Faccia

Autore

Rodolfo Maggio

Data

2 Giugno 2023

AUTORE

TEMPO DI LETTURA

3' di lettura

DATA

2 Giugno 2023

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Cultura

Società

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Sono cresciuto sentendomi dire tante volte: ‘non importa quello che pensano gli altri’. Poteva trattarsi di qualcosa di relativamente poco importante, come un modo di vestirsi o l’espressione di un’opinione. Oppure di qualcosa di importante, come una scelta di vita o di un partner. La scelta era mia, punto e basta. 

Devo dire che lo ritengo un bene, perché credere nella sovranità dell’individuo ancora prima di sapere cosa fosse mi ha permesso di compiere scelte di vita rischiose e che mi hanno regalato tante avventure. Anche se c’erano alte possibilità di fallimento e difficoltà di ogni genere, almeno non dovevo preoccuparmi dell’opinione altrui. Oggi, però, capisco che questo modo di vivere ha avuto un prezzo. 

Il fatto è che, anche se te ne freghi dell’opinione altrui, ciò non impedisce alle persone di farsela lo stesso, un’opinione. Ed è superficiale pensare che l’opinione altrui non conti davvero nulla. Anche cambiando ambiente ogni tot anni e facendosi ogni volta una nuova reputazione, non si è mai del tutto immuni dall’opinione degli altri. 

L’opinione che gli altri hanno di te conta anche se questi altri sono persone cui non vorresti dedicare neanche un secondo della tua vita. Perché abitano lo stesso pianeta, e in qualche modo quel che pensano o dicono di te potrebbe influenzarti, negativamente o positivamente. Allo stesso modo, potrebbe influenzare i tuoi figli, i tuoi genitori, e le persone a cui vuoi bene. Varrebbe quindi la pena soffermarsi un attimo sulla possibilità che ‘non badare a quel che pensano gli altri’ non sia per forza il consiglio migliore che si possa dare. Non preoccuparsene è un modo di essere; farlo è un altro. Come sempre, l’equilibrio sta nel mezzo.

Un buon modo per scatenare questa riflessione è soffermarsi sul concetto di miànzi (面子), cioè di faccia o reputazione.
Il primo carattere sta a rappresentare una faccia. Probabilmente, in antichità, quella specie di scala dentro il rettangolo era un occhio (目) e forse il tratto superiore era un sopracciglio o una linea di capelli corvini. Se però ci soffermiamo sull’immagine, rischiamo di finire col credere che miànzi sia fondamentalmente la faccia in quanto volto, parte del corpo, insieme di caratteristiche che rendono riconoscibili, concentrazione dei connotati di qualcuno. Io credo invece che ‘faccia’ nel senso geometrico del termine sia un’accezione più utile a comprendere il senso profondo di questo carattere.

La faccia in senso geometrico è ciò che delimita un poliedro; ciò che, insomma, si trova tra il suo interno e l’esterno. In questo senso la faccia va intesa soprattutto come bordo, bordo oltre al quale, nel caso degli umani, ci si ‘affaccia’. 

E infatti, in cinese, ‘di fronte’ si dice qiánmiàn (前面), letteralmente ‘la faccia davanti’; “confrontare” si dice miàn duì (面对), letteralmente ‘la faccia verso’, e ‘fuori’ si dice wàimiàn (外面), ‘la faccia fuori’. 

Fatta questa premessa ci si rende conto, prima di tutto, che di faccia non ce n’è una sola, ma tante; e che quella davanti è solamente una delle tante che potremmo mostrare nell’affacciarci al mondo.

Come si collega tutto questo con il problema della reputazione? Per ritornarvi dobbiamo prendere solo uno dei significati di miànzi, e cioè quello che fa riferimento alla parte di noi che lasciamo conoscere agli altri, un concetto che si dice stia a fondamento della società cinese e della sua cultura. Lu Xun, tra i più importanti scrittori cinesi del ventesimo secolo, lo ha definito un principio fondamentale della mentalità cinese. 

La faccia, quindi, nel senso di reputazione basata su ciò che di noi mostriamo al mondo, è una superfice formata da ripetute applicazioni di una pellicola di rispetto, onore, e perfino gloria, su una persona, da parte del network nella quale essa è inserita. Una volta applicata, strato dopo strato, questa pellicola è come un registro di tutte le azioni degne di nota che il soggetto ha compiuto. La sua faccia è quindi la sua reputazione.

