La nuova araba fenice e il rapporto tra sapere e potere in Italia

La classe creativa ha un carattere salvifico per l’Italia ma sembra tendere verso orizzonti globali e non a operare per i beni comuni.

Autore

Maria Rosaria Ferrarese

Data

23 Gennaio 2023

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5' di lettura

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23 Gennaio 2023

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«Che ci sia ognun lo dice, come sia nessun lo sa». Con un leggero riadattamento, il noto detto sull’araba fenice può ben essere applicato alla società odierna: il termine ‘società’, continuamente evocato, è diventato un oggetto sempre più sconosciuto e impenetrabile, dato che la sua composizione è da decenni in una continua e vivace trasformazione che è stata in gran parte ignorata da sociologi e analisti sociali.

Ce ne possiamo accorgere anche dai risultati elettorali, così instabili e mutevoli, che forse dipendono anche dal fatto che le risposte politiche progettate e proposte da classi dirigenti sempre in affanno nel voler dimostrare di avere la giusta ricetta, non tengono in adeguato conto, oltre ai vari problemi che emergono dalle società, anche il modo nuovo di essere e di percepirsi degli attori sociali chiamati a esprimersi nelle votazioni.

È dunque estremamente urgente addentrarsi in una maggiore conoscenza di questo oggetto ‘misterioso’, per comprenderne le dinamiche, ma anche le potenzialità, i difetti, oltre che i possibili riflessi sia in termini di ‘capitale sociale’, sia in termini di orientamenti elettorali. Vi è inoltre un grande problema di rappresentanza: vi sono sempre più consistenti gruppi sociali privi di rappresentanza, che non si riconoscono nelle formazioni più tradizionali e si rifugiano nell’astensionismo, o che sposano ciò che si potrebbe chiamare un ‘avventurismo elettorale’, quale che sia, sperando che vada bene.

Le analisi condotte da Perulli nei suoi ultimi volumi, inclusa quella scritta a quattro mani con Vettoretto, Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia, Laterza 2022, ci consegnano delle tessere importanti per ricomporre il puzzle del nuovo volto dell’Italia. Nel passato, eravamo facilitati da concetti e unità d’analisi come quella di ‘classe’, che ci permetteva di operare una comoda tripartizione tra élite, classe media e proletariato, ipotizzando che ognuna di tali caselle corrispondesse anche a set di preferenze elettorali più o meno stabili.

Negli ultimi decenni, quella consueta tradizionale sistemazione a caselle della consistenza interna delle nostre società è in parte saltata e si è determinata una situazione molto più fluida e instabile, sia in termini di appartenenza sociale, sia in termini di scelte elettorali. 

In quella nuova analisi, i tre termini utilizzati (élite, classe e plebe), a parte l’aggettivo ‘creativa’, sono consueti e tuttavia sorprendenti. A prima vista appare facile collocare il primo in cima alla piramide sociale e l’ultimo in basso, molto in basso alla stessa. Ma il termine ‘neoplebe’ non è meno sorprendente dell’aggettivo ‘creativa’: ci riporta verso una indifferenziazione sociale, mista a povertà culturale ed economica, che precede il mondo industriale. Ci muoviamo insomma in un universo sociale percorso da profonde novità.

La tripartizione adottata non è una semplice riformulazione linguistica: è connessa con importanti cambiamenti e fattori di innovazione collegati anche a elementi di natura internazionale e globale, che stanno sullo sfondo: internazionalizzazione, sviluppo tecnologico, processi di digitalizzazione e diffuse nuove potenzialità di giocare con le coordinate spazio-temporali. Dunque siamo in un mondo di nuove coordinate sociali che racchiudono enormi potenzialità. Tutto farebbe pensare che siamo nel pieno della possibilità di realizzare un felice connubio tra potere e sapere.

