Contro la palude: elogio dell’acqua che scorre

Acqua – Ep. 5 – la rubrica di Giuseppe Santagostino su acqua ed energia

Autore

Giuseppe Santagostino

Data

30 Gennaio 2023

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6' di lettura

DATA

30 Gennaio 2023

ARGOMENTO

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La contingenza attuale del ricarico delle nostre falde attraverso il drenaggio delle acque dei monti, siano essi appenninici o alpini, ricorda il loro concorso nella formazione della pianura stessa 1, frutto del deposito dei detriti da dilavamento, dell’azione contrapposta delle acque marine nei loro cicli di salita e discesa, dei movimenti sotterranei del terreno, della stabilizzazione offerta dalle torbiere via via interratesi, dalla stratificazione delle argille che hanno dato vita ai tre acquiferi principali in cui è strutturata la Pianura Padana 2.

Il risultato dell’azione naturale è stato dunque quello dell’innalzamento dei terreni a valle delle montagne, caratterizzati da un elevato drenaggio nell’alta pianura, che poi assume una sua forma mediana nella pianura centrale lungo la linea dei fontanili, ovvero dove l’acqua ad un paio di metri  dal suolo compare e forma i fiumi da risorgiva 3, e termina infine con l’accumulo delle parti più minute verso la Foce del Po, dove l’intero sistema dei fiumi padani converge  per formare l’antica Valle Padusa, un informe acquitrino via, via bonificato, di cui troviamo tracce nelle Valli di Comacchio.

L’azione contemporanea e contrapposta dello scorrimento dei fiumi, apportatori di detriti, col relativo movimento NO-SE della falda sotterranea da una parte e della risalita delle acque salate dall’altra rappresenta una dinamica ancor oggi attuale, amplificata dai vari fenomeni alluvionali o siccitosi intercorsi.

Vi è un contrasto evidente fra l’antropizzazione millenaria della Pianura Padana e l’azione, spesso contrastante, della Natura che spinge di suo verso il ritorno alla Valle Padusa da cui siamo partiti, palude che non riguarda solo le zone litoranee ma, a causa di una pendenza limitata dei suoli lungo l’asta di scorrimento del Po e dei suoi affluenti, Adige compreso, porterebbe al conseguente riformarsi delle zone paludose nella Pianura Lombarda e delle torbiere nell’Alta Pianura, ovvero ciò da cui siamo fuggiti a partire dai Romani  sino ad oggi, passando attraverso la rivoluzione benedettina delle canalizzazioni e dei livellamenti.

Lo scorrimento regimentato delle acque fluviali 4 e  quello ben più lento delle corrispondenti acque sotterranee unito a prelievi consistenti dal primo e dal secondo acquifero è il principale indicatore dell’antropizzazione della Pianura in aperto contrasto con le forze della Natura che spingono verso il rallentamento di tali scorrimenti: in ottica idraulica questa diversa ecologia dell’ambiente civilizzato  (la Pianura Padana ha una popolazione per km/q doppia rispetto al resto d’Italia) al cospetto di quella imposta di suo dalla Natura, pone un secondo problema di governo del Territorio che non può essere eluso.

Come per il dissesto idrogeologico della montagna che ha fra le sue cause proprio l’abbandono delle produzioni agricolo-silvicolo-pastoriali su cui si reggeva l’equilibrio di sussistenza delle popolazioni residenti, così le emergenze contrapposte di alluvioni e siccità segnalano la necessità di mettere mano in modo più efficace alle opere di difesa della Pianura, fondate sul controllo delle subsidenze, sullo scorrimento delle acque tendenzialmente stagnanti e sul livellamento dei terreni per favorirne l’emersione a fini produttivi.

Soluzioni di sistema

La storia delle bonifiche nella Pianura Padana è un susseguirsi di fallimenti e vittorie, dove i primi si consumano nella limitazione delle opere singole in assenza di una sistemazione radicale dell’intero territorio dove non ci sia, come nel caso della Pianura Lombarda, un fiume di grande scorrimento che funga da recettore: il sistema Adda-Ticino e la rete infinita dei canali che ne deriva, ha il suo equilibrio proprio nel fatto che il tutto finisce in un Po con grande capacità di ricevimento e scorrimento, dove Adige e Reno destinati all’Adriatico hanno proprio nella scarsa pendenza in prossimità della foce del Po e relativa tendenza all’interrimento il loro nemico principale e le opere di bonifica e canalizzazione un difficoltoso progredire verso l’interno: il Cavo Napoleonico che mette la parola fine alle piene del Reno viene realizzato negli anni ’50, circa 150 anni dopo la sua ideazione a cura dei francesi.

