«La nostra terra, il nostro oceano e la nostra cultura sono i beni più preziosi del nostro popolo e, per mantenerli al sicuro da ogni minaccia, qualunque cosa accada nel mondo fisico, li trasferiremo nel cloud».
Con queste parole, pronunciate nel 2022 in un video1 inviato alla COP27 di Sharm el-Sheikh, l’allora ministro degli Esteri di Tuvalu, Simon Kofe, presentava al mondo l’iniziativa della nazione digitale. Era un messaggio destinato a lasciare il segno: un intero Paese che, minacciato dall’innalzamento del mare, dichiara di voler trasferire online la propria identità per non scomparire.
Un arcipelago a rischio sommersione
Tuvalu è un piccolo Stato insulare del Pacifico con poco più di 12.000 abitanti. Gli atolli che lo compongono si trovano appena sopra il livello del mare e sono particolarmente vulnerabili all’erosione costiera, alle inondazioni durante le maree eccezionali e all’innalzamento degli oceani. Qui gli impatti della crisi climatica non sono scenari futuri, ma realtà quotidiane che mettono a rischio case, infrastrutture e lo stesso concetto di sovranità nazionale2. Secondo le proiezioni della NASA3, entro il 2050 la maggior parte della massa terrestre e delle infrastrutture critiche del Paese potrebbe trovarsi al di sotto del livello dell’attuale alta marea, rendendo ancora più urgente la ricerca di soluzioni di adattamento.
Di fronte a questa prospettiva, il governo ha avviato diverse strategie complementari. Da un lato, con l’iniziativa della Digital Nation, Tuvalu ha scelto di preservare archivi, istituzioni e identità culturale in formato digitale, per continuare a esistere come soggetto politico e giuridico anche in uno scenario estremo di inabitabilità delle proprie terre.
Dall’altro, sono stati avviati progetti concreti di adattamento fisico, come il Tuvalu Coastal Adaptation Project (TCAP), finanziato dal Green Climate Fund. Il programma prevede barriere costiere e la creazione di nuove superfici sopraelevate per ridurre il rischio di inondazioni: nel 2023 è stata completata a Funafuti, capitale della piccola nazione, una piattaforma di circa 7,8 ettari progettata per resistere alle maree eccezionali, mentre altri tratti di costa vengono rafforzati con opere di protezione. L’obiettivo è duplice: proteggere le comunità nel breve periodo e guadagnare tempo prezioso per pianificare il futuro.
Parallelamente, sul piano diplomatico, Tuvalu ha cercato soluzioni anche oltre i propri confini. Nel 2023 è stato firmato con l’Australia il Falepili Union Treaty, entrato in vigore l’anno successivo. Il trattato prevede un canale regolare di migrazione climatica pianificata: ogni anno 280 cittadini tuvaluani potranno trasferirsi stabilmente in Australia, con accesso a sanità, istruzione, lavoro e la possibilità di ottenere la cittadinanza. È la prima volta che la migrazione non viene affrontata come emergenza, ma come strumento di adattamento programmato: un accordo che unisce gradualità e diritti, offrendo prospettive concrete in un contesto di crescente vulnerabilità ambientale.
Luglio 2025 ha rappresentato una data storica per Tuvalu. Con l’apertura del primo bando dei climate visa, più di 5.000 persone, quasi metà della popolazione nazionale, hanno presentato domanda. È l’avvio di un programma di migrazione climatica unico al mondo, pianificato e legale, che apre una nuova fase nelle discussioni internazionali.
Migrazioni climatiche: un fenomeno globale
L’esperienza di Tuvalu non è soltanto un fatto locale: rappresenta un esempio concreto di come la mobilità possa diventare una forma di adattamento programmato agli impatti climatici.
Ma cosa accade nel resto del mondo? I numeri globali mostrano che gli spostamenti legati al clima non sono un’eccezione, bensì una tendenza crescente che riguarda milioni di persone.
Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC4), nel 2023 oltre 26 milioni di persone sono state costrette a spostarsi all’interno dei propri Paesi a causa di disastri naturali. A fine anno, gli sfollati interni erano quasi 76 milioni di persone, di cui circa 7,7 milioni direttamente legati a eventi climatici. Nel 2024 la cifra ha raggiunto un nuovo record: più di 83 milioni di sfollati interni, con quasi 10 milioni legati a eventi meteo estremi. In Africa la crescita è stata particolarmente evidente: dal 2009 a oggi, gli sfollati climatici sono aumentati di sei volte, passando da poco più di un milione a oltre 6 milioni. Qui le inondazioni sono responsabili di circa il 75% degli spostamenti.
