Il pensiero economico liberale ha costruito il proprio architrave concettuale attorno alla promessa dell’abbondanza espandibile. Da Adam Smith, con la metafora della mano invisibile capace di trasformare l’interesse privato in benessere collettivo, a David Ricardo e la teoria dei vantaggi comparati, sino alle sintesi neoclassiche del tardo Novecento, la tradizione dominante ha configurato il mercato come uno spazio tendenzialmente aperto, autoreferenziale, generatore di ricchezza aggregata attraverso la libera circolazione di merci, capitali e lavoro.
È precisamente da questa promessa e dal suo sistematico tradimento storico, che prende le mosse il saggio di Arnaud Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine (Einaudi 2026, trad. Alessandro Manna, pp. 288, € 28,00). Orain è storico ed economista, Directeur d’Études all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS), Centre de Recherches Historiques.

La tesi del libro è tanto lineare nella formulazione quanto destabilizzante nelle implicazioni: esiste, accanto al capitalismo liberale, una forma strutturalmente ricorrente di organizzazione economica che Orain denomina “capitalismo della finitudine”. Di fatto un sistema che non si fonda sulla fiducia nell’espansione illimitata, bensì sulla consapevolezza che le risorse del Pianeta siano finite, contese, e dunque da conquistare prima degli altri. L’economia, in questa configurazione, smette di essere un gioco a somma positiva e diventa un gioco a somma zero: ciò che un attore guadagna, un altro lo perde. Una discontinuità epistemica rispetto all’ortodossia smithiana, ma anche rispetto al pensiero di Marx che aveva già indagato l’accumulazione originaria come espropriazione violenta di risorse e territori, e teorizzato la frattura tra capitalismo e natura. Ciò che Orain aggiunge è tuttavia un’architettura analitica distinta: la tesi di una ciclicità strutturale con l’alternanza tra fasi liberali e fasi della finitudine, in cui è la percezione della scarsità, prima ancora della scarsità stessa, a generare le dinamiche predatorie.
La genealogia del concetto è rigorosa nel saggio. Orain procede per comparazione strutturale tra fasi distinte, non per semplice analogia. Il primo nucleo del capitalismo della finitudine si forma tra il XVI e il XVII secolo, nella competizione tra le potenze europee per il controllo dei mari e delle colonie. Le Compagnie delle Indie (olandesi, britanniche, francesi) erano imprese commerciali ma anche entità ibride, proto-statali, che esercitavano funzioni sovrane (giustizia, moneta, esercito) in regime di monopolio, replicando nella struttura giuridica quella concezione assolutistica della sovranità che Jean Bodin aveva elaborato teoricamente e che Richelieu aveva declinato in chiave di potenza. Il mercantilismo, come sistema di pensiero economico, costituisce in questo senso il referente teorico originario del “capitalismo della finitudine”: gli attori non operano in un regime di libera concorrenza, ma sotto il controllo delle bilance commerciali, dove vige accumulazione, protezionismo e dominio marittimo. Gustav Schmoller e William Cunningham, critici ottocenteschi dell’ortodossia liberista, avevano già intuito che la narrativa del libero scambio difesa da Richard Cobden sino all’abolizione delle Corn Laws (1846) era storicamente contingente e non universale.
La seconda emergenza del “capitalismo della finitudine” si colloca tra il 1880 e il 1945, nell’età dell’imperialismo classico. La corsa coloniale di fine Ottocento, i patti coloniali che costringevano le colonie a commerciare esclusivamente con le proprie metropoli, il rafforzamento progressivo delle marine militari: Orain rilegge tutto questo attraverso le dottrine di Alfred Thayer Mahan, teorico del sea power e padre della geopolitica navale moderna, per il quale la grandezza di una nazione si misura sul controllo delle rotte marittime. Dinamiche che trovano il loro sbocco più estremo negli anni Trenta, con il Lebensraum nazionalsocialista, paradigma ultimo di una logica spaziale dell’accaparramento. Tutto ciò rimanda alla tesi di Karl Polanyi, spesso citato nel saggio da Orain, in La grande trasformazione (1944): il liberalismo economico porta in sé i germi della propria dissoluzione, generando le forze che lo distruggono. In sintesi, ogni ciclo liberale produce, strutturalmente, un ritorno predatorio.
