Acqua a perdere: consumismo idraulico

Autore

Giuseppe Santagostino

Data

26 Dicembre 2022

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6' di lettura

DATA

26 Dicembre 2022

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Clima

Acqua

Ambiente

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Il clima è al tempo stesso statistica ed evoluzione: se osserviamo il mondo da un punto di vista idraulico non possiamo trascurare in alcun modo né le quantità raccontate dai numeri, né quelle che ci aspettiamo dalla tendenza attesa, perché quei numeri raccontano di quale terra e di quali canali siano necessari dove i suoli e le infrastrutture esistenti da soli non bastano.

Nella realtà delle cose accade invece che queste quantità, in gran parte note per via di dati storici e con buona approssimazione prevedibili per via dei fenomeni di maggior ampiezza attuali, diventano invece residuali rispetto ad altre priorità che, direttamente o indirettamente, modificano il nostro ambiente assegnando così all’acqua il ruolo dello scomodo ospite importuno da allontanare a qualsiasi costo quando si manifesta, con costi crescenti e improduttivi rispetto ad una più razionale programmazione.

Allagamenti in caso di piogge intense, risalita della falda ai livelli storici, dissesto idrogeologico legato all’abbandono dell’agricoltura montana, siccità prolungate amplificate da regimi di temperature abbastanza ignote, inquinamento delle falde a causa dell’attività umana, subsidenze per i prelievi, senza considerare le modificazioni nei consumi individuali, agricoli e industriali che rendono così insufficienti le infrastrutture realizzate nel corso dei secoli 1.

L’acqua è diventata così antipatica e oltremodo energivora non tanto per sopraggiunte colpe proprie quanto piuttosto per indolenza nostra che la usiamo male e non sappiamo vedere come i problemi, in gran parte generati dalle trasformazioni da noi indotte, nascondano opportunità e non solo i danni che conosciamo.

Per quanto l’acqua venga giù dal cielo anche da noi, spesso in modo sin troppo abbondante, l’acqua con la quale ci rapportiamo giunge prevalentemente da lontano: in particolare per quel che riguarda la Pianura Padana oltre al ripascimento delle falde per via piovana anche dai sistemi montuosi (alpini, prealpini e appenninici) che la circondano.

La montagna settentrionale ha assistito negli ultimi 50 anni ad un processo inarrestabile di spopolamento a favore del fondovalle e delle città; ciò ha portato all’abbandono delle tre principali attività montane, uniche fonti di sostentamento prima che il turismo ne apportasse una quarta: pascolo, coltivazione e cura del bosco.

Il problema solo apparentemente politico, sociologico e antropologico è anche idraulico perché l’abbandono delle attività quotidiane ha comportato un contestuale abbandono delle pratiche conservative del territorio a partire dalle strade e dagli scoli di difesa ma ancor più delle pratiche di coltivazione a ceduo dei boschi.

L’abbandono attuale a favore di un rimboschimento involontario si sovrappone in molte parti d’Italia con gli effetti dei disboscamenti predatori post-unitari, come ben raccontato da Emilio Sereni 2: a partire dal 1860 molte aree appenniniche e della Sardegna vengono spogliate dei boschi a favore dell’impiego del legname nella produzione di carbone e di prodotti per la costruzione di ferrovie e edifici, tanto che nel 1890 risultavano depauperati dal legname ben due milioni di ettari, impoverendo nel contempo le economie di sussistenza montane e la tenuta idraulica dei declivi.

In un lavoro assai puntuale commissionato dalla Regione Lombardia per studiare gli effetti sulla stabilità di un territorio montano indotti dai fenomeni di modificazione incontrollata operata dalla Natura sui boschi precedentemente coltivati a castagno (ribaltamento delle ceppaie e mortalità della popolazione con successiva rigenerazione), si possono trarre due considerazioni universali assai interessanti per il governo delle acque:

  • La Natura trova sempre un suo equilibrio, ma questo non solo non è mai locale tendendo invece a ripercuotersi in modo progressivo al circondario e inevitabilmente a valle, ma è anche fortemente instabile, apportatore di smottamenti e impaludamenti;
  • La vita media delle piante nei boschi non è troppo distante da quella indicata dalla stessa Regione Lombardia nella ceduazione (35 anni in natura, 25 nelle raccomandazioni) ma la natura della radicazione differisce molto se il ceduo è operato dall’uomo o avviene per avvicendamento naturale. A questo si somma che gli effetti dei ribaltamenti legati alla caduta delle piante si rivelano una via di penetrazione preferenziale in profondità per le acque piovane: la risultante di queste due modificazioni ‘involontarie’ è quello di indurre minore assorbimento superficiale delle acque a causa dell’invecchiamento delle piante, formazione di falda e infiltrazione nelle zone di ribaltamento.

L’abbandono del bosco e l’invecchiamento delle piante con ceduazione naturale va poi a incidere fortemente sulle aste di scorrimento delle acque, a causa della caduta di tronchi e rami nei corsi torrentizi e quindi con l’accumularsi di potenziali dighe destinate ad amplificare gli effetti in caso di forti precipitazioni.

Nelle linee guida dell’ISPRA si sistematizza questa analisi sul dissesto idrogeologico derivante dall’abbandono boschivo integrandola con le mutazioni intercorse nelle coltivazioni collinari e montuose: a fronte di un impiego del 27% della massa legnosa prodotta dai boschi contro la media europea del 62%, dato questo che definisce meglio le dimensioni di quanto indicato nello studio di Regione Lombardia, abbiamo una trasformazione per nulla virtuosa dei metodi di coltivazione montani con l’impiego crescente di mezzi gommati di grandi dimensioni in luogo dei mezzi cingolati e l’abbandono dei terrazzamenti, specie nella coltivazione della vite, a favore di coltivazioni industrializzate, che comportano un maggior dilavamento delle superfici.

