Le origini dell’industria petrolifera del Venezuela
Nonostante il Venezuela abbia contribuito solo all’0,8% della produzione globale di greggio nel 2023, il Paese possiede la maggior quota di riserve mondiali (17%) ed è stato un attore chiave del settore a partire dalla sua nascita. Infatti, la prima perforazione esplorativa in Venezuela è avvenuta nel 1913: in breve tempo, l’economia del paese si è trasformata, passando da nazione agricola a centrale esportatore di petrolio. Il punto di rottura definitivo avvenne nel 1922 a seguito di una notevole scoperta da parte di Royal Dutch Shell, che innescò una corsa al petrolio da parte di società estere; in particolare Gulf, Royal Dutch Shell e Standard Oil, che in quel periodo controllavano il 98% del mercato petrolifero venezuelano.
Nel corso dei decenni, il governo venezuelano attuò diverse misure per aumentare il controllo sui ricavi generati dalle riserve di idrocarburi del paese. Nel 1943 la Ley de Hidrocarburos (“Legge sugli idrocarburi”) stabilì che i profitti delle compagnie petrolifere estere dovessero essere divisi per metà con lo stato, mentre nel 1960 il Venezuela aderì all’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (Opec) come membro fondatore. Il processo di indipendenza dagli investimenti esteri culminò nel 1976 con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e la creazione di Petróleos de Venezuela, S.A. (Pdvsa), la compagnia petrolifera statale venezuelana, che da allora possiede per decreto del governo almeno il 60% dei progetti nell’ambito.
La Rivoluzione Bolivariana e le politiche di nazionalizzazione
Dopo un breve periodo di apertura agli investimenti esteri nel corso degli anni Novanta (denominato apertura petrolera), con l’elezione di Hugo Chavez nel 1998 e la conseguente adozione di una nuova costituzione, il Paese virò verso un governo di sinistra ispirato dal Bolivarianismo, con maggiori poteri esecutivi. Di conseguenza, il Venezuela dovette riconsiderare i suoi alleati geopolitici, spostando l’esportazione di greggio dagli Stati Uniti a Paesi in via di sviluppo attraverso accordi di partnership con accesso preferenziale alle risorse e l’assegnazione di concessioni di investimento. Al rafforzare di queste alleanze, l’autonomia strategica e la competitività globale della Pdvsa diminuirono gradualmente, mentre cresceva la dipendenza tecnica e finanziaria da Russia, Cina e Iran. Infine, a seguito dello sciopero petrolifero del 2003, la Pdvsa passò sotto completo controllo dello Stato, segnando l’inizio del deterioramento del settore, dato che i ricavi dell’azienda vennero progressivamente destinati al finanziamento delle misiones, come sono chiamati i progetti sociali statali.
Le relazioni con gli Stati Uniti vennero danneggiate ulteriormente dopo una legge del 2006 che imponeva ai progetti esteri la creazione di una joint venture al 51% posseduta dalla PDVSA, che avrebbe detenuto anche il controllo operativo. Le tensioni culminarono nel 2007, quando il governo impose la nazionalizzazione dei progetti operati da società estere nella fascia dell’Orinoco, dove sono concentrate la gran parte dei giacimenti petroliferi del Paese. I lavoratori con il sostegno dell’esercito presero il controllo deli impianti; gli asset di ConocoPhillips e ExxonMobil furono sequestrati, mentre Chevron accettò di operare nella regione come socio di minoranza. Il caso segnò un profondo reindirizzamento degli investimenti al di fuori del Paese.
Una nuova politica estera tra Cina e sanzioni
L’economia Venezuelana si indebolì ulteriormente a seguito delle sanzioni statunitensi, che dal 2017 hanno limitato l’accesso del governo ai mercati finanziari e, dal 2019 hanno di fatto impedito alla Pdvsa di ricevere pagamenti per le esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti, congelato diversi asset e limitato le importazioni di nafta, essenziali per la lavorazione del greggio pesante, di cui è composta la maggioranza delle riserve venezuelane. Questa qualità di petrolio è nota per il suo notevole costo di estrazione, trasporto e processazione. Inoltre, la produzione richiede capacità tecniche difficili da reperire in loco a causa dell’abbandono da parte delle aziende estere. Di conseguenza, la produzione energetica totale è calata rapidamente, esplicitando l’inefficienza gestionale e il prolungato sottofinanziamento che hanno lasciato le infrastrutture obsolete e un basso rendimento nelle operazioni upstream e midstream.
Nel 2023 la Cina risulta il principale cliente dell’industria energetica e mineraria venezuelana, principalmente attraverso contratti di debito da ripagare attraverso le esportazioni di petrolio. Il Venezuela ha sviluppato nel corso degli anni una notevole esposizione non solo finanziaria, ma anche infrastrutturale nei confronti di questo Paese, con diversi investimenti finanziati dalle importazioni di petrolio, mentre per la Cina il Venezuela rappresenta una frazione trascurabile dell’export di greggio. Anche l’India ha mantenuto gli scambi con il Venezuela nonostante le sanzioni.

Le implicazioni dell’intervento USA e scenari per il futuro
Nel gennaio 2026 l’escalation militare che ha portato alla cattura del presidente del Venezuela Nicolás Maduro, accusato di narcotraffico, da parte degli Stati Uniti, ha scatenato ampie reazioni internazionali e dibattiti sulla legalità dell’azione e sui reali interessi geopolitici che hanno influenzato questa decisione, considerate le ampie risorse energetiche della zona.
Nondimeno, i giacimenti petroliferi venezuelani sono stati descritti come non attrattivi per gli investimenti esteri, considerando il capitale richiesto per la ripristino della capacità produttiva. Secondo alcune stime, per tornare ai massimi produttivi degli anni 90 (vale a dire 3 milioni di barili di petrolio giornalieri) servirebbe un investimento continuativo di 180 miliardi in 15 anni.
L’impatto delle politiche di nazionalizzazione
Uno studio recente di Niloofar Adel, Andrea Bastianin, Luca Pedini e Marta Visconti analizza l’impatto del crollo della produzione venezuelana sul mercato petrolifero globale confrontando la realtà con uno scenario ipotetico dove il Paese segue l’andamento degli altri Paesi Opec (escludendo Iran e Libia). L’anno scelto come inizio per la stima è il 2007, poiché il sequestro degli impianti sulla fascia dell’Orinoco ha alterato profondamente gli accordi e gli investimenti esteri, causando una forte contrazione della produttività nel settore petrolifero.
Come risultato, la produzione stimata per il 2024 rimane in linea con i massimi pre-nazionalizzazione, ma comunque sotto la quota del 4% della produzione globale. Inoltre, la volatilità dei prezzi del petrolio diminuisce solo leggermente, dimostrando un impatto minimo dello scenario alternativo. Il motivo risiede nella complessità delle dinamiche globali, tali da non essere determinate dal solo contributo di un singolo Paese. Approfondendo l’analisi sulla volatilità dei prezzi, lo studio osserva inoltre come l’aumento considerato negli ultimi anni dipenda soprattutto da un cambiamento più diffuso, connesso alla gestione delle scorte di petrolio. In passato, queste fungevano da “cuscinetto”, una riserva di sicurezza in grado di assorbire gli shock, mentre ora la loro reattività si è sensibilmente ridotta, rendendo i prezzi più sensibili a variazioni di domanda e offerta. Parallelamente, anche i produttori hanno perso capacità di adattamento della produzione ai prezzi. Ne consegue che l’instabilità dei prezzi è il risultato di un cambiamento strutturale dell’intero sistema, non del crollo di un singolo Paese.
