La forza dell’invisibile (Mimesis, collana Eterotopie, 2025, €24,00) è un libro che nasce da un innesto non scontato: quello fra la ricerca sul campo di taglio antropologico e l’analisi giuridica di un contenzioso reale, la vicenda della comunità kichwa di Sarayaku contro lo Stato ecuadoriano, sfociata nella storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani del 2012. Federica Falancia — giurista, antropologa, ricercatrice del Cedeuam all’Università del Salento — ha vissuto per periodi prolungati nella comunità amazzonica, e il libro porta i segni di questa immersione: non è un trattato scritto a tavolino sulla base di sentenze e articoli, ma un testo ibrido che alterna la voce autoriale, i diari di campo, le trascrizioni di conversazioni con leader e sciamani (yachak) della comunità, e capitoli di ricostruzione giuridica rigorosa. Il risultato è un libro che si legge come reportage, monografia scientifica e, in alcuni passaggi, come diario esistenziale.

La struttura, in quattro parti precedute da un ricco apparato di prefazioni (Michele Carducci, Luca Jourdan, Adriana Rodriguez Salazar) e dalla riproduzione integrale della Dichiarazione Kawsak Sacha, accompagna il lettore dall’arrivo a Sarayaku e dalla descrizione dell’ontologia nativa (Sumak Kawsay, Kawsak Sacha — la Selva Vivente), attraverso l’architettura della giustizia ancestrale e dell’autonomia statutaria della comunità, fino alla ricostruzione dettagliata del caso giudiziario e delle sue “innovazioni” (diritti collettivi, diritto alla consulta previa), per chiudere con una riflessione più teorica sul ruolo dell’antropologia giuridica e sulla controversa categoria dei “diritti della natura” (Rights of Nature, RON).
Ciò che distingue immediatamente il libro da una monografia accademica standard è la scelta di non dissimulare la posizione dell’autrice. Falancia racconta la propria formazione giuridica, le proprie resistenze iniziali verso linguaggi “troppo new age”, la paura prima della partenza, l’ammissione progressiva alle cerimonie familiari, l’assunzione di wayusa e ayahuasca — passaggi che in un testo scientifico “puro” sarebbero stati espunti, e che qui restano, rivendicati come parte del metodo. Ne discende una scrittura a due registri: da un lato una prosa analitica, doviziosa di riferimenti normativi (articoli della Costituzione ecuadoriana del 2008, Convenzione OIL 169, giurisprudenza della Corte Interamericana), dall’altro una prosa più letteraria, quasi lirica, quando si tratta di restituire il paesaggio del fiume Bobonaza o le voci dei protagonisti sarayaku. L’autrice stessa, nell’introduzione, parla di un “equilibrio tra elementi diversi”, e in gran parte del libro questo equilibrio tiene, anche se in alcuni passaggi — soprattutto nelle Conclusioni, con le riflessioni sulla simpoiesi, su Gaia, sulla “voce del cuore” — il registro si sposta verso un tono più militante ed evocativo, che alcuni lettori di formazione strettamente giuridica potrebbero percepire come una perdita di distanza critica.
Per inquadrare correttamente il valore del testo è utile collocarlo in almeno tre filoni che negli ultimi vent’anni si sono progressivamente intrecciati.
Il primo è quello della letteratura giuridica sui diritti della natura, un campo che ha preso slancio dopo la Costituzione ecuadoriana del 2008 (prima al mondo a riconoscere la Natura come soggetto di diritto) e la legge boliviana sulla Madre Terra, e che si è arricchito di casi comparativi ormai canonici: il fiume Whanganui in Nuova Zelanda (2012), il fiume Atrato in Colombia (2016), il Ganga e la Yamuna in India (2017), il Mar Menor spagnolo (2022). Falancia conosce bene questa letteratura — cita Alberto Acosta, Eduardo Gudynas, Ramiro Ávila Santamaría, Eugenio Raúl Zaffaroni, il lavoro comparativo di Silvia Bagni sui casi indiano e colombiano — e la usa non per costruire un catalogo di precedenti, ma per posizionare criticamente il caso Sarayaku dentro il dibattito, comprese le critiche più severe al paradigma RON (il rischio di occultare le radici coloniali del concetto di “natura”, la possibile tensione con i diritti umani indigeni già codificati, l’essenzializzazione delle culture native). Questo posiziona il libro un gradino sopra la pubblicistica divulgativa sul tema, spesso più celebrativa che analitica.
