Deposito di emozioni, sensazioni, storie, questo sono le cose, gli oggetti. Memoria fisica, tangibile, che muove i ricordi e la loro costante riconfigurazione. Tramite di relazioni, con altri oggetti, con altre persone, con l’altro che noi stessi eravamo quando li abbiamo scoperti, comprati, ricevuti, dimenticati, ritrovati: il voyage autour de ma chambre è un’esplorazione nei meandri dell’Io. Invitano, seducono, muovono al possesso, dal semplice desiderio all’ossessione, fino a farci domandare se non siamo noi a precipitare in loro possesso, refrain di ogni disquisizione sull’alienazione. Capita che si rendano invisibili, si celino allo sguardo, introvabili se li cerchi, magari proprio perché in bella vista come la lettera rubata. Che si rompano o si perdano irrimediabilmente, per caso, per incuria, nella sciagurata evenienza di un furto o di un trasloco, e allora è un lutto. O, all’inverso, che si impongano in tutta la loro prepotenza, ingombri di cui non riesci a disfarti perché sai che un istante dopo li rimpiangerai, pedine di un caos che avanza, rispetto al quale qualunque tentativo di porre ordine, un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto, non è che un effimero scoglio cui ti aggrappi prima di essere risucchiato dal fiume del disordine, di una misurabile entropia, dispersione, imprevedibilità, incontrollabilità. Discrete o invadenti, accattivanti o insignificanti che siano, le cose disegnano i bordi della nostra esistenza, letteralmente: del nostro spazio. Spazio, scriveva Calvino nelle Cosmicomiche, la cui forma generale cambia a ogni istante giacché «si frastaglia intorno a ogni albero di ciliegio e a ogni foglia di ogni ramo che si muove al vento, tutto stampato in negativo nella pasta del vuoto, in modo che non c’è cosa che non vi lasci la sua orma, ogni orma possibile di ogni cosa possibile1».
Ecco, tutto questo pare sia ormai nulla più che il residuo del nostro passato analogico, fuori scala nel mondo del digitale e dell’AI, svuotato di senso, inutile nella definizione dei parametri della nostra percezione come del contesto e delle modalità del nostro agire. «Il mondo si svuota riducendosi a informazioni spettrali. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo. Le cose sono i punti fermi dell’esistenza, le informazioni no: si fondano sul brivido della sorpresa, e basta tale loro fuggevolezza a destabilizzare la vita. Là dove nulla s’aggrappa alle cose, si smarrisce ogni appiglio»: così Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano che va per la maggiore, nel suo Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale2. Un passo oltre si avventura l’inesistente Jianwei Xun di Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, metanarrazione costruita dal filosofo Andrea Colamedici in connubio con l’AI, scrittura ipnotica, ripetitiva, enfatica e paratattica, sorta di “messa in scena autoriflessiva” di ciò che il testo descrive: «Siamo entrati in un regno dove la realtà stessa si è fatta specchio, e ogni specchio riflette solo altri specchi… Il reale non può essere posseduto, verificato o conquistato. Lo si può soltanto guardare svanire… La realtà è stata sostituita da una suggestione continua. Si dissolve in molteplici sogni guidati. È diventata un riflesso… L’illusione non è mai stata così reale, e l’idea di realtà non è mai stata così illusoria… Viviamo in uno stato di ipnosi permanente, dove il ritmo ha sostituito il significato e il flusso ha cancellato ogni possibilità di evasione… L’Ipnocrazia non ci governa: ci trasforma in parte di sé stessa… Non ci sono più spazi o tempi fuori dalla manipolazione: la trance è lo stato normale dell’esistenza… Non bisogna confidare nel risveglio, ma nella possibilità di rimanere vigili nel cuore della trance… abitare i punti ciechi… creare realtà parallele negli interstizi del sistema… sviluppare forme che il sistema non può prevedere o ottimizzare…3». I Borg di Star Trek («Sarete assimilati, ogni resistenza è inutile») erano meno angoscianti.
