Indagare la disuguaglianza senza le classi sociali

Esistono ancora le classi sociali, i ceti, gli strati? La riflessione sul libro di Perulli e Vettoretto, Neoplebe, classe creativa, élite.

Autore

Alessandro Cavalli

Data

16 Gennaio 2023

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5' di lettura

DATA

16 Gennaio 2023

ARGOMENTO

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Secondo Perulli e Vettoretto nel loro libro Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia‘, nella società attuale la disuguaglianza sociale si presenterebbe in tre grandi comparti: l’élite, la classe creativa e la neo-plebe. L’élite è fatta da coloro che hanno il potere, la classe creativa ha sapere ma non potere, la neo-plebe non ha né potere né sapere. Non si tratta più di ragionare in termini di classi, ceti, strati. Questi termini riflettevano il mondo di ieri, oggi siamo di fronte alla rivoluzione digitale e al mondo globalizzato e anche l’apparato concettuale deve essere innovato.

È un modo nuovo di guardare alla disuguaglianza, oppure è solo un’ingegnosa invenzione semantica? Ho letto il libro di Perulli e Vettoretto portandomi appresso questo dubbio, ma alla fine ho concluso che valeva la pena riflettere sulla soluzione concettuale adottata e cercherò di spiegare il perché. Nell’idea che le società siano comandate da élite (preferisco usare il termine al plurale) non c’è evidentemente niente di nuovo, quello che caratterizza le élite è la loro ristrettezza numerica. Però se coloro che ne fanno parte sono pochi non vuol dire che siano compatti.

Anzi, proprio il contrario, le élite, salvo quando devono confrontare serie minacce rivoluzionarie, tengono ad essere in costante conflitto e, nelle loro lotte, cercano alleanze. Forse quest’idea che il conflitto non sia solo verticale (tra l’alto e il basso), ma anche orizzontale (all’interno degli stessi strati), oltre che orizzontale tra territori, non è adeguatamente tematizzata. 

La ‘nuova classe’ è quella ‘creativa’ e non è un caso che qui gli autori usino proprio il termine ‘classe’, perché si tratta di coloro che innovano sulla base di un sapere nell’ambito della produzione e circolazione di beni, di servizi, di idee e in generale di cultura, sia materiale che immateriale. Classe eterogenea, fatta di forti individualità e quindi non istintivamente propensa all’agire collettivo.

La neo-plebe è la frazione ancor più eterogenea perché è composta da tutti coloro che sono stati tagliati fuori o sono rimasti indietro ed esclusi dai settori di punta, dall’innovazione e che hanno subito le conseguenze della globalizzazione da un lato e della crisi del welfare dall’altro. Sono i perdenti, anche se talvolta nella loro nicchia godono ancora di aree ridotte di rendita e di privilegio. Si tratta di tutti coloro che hanno perso posizioni rischiando di cadere nell’area dei bisognosi di assistenza e carità. Al confine, c’è il proletariato dei servizi: pulizia, assistenza, sanità. Al di sotto ancora, ci sono i sottooccupati, i disoccupati, i NEET e sfortunati vari.

Questo impianto concettuale viene ulteriormente articolato per poterlo applicare sul piano empirico. All’élite e alla classe creativa vengono poi aggiunti i rispettivi ‘ceti di servizio’ che vivono del riflesso della loro ascesa, nel complesso i due tronconi superiori messi insieme arrivano grosso modo al 40% della popolazione. Il restante 60% è costituito dalla neo-plebe. Gli autori hanno buone ragioni per proporre questa articolazione della disuguaglianza in quanto capace di cogliere le nuove faglie prodotte dai processi di globalizzazione e digitalizzazione che spaccano il corpo sociale in inclusi/esclusi, cosmopoliti/locali, concentrati/diffusi. Tutte dimensioni difficili da cogliere partendo dalle impostazioni più tradizionali delle ricerche sulla stratificazione sociale.

Sulla base della classificazione ISTAT delle professioni/occupazioni, gli autori ri-collocano i dati nella loro maglia concettuale e possono così analizzare le variazioni nello spazio e nel tempo di élite, classe creativa e neo-plebe. È questa la parte più ampia e interessante della ricerca che ci permette di cogliere non solo come il profilo della disuguaglianza sia cambiato nei primi due decenni del XXI secolo, ma anche, e soprattutto, come si articoli a livello territoriale per grandi ripartizioni, regioni, provincie, città metropolitane e città minori in un tessuto a maglie anche assai fitte. Il profilo delle singole realtà cittadine che ne viene fuori è ricco e talvolta sorprendente. Che le grandi ripartizioni, Nord-Ovest, Nord-Est, Sud e isole, siano a loro volta molto differenziate al loro interno emerge con notevole chiarezza.

Chi fosse interessato può scoprire dove si colloca il luogo dove vive o dove vuole vivere.  L’operazione è utile per vedere il locale in un’ottica più ampia, fino al globale. Il capitolo finale offre infatti l’opportunità di inserire il caso italiano in un quadro comparativo internazionale dal quale risultano affinità e differenze. Ce n’è per tutti, per chi voglia capire cosa sta succedendo nella sua città, nella sua provincia, nella sua regione, nel paese, nell’Europa e nel mondo. 

A cosa serve questa operazione di riclassificazione delle forme della disuguaglianza? A me sembra che serva a porsi la seguente domanda: come si può articolare un’offerta politica capace di aggregare la frammentazione di una domanda sociale così variabile nel tempo e nello spazio? Ovviamente è una domanda alla quale gli scienziati sociali, in quanto tali, non sono in grado di dare risposta, ma possono dare delle piste di riflessione sulla base di una dettagliata analisi della realtà.  Gli autori suggeriscono (o auspicano) un’alleanza tra la classe creativa e settori della neo-plebe. Non azzardo previsioni. Però, come cittadini in quanto attori politici, anche gli scienziati sociali possono indicare le grandi sfide unificanti capaci di superare la frammentazione: la guerra e la pace, la sostenibilità ambientale, la riduzione delle disuguaglianze a tutti i livelli, dal proprio comune al pianeta terra e all’intera umanità. Ma da qui si apre un altro discorso.


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