In particolare l’abbandono del mezzo cingolato ha mutato radicalmente i sistemi di drenaggio in integrazione alle aste di scorrimento delle acque, creato livellamenti innaturali i quali, oltre a facilitare il dilavamento delle superficie quindi la loro instabilità, crea dislivelli innaturali sui confini i quali a loro volta sono le principali vie di smottamento, come ognuno di noi può notare girando in macchina per montagne e colline in prossimità delle coltivazioni.

Ma questo dissesto locale, oltre a generare i noti problemi in occasione di eventi atmosferici intensi grazie al combinato di abbandono, occlusione delle vie di scarico, franamento di superfici rese instabili dall’azione dell’uomo, genera pure la creazione di nemici silenziosi come la formazione di falde da infiltrazione e impaludamenti, ovvero ciò che l’economia ecologica della montagna ha sempre cercato di evitare integrandosi a valle con reticoli idraulici virtuosi.

Gli stessi reticoli, la cui ragion d’essere abbiamo visto nell’articolo precedente, sono oggi messi in discussione non solo dall’espansione urbana che ne fagocita o interra la parte relativa alla sua edificazione, ma anche dalle tecniche produttive agricole di pianura e quindi evidenzia come proprio  il problema idraulico connesso alla redditività delle produzioni agricole risulti centrale nelle politiche future di regimazione idraulica del territorio  nell’interesse del restante mondo urbanizzato, che da queste modificazioni esogene risulta penalizzato, ovviamente anche per colpevolissima colpa propria.

Per quanto appaia distante nella comprensione immediata è chiaro che la strada verso un’ecologia idraulica moderna dei nostri territori sia strettamente interconnessa dal monte al piano, come lo è sempre stato con lo sviluppo dell’antropizzazione delle nostre aree, anche se le mutate condizioni produttive impongono un differente equilibrio e una differente allocazione delle risorse: in questo risulta assai colpevole  la latitanza di una visione organica dei PSR regionali, oggi distribuiti a pioggia secondo criteri burocratici in assenza di linee guida facilmente desumibili dalla notevole massa di studi esistenti.

È chiaro, e qui ragiono da economista, che nessuna modificazione può diventare strutturale se non porta in sé le ragioni della propria sopravvivenza: non possiamo certo imporre a chi ancor oggi ‘resiste’ in ambienti tendenzialmente improduttivi, come le montagne o le colline, di farsi carico di problemi che riguardano tutti senza adeguate contropartite e d’altra parte l’attuale logica dell’intervento a buoi scappati, tesi a rimediare i danni del dissesto con appalti riparativi risulta fine a se stessa se i terreni apparentemente bonificati restano abbandonati o nuovamente assoggettati alle pratiche invasive che li hanno creati.

Come abbiamo indicato sin dall’inizio le opere dell’uomo hanno sempre avuto una loro sostenibilità intrinseca e perché questa fosse possibile le necessità idriche di conferimento e bonifica si sono sempre accompagnate a opportunità meccaniche, energetiche e di trasporto; non è razionalmente possibile oggi prescindere da questa logica ‘antica’, se vogliamo garantire nel contempo la bonifica e la sostenibilità.

Ecco che quel 35% di massa legnosa in accrescimento annuale non impiegata per utilizzi industriali o energetici e oggi abbandonata nei boschi a far danno, non va più vista come trionfo della Natura ma come problema e opportunità, essendo i nostri territori disegnati da sempre attorno alla vita dell’uomo e quindi ogni rinaturalizzazione non può prescindere da questo equilibrio secolare scegliendo la strada di Don Abbondio, ovvero paludandosi dietro all’ottimo di un supposto ordine naturale che ottimo, come ben vediamo proprio a fronte delle modificazioni climatiche, proprio non è.

Indico solo come la regimazione delle montagne offerta dall’utilizzo industriale del legno che avviene nei Paesi del Centro e del Nord Europa, favorita spesso anche da condizioni orografiche più favorevoli delle Nostre, porta ad un minor stato di emergenza probabile di fronte ai fenomeni atmosferici statistici e a quelli eccezionali e quindi il primo punto da cui partire è rispondere alla domanda, a oggi priva di risposta, del perché una Regione come la Lombardia importi il 90% del tavolame che impiega nelle sue produzioni (siamo assieme al Veneto il principale distretto del Mobile europeo) come pure il 90% del legno per usi energetici, ricavato proprio dagli scarti di lavorazione di quel tavolame.

Attività queste che arricchiscono le montagne di Francia, Svizzera, Austria, Germania, Slovenia.

Inevitabilmente per risolvere questo evidente e incombente problema idraulico occorre rivolgersi all’innovazione nell’industria e nella produzione energetica per mettere in equilibrio quanto l’attuale assetto produttivo ed energetico ha contribuito a determinare.

Leggi anche >> Acqua, una visione industriale (Ep 1 di Acqua)

Leggi anche >> In Italia l’acqua è pubblica? (Ep 2 di Acqua)

Leggi anche >> Acqua ed energia in agricoltura (Ep 3 di Acqua)

Note

  1.  Alcune attività antropiche possono indurre degradazioni idrogeologiche (manualedelgeologo.it)
  2.  Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne 1860-1900, Torino 1947
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