Il terzo atto è il presente. In questa sezione il saggio acquisisce la propria urgenza più bruciante. La competizione globale per le materie prime critiche (tra cui terre rare, litio, cobalto) per i corridori energetici, le infrastrutture digitali e lo spazio extra-atmosferico riproduce, in forma tecnologicamente amplificata, la stessa logica dei silos imperiali seicenteschi. Il reshoring produttivo, il friendshoring delle catene del valore, le politiche di rinazionalizzazione strategica di settori ritenuti sensibili sono espressioni strutturali di un capitalismo che ha interiorizzato la finitezza come premessa operativa. Il capitalismo di Stato, nella sua variante cinese, ma in forme diverse anche in quella statunitense e ora europea, riattualizza la figura dello Stato-imprenditore, entità che utilizza il mercato come strumento e non come fine.
La novità più allarmante che Orain segnala riguarda le imprese capitalistiche di nuova generazione dotate di attributi sovrani: piattaforme come Starlink, Meta e X, citate esplicitamente dall’autore, che hanno acquisito il controllo dello spazio pubblico, delle comunicazioni satellitari, delle infrastrutture digitali e dei sistemi informativi globali, replicando in chiave tecnocratica il modello delle Compagnie delle Indie. I loro dirigenti, da Elon Musk a Mark Zuckerberg, operano ormai come capi di Stato, intervengono in crisi diplomatiche e belliche e ridefiniscono le regole della sfera pubblica. È il tecno-capitalismo della finitudine: una fase in cui la visione messianico-tecnologica, la tecnica come soluzione definitiva ai limiti del pianeta e il progresso come esito inevitabile dell’accelerazione, si rivela, al netto della retorica, come una nuova forma di appropriazione monopolistica delle risorse ultime: dati, attenzione, infrastrutture cognitive. Sul piano filosofico, questa visione affonda le radici nell’anarco-capitalismo e nel libertarismo radicale, da Friedrich Hayek a Murray Rothbard fino all’oggettivismo di Ayn Rand, declinati in chiave tecnologica dai nuovi oligarchi della Silicon Valley: un’ideologia che esalta il monopolio privato come esito naturale della concorrenza e considera la sovranità democratica un residuo storico e politico obsoleto da superare. La promessa salvifica della tecnocrazia non è, nella lettura di Orain, che il volto contemporaneo dell’idéologie du progrès illimité già smontata dalla storia. Thomas Piketty, nella nota di copertina, ha colto il nervo del libro: il capitalismo autoritario e predatorio non è un’aberrazione, ma la norma ricorrente. Il neoliberismo, come sottolinea Orain in dialogo con Polanyi, ha distribuito potere industriale a nuovi rivali sistemici, la Cina in primo luogo, che ora sfidano l’egemonia americana sulle stesse rotte e per l’accaparramento delle stesse risorse che il ciclo liberale aveva contribuito a rendere accessibili. Trump e Xi Jinping sono i volti attesi di un capitalismo che, percepita la finitezza, sceglie la cattura piuttosto che la cooperazione.
Il libro lascia aperta la domanda che conta davvero e che è di ordine antropologico prima ancora che economico: se la consapevolezza collettiva dei limiti del Pianeta possa diventare il fondamento di un nuovo contratto sociale, o se la scarsità, percepita come destino e non come condizione, sia strutturalmente destinata a riprodurre, in forme sempre più sofisticate, la logica arcaica della guerra per l’ultima risorsa. In assenza di istituzioni capaci di governare la finitudine, il rischio è che essa non diventi una premessa politica condivisa ma il combustibile di nuovi conflitti distributivi, questa volta senza frontiera da attraversare e senza riserva da scoprire.