (primato asiatico)28. Lo Stato usa il red-tagging per isolare i sindacati e spingerli allo scioglimento forzato attraverso il terrore degli iscritti29. Una escalation culminata nella “Bloody Sunday” del 2021 nel Calabarzon (nel sud-ovest di Luzon, l’isola principale delle Filippine): nove attivisti uccisi in un raid ordinato dall’ex presidente Duterte30. La polizia ha invocato la solita giustificazione (nota come “nanlaban”31) del possesso di armi da parte delle vittime, ma organizzazioni come l’ONU32 e il Karapatan hanno condannato l’uso di prove false33.
Questo ordine sociale disuguale resiste ancora oggi nelle aree rurali come l’isola di Negros, nel Visayas Occidentale. Conosciuta come la “zuccheriera” del Paese, poiché genera più della metà della produzione nazionale di zucchero34, qui Zara Alvarez, attivista e assistente legale di Karapatan, ha sostenuto i lavoratori agricoli nelle richieste di riforma agraria35. Il suo assassinio nel 2020 (il tredicesimo del Karapatan nell’era Duterte36), avvenuto dopo aver denunciato le minacce subite, in un’escalation che ha fatto registrare ben 422 omicidi di difensori dei diritti umani fino al giugno 202237, dimostra come la repressione prosegua indisturbata sotto la nuova amministrazione38.
La sentenza Deduro v. Vinoya: una tutela incompiuta contro il marchio rosso?
In un simile vortice di persecuzione, la risposta giudiziaria oscilla paradossalmente tra la teoria del diritto e l’atto pratico della criminalizzazione del dissenso. Nel maggio 2024, la Corte Suprema ha emesso la storica sentenza Deduro v. Vinoya39, ribaltando una decisione del 2020. L’attivista Siegfred Deduro aveva richiesto un mandato di protezione (writ of amparo) dopo essere stato sottoposto a red-tagging dai militari guidati dal generale Eric Vinoya, che lo accusavano di legami con il Partito Comunista40. I giudici gli hanno dato ragione, stabilendo che questa pratica viola i diritti fondamentali alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Grazie a questo precedente, le vittime di minacce credibili possono ora ottenere tutele legali immediate41. I giudici hanno finalmente definito la pratica come un illecito legalmente perseguibile, impedendo ai funzionari pubblici di trincerarsi dietro la mancanza di una terminologia giuridica42. I tribunali hanno persino iniziato a quantificare i risarcimenti per diffamazione, come nel caso del giornalista Atom Araullo, che ha ottenuto oltre 2 milioni di pesos di risarcimento per diffamazione43.
Eppure, l’azione dell’apparato repressivo non sembra risentire di questi limiti giuridici: a gennaio 2026, la giovane cronista investigativa Frenchie Mae Cumpio (arrestata nel 202044) è stata condannata a una pena tra i 12 e i 18 anni di carcere con accuse di possesso illegale di armi e finanziamento al terrorismo45, ritenute prefabbricate da importanti organizzazioni (tra cui Amnesty International46 e la Federazione Internazionale dei Giornalisti47). Il rischio è altissimo anche per gli operatori della giustizia, con quasi 90 professionisti legali uccisi dal 2007 e oltre 200 quelli scampati ad agguati o sotto minaccia48. Emblematico è il caso dell’avvocata Maria Kristina “Krissy” Conti, segretaria generale dell’Unione Nazionale degli Avvocati del Popolo (NUPL), premiata nel 2025 tra “le donne più eccezionali della nazione” per il suo impegno nel rappresentare le vittime della “guerra alla droga” di Duterte davanti alla Corte Penale Internazionale49. Nonostante il riconoscimento, le autorità l’hanno etichettata come operatrice politica dei ribelli, confermando una strategia sistematica di delegittimazione. «Gestire casi contro i potenti nelle Filippine mi rende un bersaglio», denuncia Conti, «l’intenzione è distrarre l’opinione pubblica dalle uccisioni di massa50».
Il costo economico della repressione sulla reputazione di Manila
Le implicazioni di questa crisi superano i confini giudiziari per investire direttamente l’economia e i mercati finanziari. L’esecutivo di Manila sta portando avanti una strategia diplomatica aggressiva per attrarre capitali stranieri e corteggiare investitori non tradizionali. Manila punta a posizionarsi come un hub economico strategico nel Sud-est asiatico, rafforzando i legami con partner storici come Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud51, e guardando con forte interesse verso l’Unione Europea (UE)52. Nelle cancellerie internazionali, le Filippine vengono vendute come un’alternativa stabile e democratica rispetto a vicini regionali apertamente autoritari, come il Myanmar53 – schiacciato da una giunta militare repressiva dopo il golpe del 2021 – o la Cambogia, un’autocrazia consolidata dove l’opposizione politica è stata virtualmente azzerata54.