A onor del vero, la sostituzione della realtà con la sua immagine riflessa e il declassamento del mondo materiale, fisico, delle cose e degli oggetti, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul nostro essere, vengono periodicamente annunciati e stigmatizzati più o meno ogni qual volta si affermano nuovi strumenti di riproduzione e diffusione: la stampa, la fotografia e conseguente perdita dell’aura, le tecniche di registrazione del suono, la radio, la televisione, i videogiochi, gli albori della realtà virtuale. Karl Kraus, siamo nel 1908, in Elogio della vita a rovescio detestava «quella procedura che, sotto il nome di giornale, ci dà il tempo in scatola. Il mondo è diventato più brutto da quando può rimirarsi quotidianamente in uno specchio; perciò rinunciamo all’osservazione dell’originale e preferiamo l’immagine riflessa. Dà sollievo perdere la fede in una realtà che appare come viene descritta dai giornali». Baudrillard annata 1996, lui che nel ‘68 aveva esordito con Il sistema degli oggetti, accusava dello stesso reato la televisione, colpevole di aver commesso il delitto perfetto, ovvero «la clonazione della realtà e lo sterminio del reale col suo doppio… mediante la trasformazione di tutti i nostri atti e di tutti gli eventi in pura informazione»: in quel testo, per dire, già scriveva di Intelligenza artificiale. Di nuovo nel 2009, in L’agonia del potere, sanciva senza un barlume di esitazione che «la violenza dell’immagine (e, in generale, dell’informazione o del virtuale) consiste nel far sparire il Reale… In ultima istanza, il mondo reale si converte in una funzione inutile, un insieme di forme ed eventi fantasma. Non siamo lontani dalle ombre sui muri della caverna di Platone». L’ultima frase (sia detto per amor di genealogia, ricerca delle ascendenze plurime e talora contraddittorie degli accadimenti) segnala se non altro come la svalutazione della realtà materiale non sia affatto un prodotto bacato della tarda modernità a cavallo del millennio, tra le pillole rossa e blu di Matrix e l’effimera infatuazione per la piattaforma Second Life quando pareva che saremmo presto trasmigrati tutti a vivere comprare viaggiare amare e morire nei mondi virtuali: affonda invece le sue radici nell’intero tracciato della filosofia occidentale, da Platone al Giovanni evangelista del Nolite diligere mundum, non innamoratevi del mondo né delle cose che sono in esso, dagli gnostici all’hegeliano Spirito Assoluto.
Tutto déjà vu? Per l’ennesima volta guardiamo svanire giorno dopo giorno la realtà quale la conosciamo e invece di esplorare come dalle sue ceneri ne stia caoticamente nascendo un’altra ne decretiamo la ineluttabile scomparsa in un gioco ipnotico di rappresentazioni, raddoppiamenti, illusioni e riflessi? Sì e no. Al netto del già scritto e preconizzato, infatti, la digitalizzazione e ancor più radicalmente l’AI ribaltano come un guanto le nostre vite: dalla percezione del mondo all’economia dell’attenzione, dalla dinamica dei rapporti interpersonali alle strutture del fare e dell’agire, fino all’epigenetica delle nostre stesse funzioni cognitive. Il rapido imporsi dell’utilizzo delle AI, con crescente “cessione di sovranità” nei campi più disparati, inclusi gli apparati di reazione rapida a eventuali attacchi bellici, disabilita funzioni e abilità dell’umano nel processo stesso in cui ne moltiplica e ingigantisce altre. Il digitale non è uno strumento, l’ultimo ammennicolo delle tecnologie della conoscenza: è Proust che, invece di trasalire di inattesa felicità portando alle labbra una petite madeleine imbevuta nel tè, ne scrolla su uno schermo l’immagine, magari integrata dall’odore artificialmente riprodotto. Già ora sistemi come Game Scent e altri in uso nel gaming leggono via AI le immagini sullo schermo, selezionano l’odore più consono, schiudono microcapsule mischiando da una palette di odori base, indirizzano l’effluvio in modo che appaia provenire dall’oggetto sul display.
