Democrazia in crisi. Una questione anche organizzativa
Nel 2024, per la prima volta nella storia recente, più della metà della popolazione mondiale si è recata alle urne nello stesso anno. Eppure, paradossalmente, i paesi classificati come democrazie complete non rappresentano più la maggioranza. L’arretramento democratico non riguarda solo regimi apertamente autoritari: tocca società con radici liberali profonde, come la Germania e gli Stati Uniti, segnate da polarizzazione crescente e da una crisi di fiducia nelle istituzioni rappresentative. È in questo contesto che un recente articolo pubblicato su Organization Theory — firmato da Sébastien Mena, Johanna Mair e Ignas Bruder (2026) — pone una domanda che sembra ovvia e si rivela invece radicalmente aperta: che cosa intendiamo per democrazia negli studi di management e organizzazione? La risposta degli autori è illuminante. La democrazia, mostrano, è un concetto quasi sempre implicito nel pensiero organizzativo: richiamata come sfondo, invocata come valore, ma raramente teorizzata come pratica. E quando viene teorizzata, accade quasi invariabilmente in una sola versione, quella liberale, che la riduce a un ambiente istituzionale esterno, un contenitore entro cui le organizzazioni operano, non un principio che le attraversa dall’interno. La sfida democratica del nostro tempo, tuttavia, non si gioca solo nella cabina elettorale. Si gioca dentro le forme organizzative con cui produciamo, distribuiamo, curiamo, decidiamo. Tutto ciò chiama in causa in modo diretto e urgente la soggettualità dell’economia sociale e in particolare il suo funzionamento.
Il mutualismo non è uno statuto, è un metodo
Il neo-mutualismo è stato a lungo letto, anche da chi lo pratica, come una questione di fini: la prevalenza della persona sul capitale, il radicamento territoriale, la finalità mutualistica o di interesse generale. Questa lettura è necessaria ma non sufficiente. La vera sfida del mutualismo nel XXI secolo riguarda i mezzi, il metodo democratico con cui le organizzazioni dell’economia sociale si governano, decidono, distribuiscono potere e valorizzano la conoscenza diffusa dei propri membri e comunità. Un’organizzazione può dichiarare il primato della persona e una governance democratica, tuttavia può replicare internamente logiche di concentrazione del potere, isomorfismo gestionale, subordinazione della partecipazione alle esigenze dell’efficienza. In questo caso la forma è mutualistica, ma il metodo, no. Il mutualismo come metodo postula invece che la democrazia sia un principio organizzativo, che si manifesta in modo concreto:
- nel modo in cui si prendono le decisioni quotidiane, non solo nelle assemblee annuali;
- nella distribuzione dell’autorità e nella valorizzazione della competenza diffusa;
- nella gestione del conflitto, trattato come risorsa e non come anomalia da eliminare;
- nella struttura degli incentivi, che rispecchia o contraddice i valori dichiarati;
- nella qualità della deliberazione interna, che trasforma le preferenze attraverso il confronto argomentato.
Il framework proposto da Mena et al. (2026) distingue quattro tradizioni democratiche, liberale, repubblicana, deliberativa, agonistica, e mostra come ciascuna implichi un modello organizzativo diverso. La prospettiva repubblicana è quella più vicina all’anima profonda del mutualismo: non la semplice assenza di interferenza (libertà da), ma la libertà attiva di partecipare alla formazione della volontà collettiva (libertà di). La prospettiva agonistica aggiunge qualcosa di ancora più scomodo: il conflitto non è un’anomalia da superare attraverso il consenso, ma una forma di vitalità democratica che le organizzazioni devono saper ospitare senza dissolverla. Minoranze e voci dissenzienti non sono problemi di governance: sono indicatori di salute democratica.