Tuttavia, questa narrazione si scontra con la dura realtà dei dati. Lo Stato di Diritto e la stabilità interna sono parametri chiave per i mercati globali; se le leggi vengono usate come armi contro i propri cittadini, la fiducia degli investitori vacilla. L’instabilità causata dalla persecuzione sistematica di giornalisti, sindacalisti, attivisti e avvocati crea un clima di profonda incertezza economica. L’Unione Europea osserva la situazione con crescente preoccupazione attraverso le clausole sui diritti umani vincolate agli accordi commerciali, in particolare il sistema di preferenze tariffarie agevolate GSP+ (Sistema di Preferenze Generalizzate Plus)55.
Il clima di paura non risparmia il settore privato locale. Un imprenditore filippino, contattato per questa analisi, ha rifiutato l’intervista spiegando che nel Paese la maggior parte degli operatori economici «cerca di non farsi coinvolgere o di non esporsi su posizioni politiche». Questo silenzio aziendale è una triste e diffusa realtà, dettata dal timore concreto di ritorsioni commerciali o fiscali da parte dello Stato. Senza un fermo controllo e una condanna da parte della comunità internazionale, gli accordi commerciali rischiano di trasformarsi in una complicità indiretta con il fallimento dei diritti umani.
Possono le proteste civili e le pressioni internazionali salvare la democrazia in questo trend globale autoritario?
La risposta della società civile filippina non si è fatta attendere. Tra il 2025 e il 2026, imponenti manifestazioni di piazza hanno unito la lotta alla corruzione a quella contro l’autoritarismo. A Manila, le migliaia di nastri bianchi appesi davanti alla Camera dei Rappresentanti56 hanno richiamato esplicitamente la People Power Revolution, la rivoluzione pacifica che negli anni ’80 rovesciò il regime di Ferdinand Marcos Sr57. Un profondo malcontento popolare esploso nel 2025 con la massiccia protesta “Baha Sa Luneta 2.0”, che ha visto circa 650.000 cittadini scendere in piazza contro lo scandalo dei fondi ambientali sottratti tramite progetti infrastrutturali “fantasma”58.
Al fianco dei movimenti locali si muovono attori internazionali come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO)59 e l’ONU, che sostengono programmi di cooperazione tecnica per salvaguardare la libertà di associazione60. Il governo di Manila si trova di fronte a un ultimatum coordinato: da un lato la spinta interna della Corte Suprema, dall’altro la pressione esterna di ONU e ASEAN. Esperti delle Nazioni Unite come Irene Khan (Relatrice speciale sulla libertà di espressione)61 e Ian Fry (ex Relatore speciale sui diritti umani e il cambiamento climatico) continuano infatti a denunciare che la cultura della repressione e del red-tagging è tutt’altro che smantellata62.
Tuttavia, la coesistenza tra istituzioni democratiche e apparati repressivi non è un’anomalia filippina, ma lo specchio di un pericoloso trend globale. Oggi i governi tendono sempre più a inquadrare la critica sociale come una minaccia alla sicurezza dello Stato. Dinamiche simili si registrano in Colombia e in Brasile, dove i difensori dell’ambiente vengono marchiati come “nemici dello sviluppo” per legittimarne l’eliminazione63. In India, il governo di Narendra Modi si serve dell’etichetta di “anti-nazionale” e dell’UAPA (Unlawful Activities Prevention Act) per blindare gli attivisti in lunghe detenzioni senza processo64. Persino in democrazie europee consolidate, come Francia e Germania, i movimenti per il clima – come Dernière Rénovation o Letzte Generation –vengono liquidati nel dibattito pubblico come “terroristi ambientali”65.
Proprio all’interno di questa tendenza globale, il caso filippino diventa un banco di prova cruciale. La vera leadership regionale non si misura dalla capacità di criminalizzare il dissenso, ma dalla volontà politica di accoglierlo come motore fondamentale di una democrazia sana.
Note
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- Verdad Abierta, Environmental Defenders Stigmatized as Opponents of Development, in «Hive Mind», 14 novembre 2024, https://en.hive-mind.community/blog/987,environmental-defenders-stigmatized-as-opponents-of-development (consultato il 2 ottobre 2026).
- A. Sharma, The War on Naxals Opens a New Front, in «Frontline», 1 aprile 2026, https://frontline.thehindu.com/politics/maoism-naxalism-urban-amit-shah-modi-india-2026/article70810743.ece (consultato il 2 ottobre 2026).
- S. Hanbury, Rise in Persecution of Climate Defenders in Europe Slammed by UN Expert, in «Mongabay», 21 ottobre 2025, https://news.mongabay.com/short-article/2025/10/rise-in-persecution-of-climate-defenders-in-europe-slammed-by-un-expert/ (consultato il 2 ottobre 2026).