Gli affusolati leninghausii, gli spinosissimi ferocactus (sì, perché si difendono con ferocia), i piccoli e rari ariocarpus e la geohintonia mexicana a rischio estinzione, e certe piante grasse delle foreste dei Caraibi del nord i cui grandi e coloratissimi fiori durano una sola notte: «Vede questi alti cactus colonnari, chiamati cereus perché a forma di candelabro? Vivono in Cile e in Perù sui contrafforti delle Ande, in luoghi così aridi che vi piove una volta ogni vent’anni», racconta Vincenzo Levizzani mostrandoti la piccola serra ove coltiva le più diverse varietà di cactus da mezzo mondo: «Sa dove prendono l’acqua? Le loro spine fanno condensare le minutissime goccioline delle nebbie costiere del Pacifico, e le convogliano alle radici: è studiando queste piante che i locali hanno imparato a stendere enormi reti per catturare la nebbia e raccogliere sui pendii acqua potabile, tecnologia oggi ampiamente utilizzata in condizioni climatiche estreme». I fili s’intrecciano, e si capisce la passione per i cactus di Levizzani, acchiappanuvole per mestiere e storia professionale: per 22 anni docente all’ateneo bolognese nell’unica cattedra italiana di Fisica delle nubi (inventata insieme al corso di laurea in Fisica dell’atmosfera e meteorologia con il collega Rolando Rizzi), poi per altri quarant’anni al Cnr di Bologna come dirigente di ricerca in Fisica dell’atmosfera e Meteorologia da satellite, collaborando anche con le agenzie spaziali Eumetsat, Esa, Nasa. Del resto è sapere degli albori (da Giove pluvio al dio azteco della pioggia Tláloc cui è intitolata la puntuta Mammillaria tlalocii, anch’essa acquattata nella serra del Nostro) che acqua, nuvole, pioggia, neve, ghiaccio sono per noi la vita: persino i temporali, «essenziali per mantenere l’equilibrio della struttura elettrica dell’atmosfera, senza il quale la vita sarebbe, semplicemente, compromessa».

Dovremmo sapere tutto, ormai: che c’è di più semplice dell’acqua, due molecole d’idrogeno e una d’ossigeno, e di più osservato delle nuvole, se disponiamo di documentazione e classificazione secolare, giacché fonti attendibili sono persino i dipinti di un Constable o del Turner di «io dipingo ciò che vedo, non ciò che interpreto»? Invece, è vero l’esatto contrario: «Vuole esempi? Dei giganteschi fenomeni elettrici che arrivano fino alla mesosfera, cioè a 800 chilometri dalla superficie terrestre, ancora non conosciamo quasi nulla, nonostante abbiamo cominciato a osservarli grazie ad aerei stratosferici e satelliti. Ancora: solo pochi anni fa si è scoperto che a -92° C l’acqua assume, per un breve lasso di tempo, tutt’altra forma e struttura, né solida, né liquida né gassosa. La molecola più banale, creda, è quella più affascinante». Lo stupore comincia dall’incompreso primo e più radicale: «Siamo l’unico pianeta conosciuto in tutto l’universo, almeno fino a ora, in cui l’acqua esiste nei tre stati canonici alle pressioni, temperature e umidità dell’atmosfera: solo così è possibile il ciclo dell’acqua, ciò che consente la vita sulla Terra».
Di acqua sono fatte le nuvole. Da bambini le si guarda per dare forma agli oggetti della propria immaginazione; da adulti, se si conserva vivida la curiosità e il senso della meraviglia, le si osserva per carpirne i segreti. Nelle nuvole l’acqua cambia continuamente di stato: vapore acqueo, particelle liquide o solide dette idrometeore, aerosol, fiocchi di neve, meravigliosi cristalli di ghiaccio. E nebbia, nuvola ad altezza d’uomo spesso per irraggiamento dal terreno: da lui amata come elemento identitario al punto da scegliere una nebbiosa collina nel modenese per costruirci casa, da lui e sua moglie Angela disegnata e progettata con tutti i crismi dell’ecosostenibilità, energeticamente autosufficiente via fotovoltaico e batterie di ultima generazione.
Dopo aver studiato e analizzato le nuvole in trecento e più lavori accademici quasi tutti in inglese (e, a dirla tutta, anche stufo di «un sistema che soppesa solo il numero di articoli scientifici pubblicati e non la loro qualità, e in cui oltretutto si possono tranquillamente plagiare i lavori altrui senza pagare dazio»), Levizzani ha pensato fosse ora di rivolgersi non più soltanto agli addetti ai lavori ma, senza iattanza, proprio a chi di fisica dell’atmosfera sa poco o nulla: dal 2021 escono così, per Il Saggiatore, Il libro delle nuvole, Piccolo manuale per cercatori di nuvole, Quando fuori piove e, ultimo, Storia del mondo in 10 tempeste (qui la recensione di Veronica Ronchi). Il piacere della lettura, come dell’ascoltarlo raccontare, viene dalla costante compresenza di rigore scientifico e perdurante incantamento. Da cosa gli può venire la passione per la montagna, lui che non scia né si arrampica? Ma dal fatto che «in prossimità dei monti le nuvole si formano per salita di aria calda e umida che poi condensa nei pressi della vetta dove la nube si forma, per ridiscendere sul piano inclinato dei pendii e dar luogo a nuvole bellissime come le mie favorite, le lenticolari, che paiono dei dischi volanti». Subito appresso, nella sua tavola delle meraviglie, i cumulonembi, «che si formano in concomitanza di grandi temporali e hanno forme e colori inimitabili».
