Stavo facendo da guida a una mostra scientifica sull’inquinamento marino quando, osservando un pubblico costituito da un intreccio di sguardi infantili e adulti, mi si è chiarita una verità tanto semplice quanto trascurata: la nostra empatia ecologica è schiava dell’occhio. Ci sentiamo custodi della Terra, o proviamo il morso della colpa per la nostra incuria antropica, solo quando il danno è visibile.
Sappiamo che la Terra è a rischio, eppure la politica continua a calpestare i limiti che essa stessa traccia sulla sabbia, mentre l’indignazione collettiva fatica a superare la linea dell’orizzonte marino. Al contrario, l’indignazione divampa facilmente davanti ai detriti che soffocano le strade, alle ciminiere delle fabbriche o di fronte alle processioni interminabili di lamiera che esalano enormi quantità di CO2.
Eppure, quando lo sguardo incontra la linea dell’orizzonte marino, tutto si fa più evanescente. Quanta plastica fluttua nell’invisibile? Quante reti fantasma, perdute nel blu, si trasformano in trappole e sudari per gli organismi sottomarini e per quegli esseri aviani che, pur appartenendo al cielo, nel mare cercano nutrimento? La nostra ignoranza è profonda quanto i fondali che pretendiamo di descrivere: l’acqua dovrebbe invece esercitare su di noi il fascino sacro delle vestigia di un monumento primordiale. Esiste una poesia metafisica nel pensare che l’acqua con cui ci dissetiamo sia parte di un samsara biologico, un ciclo chiuso che un tempo appartenne ai giganti del Permiano e che oggi garantisce un respiro ogni due del nostro diaframma.
Eppure l’attività umana infligge danni gravissimi all’idrosfera, dall’acidificazione dei bivalvi allo sbiancamento dei coralli, fino all’olocausto silenzioso del by-catch, la cattura accidentale di specie diverse da quelle obiettivo della pesca, che sacrifica ogni anno più di 20 milioni di tonnellate di biodiversità1. È il paradosso di una geografia della conoscenza distorta, dove possediamo mappe dettagliate di Marte, distante 220 milioni di km, ma brancoliamo nel buio a soli 12 km dai nostri piedi, trascurando un’immensa biodiversità posta a una distanza pari allo 0,000005% del tragitto verso il Pianeta Rosso.
Su questo sfondo di fragilità, lo sbiancamento dei coralli si erge a sintomo universale del collasso in corso: non un mero fenomeno cromatico, ma l’agonia di cattedrali sommerse che, pur occupando appena un centesimo del suolo marino, custodiscono il 25% della biodiversità nota. Tali sistemi, oltre a essere laboratori naturali per molecole oncologiche e antinfiammatorie23, agiscono come infrastrutture biogeniche a presidio dei litorali, dissipando l’energia delle masse d’acqua contro l’erosione. Sebbene il pensiero corra spesso alle foreste terrestri, il mare resta l’altro emisfero del nostro respiro, poiché sequestra quantità titaniche di CO2. Basti considerare che la sola pesca a strascico solleva e libera dai fondali marini un miliardo di tonnellate di CO2 l’anno, un impatto paragonabile a quello dell’intera industria aerea mondiale.
Perché, dunque, questa emorragia di consapevolezza? Mi torna in mente un momento della mostra in cui chiesi quale fosse l’animale più prossimo all’oblio. Le risposte furono un catalogo dell’iconografia classica comprendenti panda, tigri, pinguini e altre risposte errate. Quando pronunciai il nome “vaquita”4 gli sguardi si fecero vitrei, incapaci di dare una forma a quel nome. È la focena più piccola del mondo, ridotta oggi allo sconfortante numero di soli 10 esemplari, ed è una vertigine parlare di una creatura che probabilmente svanirà prima che io possa raccontarla alla prossima generazione.