La persona che in situazioni difficili ha dato prova di moralità acquista reputazione, un concetto che si comunica con l’espressione yǒu miànzi (有面子), letteralmente ‘avere faccia’; come a dire: ho una faccia da far vedere in giro, mi conoscono, sanno chi sono perché in passato mi sono comportato coerentemente con i valori di quel gruppo. Se ‘ho una faccia da far vedere’, io in quel gruppo sarò sempre ben accetto. La mia reputazione, davvero, è il mio miglior biglietto da visita.

Al contrario, perdere la faccia significa essere esclusi, o per lo meno sentirsi irrimediabilmente esclusi. Qui la traduzione è pressoché perfetta: diū miànzi (丢面子) significa letteralmente ‘perdere la faccia’, proprio come si perde un oggetto, e dopo averlo perduto non lo si possiede più.
E questo è molto più grave di quanto s’immagini. Colui che non ha faccia, méi miànzi (没面子), non è semplicemente ‘sfacciato’, nel senso che si comporta come se non gl’importasse nulla della propria reputazione. Chi ha perso la faccia ha perso la dignità, l’essere cioè degno di appartenere a un determinato gruppo. 

Questo vale, però, solo nei casi più estremi. Nella maggior parte dei casi non si perde mai del tutto la faccia; quindi la questione è più che altro: come fare a mantenere la propria, per così dire, in salute? Sostanzialmente basta comportarsi bene e assicurarsi che le persone che ci interessano siano testimoni delle nostre azioni. Per esempio, nella più quotidiana delle situazioni, un pasto condiviso al ristorante, è molto ben visto il tentativo di pagare per tutti. Per questo, molto spesso, i cinesi fanno a gara per pagare il conto. È un comportamento indicato dall’espressione zhēng miànzi, (爭面子), ossia ‘competere per la faccia’.
Non si tratta soltanto di essere generosi, ma anche di essere visti come tali.

Questa è una faccenda che i cinesi trattano con una certa praticità. Infatti, quando a un certo punto qualcuno riesce ad averla vinta e a pagare il conto per tutti, non è che i contendenti rimasti fanno la figura degli spilorci. Al contrario, sono stati molto generosi: hanno permesso al vincitore di accrescere la propria fama di persona generosa. La prossima volta toccherà a lui ricambiare, concedendo a uno di loro di pagare. Ciò che conta non è che loro hanno ricevuto un pranzo in regalo, ma che costoro, a lui, hanno ‘dato faccia’, Gěi miànzi (给面子).
Il loro ‘a buon rendere’, quindi, riguarda molto di più la reputazione che non il denaro o il cibo. 

Il contrario di ‘dare faccia’ è farla perdere, e succede nella maniera contraria: c’è una situazione collettiva in cui le persone fanno a gara per accrescere la propria reputazione, ma invece che aggiungere punti, le azioni di uno fanno perdere punti a un altro. Può avvenire volontariamente, e non è difficile immaginarci come (l’insulto è forse il modo più ovvio). Ma può anche avvenire in maniera involontaria, e su questo vale la pena di mettere in guardia chiunque voglia avere relazioni con persone di cultura cinese. Evitare di far perdere la faccia a qualcuno è, infatti, più facile a dirsi che a farsi. 

Immaginiamo di essere in una riunione di lavoro in cui un collaboratore sta facendo una presentazione. Qualcosa che ha appena detto cattura la mia attenzione, perché penso che sia totalmente sbagliato. So che correggerlo significherebbe metterlo in difficoltà di fronte agli altri, ma sento che è mio dovere farlo.
Alzo la mano, ma poi ricordo quel che ho imparato al corso di Intercultural Management, e mi limito a segnalare che su quel particolare punto sarei interessato ad approfondire. Non serve altro. 

Se nella stanza c’è qualcuno che altresì è stato catturato da quel particolare, e se è in grado di leggere la mia velata allusione, io posso dire di aver fatto il mio dovere. Di più, non ho solo segnalato un potenziale errore, e dimostrato così la mia competenza; al contempo ho salvato la faccia (wǎnhuí miànzi 挽回面子) del mio collaboratore. Quale modo migliore di guadagnare un doppio strato di ‘pellicola’ in un colpo solo? 

Se potessi tornare indietro da quel giovinastro che ero, tutto contento di aggirarsi per il mondo senza alcun cruccio per l’opinione altrui, gli racconterei di quest’altra faccia della questione. Gli direi di rileggere con più attenzione quel passaggio di un libro che tanto gli era piaciuto, e che forse racchiudeva molta più antropologia di quella che avrebbe mai incontrato più avanti:

Che cos’è per te la cosa più umana?

Risparmiare vergogna a qualcuno.

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