La sistemazione idraulica emiliano-romagnola ha sempre avuto una più elevata complessità dovuta sia alla contrapposizione tra Bologna e Ferrara, cui verrà posto rimedio solo con la scomparsa degli Estensi, anche a causa del complesso rapporto con l’economia delle valli e degli interessi contrastanti, il tutto segnato dall’incessante apporto di materiali del Po e dalla necessità di una soluzione che prevedesse, del tutto o in parte, una nuova via per lo scarico delle acque nell’Adriatico, rendendo evidente la natura conflittuale del rapporto fra ambiente antropico e palude 5.

In questo complicato equilibrio apparentemente combattuto in superficie fra acque stagnanti e acque correnti, a partire dal secolo XIX° entrerà in gioco pure la dinamica sotterranea delle falde e degli emungimenti.

Prelevare acqua e prelevare gas

La deindustrializzazione milanese avvenuta attraverso delocalizzazioni remote o di prossimità (Bergamo, Brescia, il Veneto o l’Emilia), ha comportato la fine degli emungimenti da falda per gli usi produttivi e la contemporanea risalita della stessa verso i livelli storici mentre la contemporanea costruzione di molti manufatti sotterranei (metropolitane e parcheggi) si scontrava con tale risalita, rendendo indispensabile un dispendio di energia elettrica per il pompaggio delle acque di falda: in questo caso la stratigrafia del terreno non ha comportato fenomeni di subsidenza per i prelievi ad uso industriale mentre, per contro, le stesse acque nel ritorno allo stato primitivo finivano per diventare parassite nelle reti fognarie, anch’esse nel mentre finite sott’acqua.

Per contro i prelievi di acqua e gas effettuati in prossimità del litorale emiliano-romagnolo hanno comportato il verificarsi di fenomeni di subsidenza che hanno spinto a diminuire i prelievi di gas e a modificare le fonti di approvvigionamento idrico della fascia costiera, il tutto reso ancor più complesso dall’attuale siccità che provoca risalita delle acque salmastre e insabbiamenti di porti e infrastrutture 6: la prossimità della Foce del Po comporta strati consistenti di sabbia e di torba non sorretti da strati compatti di argilla come nella pianura lombarda e emiliana; i prelievi massicci indiscriminati di sabbia per le costruzioni del litorale, uniti agli emungimenti di acqua e gas, hanno comportato il fenomeno della subsidenza, oggi in fase di arresto e che comunque viene imputato in via principale all’estrazione dei gas nonostante questa sia concausa parziale e avvenga ormai in mare, dove i fenomeni lamentati non hanno ricadute sensibili sulla costa 7.

Quale equilibrio per la pianura padana?

Quello che a un turista distratto appare un paesaggio consolidato è in realtà la rappresentazione di un equilibrio instabile che vede contrapposte le esigenze dell’uomo, in costante e non sempre virtuoso aggiornamento, e l’azione della Natura, anch’essa spesso matrigna specie se manca una programmazione territoriale in grado di assorbirne gli eccessi, in alcuni casi grazie anche all’incuria in cui l’infinita rete dei canali lombardi viene abbandonata, mal manutenuta o interrata: si veda ad esempio il 40% del reticolo minore milanese finito sottoterra.

In questa battaglia Uomo-Natura che si consuma nel contempo orizzontalmente lungo la superficie e  verticalmente  tra risalite di falda e prelievi indiscriminati, è difficile trovare il bandolo della matassa perché operano da una parte esigenze ed istanze umane singolari e di difficile armonizzazione preventiva, e dall’altra una molteplicità di Enti di Governo e relative strutture che si occupano di un bene comune difficilmente contingentabile e tendenzialmente senza passaporto, men che meno provinciale.

Il tutto è reso complicato dal fatto che alla Natura non costa nulla essere sè stessa, mentre per noi il rifuggire dalla palude che occupava il NoWhere da cui nacquero le Milano grazie a tutta quell’acqua disponibile e immobile, ci costa un sacco di soldi sia mettendo mano preventivamente, sia riparando successivamente: si torna così da dove siamo partiti, ovvero che l’acqua per poter venire convenientemente governata chiede una politica industriale in cui i costi vengano compensati del tutto o in parte dalle utilità.

Chiede altresì che questa politica industriale così particolare e priva di un ambito definito, possa venire definita in modo univoco  e univocamente applicata: occorre dunque trovare le linee guida di tale unificazione e coordinarne l’applicazione, essendo l’alternativa strisciante nell’attuale incertezza nel governo del territorio proprio quella della palude (Valle Padusia o Lago Gerundo che si voglia).

Leggi anche >> Acqua, una visione industriale (Ep 1 di Acqua)

Leggi anche >> In Italia l’acqua è pubblica? (Ep 2 di Acqua)

Leggi anche >> Acqua ed energia in agricoltura (Ep 3 di Acqua)

Leggi anche >> Acqua a perdere: consumismo idraulico (Ep 4 di Acqua)

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