La biodiversità istituzionale non basta
C’è un secondo livello su cui il contributo di Mena et al. interpella direttamente l’economia sociale: quello dell’impatto verso l’esterno. Gli autori chiamano questo fuoco analitico inside-out, la capacità delle organizzazioni di influenzare attivamente i sistemi democratici nei quali operano. Non si tratta solo di lobbying o advocacy: si tratta di qualcosa di più profondo, che l’economia sociale ha sempre intuito ma non sempre sistematizzato. La narrazione dominante sull’economia sociale si è concentrata sulla biodiversità istituzionale, la presenza accanto alle imprese capitalistiche di cooperative, imprese sociali, fondazioni, associazioni, come se la sola pluralità delle forme giuridiche fosse sufficiente a garantire un’alternativa sistemica. Ma la biodiversità delle forme non basta, se non è accompagnata da una biodiversità dei metodi e da una capacità attiva di trasformazione del contesto. Un’organizzazione di economia sociale che ha perso il contatto con la propria constituency, che delega la partecipazione a momenti rituali, che non trasferisce le proprie pratiche deliberative nei territori in cui opera, è un’organizzazione che produce isomorfismo invece di trasformazione. Al contrario, quando l’economia sociale è all’altezza della propria vocazione, genera effetti di contaminazione democratica che vanno ben oltre i propri confini:
- diventa luogo pedagogico di partecipazione per soci, lavoratori, comunità beneficiarie;
- costruisce istituzioni intermedie che aumentano la capacità deliberativa dei territori;
- produce fiducia generalizzata, risorsa fondamentale per qualsiasi democrazia vitale;
- prefigura forme alternative di organizzazione economica, dimostrando che efficienza e democrazia non sono in contraddizione.
Questo è il senso più profondo del welfare generativo: non erogare servizi in modo partecipato, ma attivare processi che aumentano la capacità delle persone e delle comunità di governare le proprie condizioni di vita. Non redistribuzione, ma co-produzione di capacità democratiche.
Management democratico: la sfida organizzativa concreta
Riconoscere che la democrazia è un metodo organizzativo e non solo un valore statutario apre una sfida molto concreta per il management dell’economia sociale. Non basta garantire processi deliberativi, assemblee, consigli di amministrazione con rappresentanza plurale, commissioni tematiche, se poi la gestione quotidiana, i sistemi di controllo e le dinamiche di leadership replicano logiche gerarchiche e aggregative. La ricerca di Mena et al. aiuta a rendere esplicite alcune domande che ogni organizzazione dell’economia sociale dovrebbe porre a se stessa:
- Chi è il “demos” della mia organizzazione? Solo i soci formali, o anche i lavoratori, gli utenti, le comunità con cui interagisco?
- Quali decisioni vengono prese in modo genuinamente partecipativo e quali sono riservate al management tecnico, con la partecipazione ridotta a ratifica?
- Come vengono gestiti il conflitto e il dissenso? Attraverso meccanismi che li rendono produttivi, o dinamiche che li soffocano in nome della coesione?
- Quali pratiche deliberative vengono esportate verso l’esterno, contribuendo a costruire ecosistemi democratici nei territori?
Queste non sono domande retoriche, sono domande necessarie per sostanziare la misurazione del valore generato. L’impatto democratico delle organizzazioni dell’economia sociale, la loro capacità di essere, prima ancora che attori economici, laboratori di democrazia vissuta, deve poter essere misurata e valorizzata fino a diventare parte integrante dei sistemi di rendicontazione sociale. Una prospettiva necessaria che va oltre la mera “compliance”.
Verso un’economia sociale che trasforma, non solo che include
La posta in gioco è dunque questa: l’economia sociale non può più accontentarsi di essere diversa per statuto. Deve diventare diversa per metodo, e deve avere la consapevolezza che il management non è mai neutro rispetto alla democrazia. Ogni modello organizzativo incorpora una teoria del potere, una concezione del soggetto, una risposta implicita alla domanda: chi governa, come, e per chi? Il neo-mutualismo (mutualismo del XXI secolo) ha il compito di rendere questa risposta esplicita, praticabile e misurabile. La democrazia non aspetta fuori dalla porta delle organizzazioni: si costruisce, o si demolisce, dentro di esse, ogni giorno, nelle pratiche di governance, nei modelli di leadership, nella qualità della deliberazione collettiva. E si irradia verso l’esterno, contaminando i contesti, producendo istituzioni intermedie, educando alla partecipazione attraverso l’esperienza concreta del lavoro e della cura condivisi. L’economia sociale, in questa prospettiva, non è una nicchia del sistema economico. È un laboratorio del sistema democratico. Un laboratorio che deve avere il coraggio di valutarsi non solo per i servizi che produce o per i bilanci che chiude in pareggio, ma per la democrazia che genera, dentro le proprie mura e oltre.
Riferimenti bibliografici
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