Nemmeno il beauty bias5 – ossia quella distorsione cognitiva per cui l’estetica gradevole di una specie ci spinge istintivamente ad averne maggior cura rispetto a un’altra meno piacevole alla vista – salverà la vaquita: la sua bellezza soccombe al beauty-paradox del mare in cui, nonostante il fascino ancestrale, i suoi ecosistemi restano inintelligibili a causa di una segregazione spaziale insuperabile. Poiché la terra è il luogo dell’esserci e il mare è l’Altrove, questa alterità fisica alimenta un’indifferenza estetica verso chi non respira la nostra aria. È una distanza che esclude i paesaggi alieni dal perimetro della nostra etica, condannando specie invisibili a svanire senza testimoni.
Viviamo nell’epoca dell’Antropocene visuale in cui un’ecatombe esiste solo se produce un’iconografia potente, mentre il collasso degli oceani rimane un dramma “fuori campo” che avviene in un Altrove geografico e sensoriale. Questa apocalisse liquida non possiede il fumo degli incendi né il colore delle selve che bruciano, rendendo la morte di specie come la vaquita un evento isolato e lontano dai circuiti della pietà globale. A differenza dei disastri terrestri, il dramma dell’acqua non fa rumore e non concede nemmeno quel “Grande Silenzio” descritto nella Primavera Silenziosa di Rachel Carson, poiché manca della spettacolarizzazione necessaria a rendere il dolore mediaticamente fruibile. L’assenza di un’estetica della fine condanna così l’oceano all’invisibilità tragica, dove il disastro si consuma senza testimoni proprio perché privo di immagini capaci di saziare la voracità dell’obiettivo.
“Ma noi cosa possiamo fare?” mi chiede uno studente. La risposta non è univoca e benché ridurre l’impatto o sostenere nuove politiche siano passi necessari, il dovere primario resta la testimonianza. Forse, la nostra missione più urgente è proprio questa: raccontare l’invisibile.
Note
- DAVIES RWD, et al. Defining and estimating global marine fisheries bycatch. Marine Policy (2009), doi:10.1016/j.marpol.2009.01.003
- La bioprospezione marina ha già permesso l’isolamento di composti bioattivi rivoluzionari: si pensi alla Citarabina, derivata da spugne marine e utilizzata nel trattamento delle leucemie, o alla Trabectedina, isolata inizialmente dal tunicato Ecteinascidia turbinata per la cura dei sarcomi dei tessuti molli. Anche nel campo antinfiammatorio e antalgico, il mare offre molecole come la Ziconotide, derivata dal veleno del mollusco Conus magus, caratterizzata da un’efficacia superiore alla morfina senza indurre dipendenza. Khalifa SAM, Elias N, Farag MA, et al. Marine Natural Products: A Source of Novel Anticancer Drugs. Mar Drugs. 2019;17(9):491. Published 2019 Aug 23. doi:10.3390/md17090491
- Khalifa SAM, Elias N, Farag MA, et al. Marine Natural Products: A Source of Novel Anticancer Drugs. Mar Drugs. 2019;17(9):491. Published 2019 Aug 23. doi:10.3390/md17090491
- La Vaquita (Phocena sinus) è l’emblema del già citato sacrificio collaterale e invisibile del by-catch, intrappolata nelle reti stese per catturare il Totoaba. E qui la tragedia sfuma nel grottesco: il Totoaba viene sterminato per la sua vescica natatoria, ricercata sul mercato nero asiatico come un elisir miracoloso. È un paradosso biologico che ricalca quello delle corna di rinoceronte in cui si massacra la complessità della vita per venerare del semplice collagene, come se si pretendesse che ingerire capelli umani potesse infondere poteri magici.
- Una distorsione cognitiva che ci spinge a privilegiare la tutela di specie dotate di un’estetica antropocentricamente gradevole. Questa tendenza catalizza le risorse economiche verso la cosiddetta megafauna carismatica, eletta a simbolo di una natura rassicurante e visivamente accessibile a scapito della biodiversità meno appariscente