Guardando al futuro, il rapporto Groundswell5 della Banca Mondiale stima che entro il 2050 potrebbero essere fino a 216 milioni le persone costrette a migrare all’interno dei propri Paesi a causa degli impatti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Lo stesso rapporto, però, evidenzia anche un dato incoraggiante: politiche efficaci di mitigazione e sviluppo sostenibile potrebbero ridurre queste cifre fino all’80%, dimostrando che la portata del fenomeno dipende in larga parte dalle scelte politiche e dagli investimenti che i governi decideranno di intraprendere.
Un aspetto cruciale riguarda la natura degli spostamenti. La grande maggioranza avviene entro i confini nazionali, ma in alcuni casi le persone sono costrette a cercare rifugio oltre le frontiere. Nonostante ciò, a livello internazionale non esiste ancora uno status giuridico riconosciuto per i cosiddetti rifugiati climatici. L’UNHCR sottolinea che chi fugge da disastri ambientali può, in determinate circostanze, rientrare nei regimi di protezione già esistenti, ma la mancanza di un quadro normativo specifico resta una delle principali lacune da colmare.
Negli ultimi anni la questione è entrata stabilmente nell’agenda delle Conferenze ONU sul clima (COP). Alla COP21 di Parigi (2015) è stata istituita la Task Force on Displacement, con il compito di formulare raccomandazioni sulla mobilità umana. Alla COP27 di Sharm el-Sheikh (2022) è stato creato lo storico Fondo per Perdite e Danni, destinato a sostenere i Paesi più vulnerabili rispetto a impatti irreversibili, inclusi gli sfollamenti. Alla più recente COP29 di Baku (2024) i negoziatori hanno ribadito la necessità di rafforzare la Task Force e di includere indicatori specifici sulla mobilità umana negli obiettivi globali di adattamento.
Prepararsi oggi per garantire il domani
In vista della COP30 di Belém, il caso di Tuvalu e i dati globali convergono su un punto: la mobilità climatica non è un rischio futuro, ma una realtà già presente. Affrontarla significa includerla nelle politiche di adattamento e nei meccanismi di giustizia climatica, così da garantire protezione e dignità a chi è costretto a muoversi e, al tempo stesso, rafforzare la capacità di risposta delle comunità che accolgono.Tuvalu, con la sua nazione digitale, i progetti di difesa costiera e i primi visti climatici, è diventato un laboratorio di soluzioni. La sua esperienza dimostra che la mobilità può trasformarsi da emergenza a strumento di adattamento, se accompagnata da cooperazione internazionale, finanziamenti adeguati e tutela dei diritti. La sfida per la comunità globale è cogliere questa lezione e tradurla in azioni concrete: ‘prepararsi oggi per garantire il domani’ non è solo lo slogan del progetto di Tuvalu, ma la condizione necessaria per affrontare le sfide poste delle migrazioni climatiche.
Per approfondire:
Rifugiati ambientali o cittadini dell’Antropocene? di Nicola Manghi
Adattarsi alla fine del mondo? La sfida di Tuvalu di Nicola Manghi
Note
- Intervento del ministro degli Esteri di Tuvalu, Simon Kofe, durante la COP27 di Sharm el-Sheikh (novembre 2022), disponibile su YouTube al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=lXpeO5BgAOM&t=1s.
- Con ‘sovranità nazionale’ si intende il potere esclusivo di uno Stato di esercitare la propria autorità sul territorio, sulla popolazione e sulle risorse che gli appartengono, senza interferenze esterne. Nel caso di Tuvalu, la questione è particolarmente rilevante perché il rischio di perdita del territorio fisico solleva interrogativi su come preservare diritti e funzioni statali anche in assenza di un suolo abitabile.
- NASA, Sea level rise projections for Tuvalu, NASA Goddard Institute for Space Studies, 2021.
- IDMC, GRID 2024 – Global Report on Internal Displacement, 2024.
- V. Clement, K.K. Rigaud, A. de Sherbinin, B. Jones, S. Adamo, J. Schewe N. Sadiq, E. Shabahat, Groundswell Part 2: Acting on Internal Climate Migration, World Bank, 2021.