E invece sullo sfondo vi è una importante linea di frattura che viene segnalata dagli stessi autori e che riguarda in modo particolare il nostro paese: la disconnessione tra sapere e potere come «fenomeno emergente del nostro tempo» (p. 23). Questo sembra un punto di particolare interesse: proprio nel tempo in cui si parla di ‘società della conoscenza’ e si ipotizza l‘equivalenza tra sapere e potere, «chi è incluso nella conoscenza non è affatto incluso nel potere, che segue una logica propria, autoreferenziale»; l’élite, infatti, ha potere, ma non sufficiente sapere; la ‘classe creativa’, al contrario «è sapiente ma priva di potere» (p. 23). La ‘neoplebe’, d’altra parte, non ha né potere né sapere. 

Dato questo ritratto, i movimenti interni alle varie parti dell’ ‘araba fenice’ nel nostro Paese sono importanti anche e specialmente con riguardo al rapporto tra potere e sapere, poiché sotto questo profilo, il nostro paese mostra gravi ritardi da colmare rispetto ad altri paesi europei, sia per la troppa dilatazione della neoplebe, sia per l’ancora scarsa affermazione della ‘classe creativa’, sia per una élite, collocata nello ‘spazio del comando’,  che non è particolarmente qualificata in termini di formazione (basti dire che per metà essa è composta da persone non laureate).  

Tutti e tre gli strati dunque non riescono a dare al Paese un contributo in termini di conoscenza come quello che sarebbe necessario. Sotto questo profilo, quanto Perulli segnala nel recente contributo di aggiornamento sul nostro Paese, non a caso intitolato Buone notizie dalla società italiana?, assume particolare importanza. Già nel volume si parlava di «drastico calo delle élite» (p. 51). Il pezzo ci informa che l’élite, oltre a essere insufficiente sotto il profilo culturale, è anche numericamente in contrazione, e dunque che il nostro Paese manca in duplice senso di dirigenti e imprenditori (pubblici e privati) che siano all’altezza dei compiti che gravano sul loro ruolo.

Non è difficile capire che questo è il primo buco da riparare. Siamo di fronte a una urgenza, e se ci si interroga sul perché essa si sia determinata, ancora una volta si deve far riferimento ad un’assenza, o almeno una carenza, in termini di ricerca e conoscenza, testimoniate dal fatto che le grandi scuole, i grandi centri di della ricerca e del sapere, le grandi imprese impegnate su questo fronte, nel nostro paese sono stati meno numerosi e poco protagonisti 1.

Questa situazione, anche se al momento è problematica, apre tuttavia spazi per un ricambio generazionale di questo strato sociale, che riesca a colmare il divario rispetto alla media europea. Naturalmente i dati non sono omogenei sul territorio nazionale e in alcune realtà urbane come Milano, Bologna o Torino presentano situazioni più solide, ma denotano comunque una carenza che a livello nazionale si fa sentire. 

Le attese, anche e soprattutto in termini di conoscenze e competenze, sono puntate soprattutto sulla classe creativa, che è invece una classe numericamente in espansione e protesa verso il futuro: composta da persone con alta formazione, prevalentemente giovani, e con un’ampia e ben rappresentata componente femminile, possiede doti di duttilità e apertura che altri strati non hanno.

Le persone che ne fanno parte al momento hanno posizioni lavorative sottodimensionate rispetto alle competenze, o svolgono funzioni alle dipendenze di altri soggetti che utilizzano le loro competenze, appropriandosi immeritatamente dei loro risultati, e hanno registrato una crescita del 23% in un decennio e oggi il loro numero complessivo si aggira sui 7 milioni, a cui vanno aggiunte varie figure di supporto.

Oltre all’alto livello delle competenze in settori chiave come l’informatica, a conferire interesse e credibilità a questa classe contribuisce anche il fatto che essa è operativa sia nel settore privato che in quello pubblico e, non a caso, essa è molto presente a Roma, oltre che nelle città del centro Nord. La sua diffusione su tutto il suolo nazionale equivale a un prezioso fermento per la crescita economica e culturale del paese.