Il secondo filone è quello dell’antropologia dell’ontologia, la cosiddetta “svolta ontologica” di cui sono normalmente considerati esponenti Philippe Descola (esplicitamente citato e utilizzato, con riferimento a La Selva Culta sugli Achuar, vicini di casa dei sarayaku), Eduardo Viveiros de Castro e Bruno Latour. Falancia si muove in questo territorio senza però risolversi in un saggio di teoria antropologica: la sua etnografia resta concreta, situata, arricchita da microstorie familiari (i Gualinga, lo sciamano Don Sabino, il figlio Juan, il fratello José) più che da elaborazioni concettuali autonome.
Il terzo filone, meno dichiarato ma percepibile, è quello della scrittura di viaggio impegnata — un genere che va dalle etnografie militanti latinoamericane ai reportage giuridico-ambientali, in cui la voce dell’autrice-testimone diventa essa stessa elemento di prova e di racconto. In questo senso il libro dialoga (più per temperamento che per esplicito riferimento bibliografico) con la tradizione dei lavori di Eduardo Kohn (How Forests Think) o con la produzione di autori come Boaventura de Sousa Santos, citato nel testo a proposito del pluralismo giuridico, senza però scivolare nell’accademismo di quest’ultimo.
Rispetto a questo panorama, l’originalità del libro di Falancia si può individuare in almeno quattro punti precisi.
Primo: la scelta di analizzare non genericamente “i diritti della natura in Ecuador”, ma di seguire un solo caso — quello sarayaku — con una profondità etnografica rara. Come segnalano sia Jourdan che Carducci nelle rispettive prefazioni, la maggior parte degli studiosi si è fermata a El Puyo, la città-avamposto amazzonica; pochissimi ricercatori (Falancia cita esplicitamente solo il finlandese Anders Sirén come precedente comparabile) hanno vissuto realmente all’interno della comunità, partecipando a cerimonie familiari e alle riunioni del governo tradizionale (Tayjasaruta).
Secondo: la centralità data alla perizia antropologico-giuridica e all’amicus curiae come strumenti tecnici che hanno permesso la “traduzione” dell’ontologia sarayaku in categorie comprensibili alla Corte Interamericana. Questo è probabilmente il contributo più originale e specificamente giuridico del libro: non si limita a descrivere l’esito della sentenza, ma ricostruisce il meccanismo procedurale attraverso cui un sapere “altro” è riuscito a produrre effetti nel diritto positivo occidentale.
Terzo: l’insistenza — soprattutto nelle Conclusioni — sul fatto che il riconoscimento costituzionale dei diritti della natura resti, nella pratica ecuadoriana, subordinato alla violazione di diritti umani già acquisiti, e che la Natura “esista giuridicamente solo quando è violata”. È un’osservazione critica che smonta parte dell’entusiasmo internazionale attorno al caso ecuadoriano, e che l’autrice sviluppa con onestà intellettuale, senza nascondere le contraddizioni non risolte (la sentenza costituzionale del 2023 e l’esplosivo ancora sepolto nel territorio sarayaku ne sono la prova più concreta).
Quarto, e forse il tratto più distintivo: il libro non si presenta come uno studio “su” i sarayaku, ma esplicitamente come un tentativo di dare voce a un soggetto — Kawsak Sacha, la Selva Vivente — che “non si esprime con le nostre parole”. Questa posizione, dichiarata fin dall’introduzione, spiega la scelta stilistica ibrida e giustifica anche le pagine più liriche o meno “giuridiche” del testo: non sono un cedimento retorico, ma parte del progetto dichiarato di traduzione interculturale.
La forza dell’invisibile è un libro che si segnala per la rarità della sua fonte empirica (una permanenza prolungata e realmente partecipata nella comunità), per il rigore con cui affronta uno dei dibattiti giuridici più attuali — la soggettività giuridica della natura — senza cedere all’entusiasmo acritico che spesso accompagna questo tema, e per l’onestà con cui l’autrice espone la propria posizione di osservatrice coinvolta. È un contributo che si colloca a pieno titolo nel filone degli studi su diritti della natura e pluralismo giuridico latinoamericano, ma che se ne distingue per la densità etnografica e per la scelta, non banale, di lasciare che a parlare, per ampi tratti, siano gli stessi protagonisti sarayaku.