Detto questo, non è che le nuvole le si studia solo per goderne la bellezza: sull’analisi, la raccolta sempre più estesa e intensiva dei dati, la riscrittura dei criteri di interpretazione e di applicabilità, si fonda una disciplina, appunto la meteorologia, anch’essa soggetta a non pochi luoghi comuni da sfatare. Usi come ormai siamo a dare un’occhiata a uno qualunque delle decine di siti meteo per decidere a febbraio dove andare in vacanza a Pasqua, scordiamo che «pretendere di prevedere oltre tre giorni nel futuro non è molto diverso da ciò che i babilonesi facevano pensando di dedurlo dalla posizione degli astri». Levizzani cita il titolo di una famosa conferenza del 1972 del matematico americano Edward Norton Lorenz, Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas? Beh, la risposta è sì: il che rende gli errori di approssimazione nelle condizioni iniziali del modello di previsione tali da comprometterne drasticamente l’attendibilità quanto più ci si spinge avanti nella nostra pretesa di sapere in anticipo.
La stessa cosa vale per lo spazio, e qui le cose si complicano ancor più per via delle nuvole e della pioggia, giacché quel che vale in un luogo può non valere poche centinaia di metri più in là: matematica dell’incertezza, si chiama, e corrisponde a quell’irritante “pioggia probabile al 60%” che leggiamo sui siti (o che vediamo, negli States, sul Weather Channel comprato da Ibm per due miliardi di dollari e rivenduto a una cifra ignota ma sicuramente molto superiore). Fisico dell’atmosfera e meteorologo, Levizzani mette qui il dito in una discrasia proprio tra le due discipline: «I meteorologi puri, spesso, di nuvole sanno poco. Tendono a darle per scontate. Perché una nube si forma in un certo momento e non in un altro, o in presenza di determinate condizioni fisiche del territorio e non in altre? Essendo una nube confinata nel tempo e nello spazio, proprio la fisica delle nubi, che ha appena cominciato a essere organicamente integrata ai nostri modelli meteorologici numerici, può avvicinarci a prevedere con accettabile precisione se pioverà o no in quello specifico chilometro quadrato». O in quel preciso lasso di tempo: s’intende da 0 a 6 ore e si chiama nowcasting, laddove previsione è forecasting.
Uno pensa: vabbè, giusto gli ossessivi e i meteopatici possono agognare a una tale maniacale esattezza. Invece. Nautica, escursionismo, gare sportive, eventi e soprattutto l’assistenza al volo: ciò che devi sapere è proprio il lì e ora. Un grande vantaggio, uno strumento di straordinaria utilità. Più in generale: l’intera macchina delle previsioni (oggi con le accresciute potenzialità di una gigantesca disponibilità di dati da satelliti rapidamente elaborati dall’Intelligenza Artificiale) è ormai cruciale per programmare insediamenti, produzioni, infrastrutture, trasporti e quant’altro. Levizzani cita a caso esemplare il lavoro di quello che è stato forse, ai tempi, il suo miglior studente, Diego Cerrai ora professore all’Università del Connecticut: «È riuscito a elaborare un sistema capace di prevedere con estrema accuratezza gli effetti al suolo di un uragano; per le aziende produttrici di elettricità, che in eventi del genere perdono milioni di dollari a causa dei power outage, le interruzioni di corrente, significa sapere in anticipo dove e per che cosa inviare le squadre di riparazione, prima ancora che il loro intervento sia imposto dai danni subiti». Ecco: «Le previsioni customizzate, per utenti finali che di una specifica informazione hanno bisogno e non di altre, sono, a tutti gli effetti, la nuova frontiera della odierna meteorologia».
Non c’è dunque da stupirsi che quello di tali moderni aruspici, chini a interpretare non viscere animali ma immagini satellitari e sequenze numeriche, sia diventato un mestiere capace di far guadagnare molti soldi. C’è il rischio che anche da noi, come già accade nell’America della privatizzazione del meteo e del taglio della spesa federale in questo come in altri campi, il pubblico resti sguarnito e inabile a prevedere alluvioni e uragani mentre cresce a dismisura il business di chi detiene satelliti e centri di calcolo? «Al momento direi di no», risponde cauto Levizzani, «ma come escluderlo in un domani, se nel meglio e nel peggio noi arriviamo sempre un po’ in ritardo sugli Stati Uniti?»
Non è l’unico rischio che Levizzani paventa per il futuro prossimo. In pensione dal 2024, lasciato il Cnr non ha preso nessuna associatura, come si chiama la pratica diffusa e nient’affatto disdicevole di continuare a lavorare pressoché gratis nelle funzioni che si ricoprivano prima: «Largo ai giovani è uno slogan che va messo in pratica, togliendo l’ingombro invece di stare con il fiato sul collo delle persone che hai addestrato perché fossero in grado di sostituirti, un gruppo il mio molto in gamba che ora si sta facendo valere. E poi, a essere sincero, non era più la vecchia scienza in cui mi riconoscevo…» Al dunque: che cosa non funziona nel Cnr? «Sa, questo è un Paese in cui appena uno va al governo, destra o sinistra che sia, mette mano a una riforma del Cnr: spesso e volentieri senza saperne quasi nulla, nel disinteresse per le competenze necessarie, con la nomina di presidenti in genere provenienti dall’università, che ha potentemente colonizzato il Cnr. Non bastasse, nessuna di queste riforme che si sono succedute negli anni è mai stata portata a compimento. Il mio sospetto è che prima o poi finiranno per smembrarlo, il Cnr, di fatto eliminandolo. Al netto di tutte le critiche che è lecito inanellare sui suoi attuali meccanismi di funzionamento, sarebbe una enorme iattura: per la scienza, per la ricerca, per il Paese».