C’è un gigante tra le stelle: nel cielo invernale del nostro emisfero la costellazione di Orione appare grande e particolarmente evidente.
La costellazione ha la forma di una clessidra con tre stelle quasi perfettamente allineate nella strozzatura: si tratta dei i Tre Re, che costituiscono la cintura del gigante Orione. Tra le prime due stelle della cintura c’è una macchia tenue e luminosa: è la spada di Orione ovvero la nebulosa spettacolare conosciuta anche con il nome tecnico di M42 e visibile a occhio nudo benché disti da noi oltre 1.200 anni luce.
La nebulosa di Orione è la fucina di stelle più vicina al nostro sistema solare: i grandi telescopi hanno rivelato al suo interno stelline appena nate e ancora avvolte dai gas e dalle polveri.
L’origine mitologica della costellazione e del cacciatore gigante e bellissimo che le dà il nome conta varie versioni.
Secondo la più tenera, Artemide dea della caccia si innamorò di Orione. Apollo, dio del sole, voleva impedire l’amore tra la sorella, votata alla verginità, e l’aitante mortale quindi escogitò un piano terribile. Attese che Orione si allontanasse al largo per la nuotata quotidiana e quando del gigante non si vedeva che un puntino lontano, chiamò la dea per una gara di tiro con l’arco. Artemide, dea dalla mira infallibile, non poteva saperlo ma il bersaglio era proprio la testa del suo amato. Scoccò una freccia d’argento e quando le correnti portarono a riva il cadavere di Orione con la tempia trafitta, Artemide impazzì per il dolore e allora padre Zeus, mosso a pietà, accolse il gigante nel firmamento.
La morte di Orione fu nobile e romantica, la nascita al contrario, fu parecchio umile. Secondo Ovidio, il poeta latino nato nel 43 a.C. a Sulmona, una notte tre viandanti laceri e incappucciati giunsero nella povera capanna del vecchio Ireo. L’anziano pastore divise con gli sconosciuti le poche cose che poteva cucinare e offrì loro un bicchiere di vino. Quando i tre scoprirono il capo, Ireo trasalì perché riconobbe Giove, Nettuno e Mercurio. Per festeggiare l’onore della divina visita, il vecchio diede fondo alle sue limitate e preziosissime scorte di vino poi sgozzò il suo unico bue, gli levò la pelle e lo arrostì. Gli dei s’ingozzarono e per ringraziarlo di tanta piacevole ospitalità, padre Giove concesse al vecchio la soddisfazione di un unico desiderio. Ireo era vedovo ma desiderava un figlio. I tre dei allora si alzarono e orinarono insieme sulla pelle del bue. Diedero ordine al vecchio di seppellirla e dopo nove canonici mesi dalla buca sorse un bel bambino. Così, da una divina pisciata di gruppo, nacque Urione, dal greco Urion, letteralmente piscione, che ben presto crebbe gigante, forte e bello. In un secondo momento, per pudore, a quella oscena U fu sostituita una più elegante O.
C’è un gigante di stelle sulle nostre banconote. È Orione, o meglio, EURione il cui nome deriva dalla fusione delle parole EURO e Orione. EURione è solo una delle ultime applicazioni di una tecnica crittografica molto antica: la steganografia. Si tratta di un codice sviluppato nell’antichità che consente di nascondere un messaggio all’interno di un’informazione accessibile a tutti, come un disegno, delle forme geometriche o in un testo. C’è steganografia nella Bibbia. Per esempio, ATBASH è un sistema molto antico che rendeva leggibile il Libro di Geremia ai soli che ne conoscevano il meccanismo. Nel cifrario a sostituzione monoalfabetica ATBASH a ogni lettera ne corrisponde un’altra, quindi decifrare il messaggio è semplice: basta conoscere le associazioni corrette tra le lettere. Dal 1996 sulla cartamoneta di 38 nazioni è stampato EURione, uno schema ricorrente di simboli puntiformi, nell’Euro sono pallini gialli che ricordano le stelle di un piccolo firmamento.
La costellazione di EURione è un codice steganografico che impedisce agli strumenti per la riproduzione di documenti cartacei più recenti di duplicare la banconota, quindi di generare un falso. Quando lo scanner, la stampante o la fotocopiatrice riconoscono la costellazione, si bloccano testardi come muli e non c’è verso di farli lavorare: provare per credere.
Leggi anche >> Cozze spaziali ( Ep. 1 di Polpette)