Perulli non si limita tuttavia a plaudire la crescita numerica di questa classe, che le permetterebbe di avvicinarsi ai livelli di altre nazioni europee, ma punta molto più in alto: su un suo ruolo chiave, in qualità di ‘classe generale’ nella società del futuro. In altri termini, raccogliendo una suggestione marxiana, che formulava tale auspicio per la classe operaia, egli pensa che la classe creativa, chiamata ad essere ‘classe generale’, possa assumere su di sé il gravoso compito non solo di emancipare sé stessa, ma di emancipare poi l‘intera società. E infatti, anche rispetto all’amorfa neoplebe, che ammonta al 58% della popolazione lavorativa, le vengono assegnati dei compiti da svolgere e delle prospettive, in modo da sciogliere l’ammasso informe che l’avviluppa, per liberare le energie migliori che si annidano in alcune sue parti.

Questa prospettiva salvifica attribuita alla classe creativa è affascinante, e può contare, tra l’altro, su importanti finanziamenti previsti per istruzione e ricerca, nonché per la digitalizzazione e l’innovazione dal  PNRR,  anche se ciò non assicura la capacità di implementazione da parte dei governi regionali, né necessariamente tali «investimenti incideranno sulla sociografia degli strati, in particolare sulle relazioni tra generi e strati che dipendono anche dalla consistenza e qualità di infrastrutture sociali e di welfare locali» (p. 72 del volume), che sono localizzate in modo molto diseguale.

Al contempo, non possono non vedersi i vari interrogativi e dubbi che accompagnano l’ipotesi della classe creativa che si fa ‘classe generale’. In primo luogo, perché ciò avverrebbe in condizioni molto diverse da quelle che caratterizzavano la classe operaia, che aveva i luoghi in cui essere a stretto contatto e percepire le ragioni della propria identità e della propria missione. La fabbrica come luogo dell’identità di classe era un elemento imprescindibile del quadro marxiano.

La classe creativa è invece quasi l’opposto: estremamente dispersa nei luoghi, candidata a far parte di una ‘galassia cosmopolita’, e profondamente diversificata al proprio interno, perché si muove a ridosso di una miriade di progetti, rivolti in varie direzioni che premiano condotte di tipo individualistico, piuttosto che di tipo collettivo.

Ciò non toglie naturalmente che competenze e progetti propri di questa classe possano essere al servizio di fini e interessi di natura collettiva, in raccordo con finalità politiche, cosa che peraltro già avviene in vario modo nell’attuale realtà. Ma, al momento, le enormi potenzialità di conoscenze tecniche e scientifiche, le grandi riserve di expertise in tutti i campi, giocano a favore del mercato mondiale, piuttosto che a vantaggio dei beni comuni, come auspicherebbero Perulli e Vettoretto.

Esemplare in proposito è il settore giuridico, sempre più differenziato al suo interno, ma in cui la parte più sofisticata è sempre più elaborata nelle segrete stanze di law firm in cui con gli strumenti del diritto si dà un ‘conio al capitale’, secondo l’espressione di K. Pistor, (Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza, Luiss University Press, Roma 2020). 

Dunque sono in gran parte le professioni private a indicare e determinare il corso dell’evoluzione giuridica. D’altra parte, anche l’auspicio a realizzare un raccordo con l’ingombrante presenza della neoplebe non può dare dei frutti se prima non viene fatta maggiore chiarezza sulle varie parti di questa galassia estremamente vasta ed eterogenea al suo interno, e che parla un linguaggio del tutto diverso da quello della classe creativa, come gli stessi autori ci illustrano.


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Note

  1. Sorprende, d’altra parte, che la Francia di Macron, nel 2022 abbia voluto cancellare l’ENA, istituzione spesso giudicata gloriosa per la sua storia di formazione e supporto delle classi dirigenti pubbliche, ma anche private, per sostituirla con L’Institut du service public (Isp). Ma in ogni caso questa vicenda ci ricorda come la formazione culturale delle classi dirigenti abbia oggi bisogno anche di innovazioni e nuovi punti di riferimento, dopo i decenni di globalizzazione.
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