Se così è, quando di un oggetto esperiamo soltanto la sua riduzione bidimensionale a immagine su uno schermo, che fine fa quella “eccedenza di senso” nella quale consiste il valore e il potere di una cosa che, come scrive Remo Bodei, «dispiega i suoi contenuti, erogandoli in misura crescente a chi la considera, ma restando inesauribile nella sua profondità4»? “A chi la considera”: perché una cosa ci parli, infatti, deve essere da noi interpellata, ci si deve indirizzare a essa, il che implica una intenzionalità, cercata o casuale che sia. Non saprei dire se alla maniera del zu den Sachen selbst, il “tornare alle cose stesse” di un Husserl a caccia di essenze atemporali. Varie, e tra loro assai difformi, sono del resto le modalità possibili di una tale interrogazione. Heidegger distingue la cosa, Ding, strumento in vista di un suo possibile utilizzo («la foresta è legname, la montagna è cava di pietra, la corrente è forza d’acqua, il vento è “vento in poppa”», scrive in un notissimo passo di Essere e tempo) dall’oggetto, Gegenstand, inteso come ciò che ti sta di fronte, ob-jectum, posto o gettato di fronte a te: e ne rimarca le differenti forme di relazione che instauriamo a seconda che uno stesso bene o manufatto lo consideriamo nell’una o nell’altra modalità; per infilare poi, nella seducente conferenza di Brema su La cosa, 1950, la strada a ritroso che dall’acqua in una brocca risale all’idea della sorgente e da qui alla roccia e alla terra e alla pioggia, da ultimo alle «nozze tra cielo e terra».
Non è terreno recintato dei filosofi: letteratura, poesia, arte hanno detto e dicono la loro. Ambigua e succube è l’interrogazione che agli oggetti rivolgono Jérôme e Sylvie, i due protagonisti di Le cose di Georges Perec, con suo disappunto etichettato, era il ‘65, fra i fustigatori della società dei consumi. Estrema e incantata quella di Francis Ponge, Il partito preso delle cose, versi su un tozzo di pane come fosse la Cordigliera delle Ande e un pezzo di carne come fosse fabbrica, mulino e frantoio per il sangue, in base al principio di convertibilità di tutte le cose che fonda la possibilità di qualsivoglia metafora. Pervicace e sconsolata quella di Daniele Del Giudice, per il quale, con il trionfo della «visibilità totale e illusoria… gli oggetti di oggi hanno perso la loro materialità: sono direttamente immaginazione, comunicazione, fantasia prefabbricata, rappresentazione, cose destinate al rapido smercio, e come cose senza più nessuno di quei caratteri che una volta appartenevano alle cose5».
Interpellare le cose, gli oggetti, esige tempo e sforzo, apertura al mondo, curiosità, sguardo laterale, capacità di stupirsi, senso della meraviglia, attitudine a sfuggire all’ovvio e alle gabbie in cui bias e algoritmi di conferma incanalano l’attenzione e rendono ciechi a tutto il resto: è lecito chiedersi se ne siamo ancora capaci, subissati come siamo di stimoli, informazioni, fake, post e reel. Richiede anche una serie di condizioni oggettive esterne: che vanno scemando man mano che avanza l’evanescenza delle cose soppiantate dalle loro immagini digitali. Significa far sì che dispieghino la loro qualità essenziale, ovvero il loro essere quel crocevia di relazioni che a tutti gli effetti costituiscono il mondo di ciascuno: ma ora, in tale ruolo fondante il rapporto degli esseri umani con il mondo, sono sempre più sostituite dalla Rete, dal digitale, dal virtuale e dalle AI. Forse dovremmo dire: i mondi, al plurale. La forza delle cose, degli oggetti, include e si estende infatti alla loro potenza simbolica, scaramantica, terapeutica, mistica, demoniaca, identitaria (cornetto, acqua santa, reliquie, ex-voto, bambole voodoo, Lari e Penati dei Romani e quant’altro): l’oggetto, scriveva Barthes in Mythologies, capitolo sulla Citroën Ds/Déesse, «è il miglior portatore del soprannaturale: c’è nell’oggetto una perfezione e insieme un’assenza di origine, una chiusura e una brillantezza, una trasformazione della vita in materia (la materia è assai più magica della vita), e per dir tutto un silenzio che appartiene all’ordine del meraviglioso».
Su quel silenzio (il corsivo è di Barthes) ci sarebbe da obiettare. Le cose, gli oggetti nella loro materialità, fisicità, tangibilità, non sono affatto così silenti. Intanto, interpellati o no, gli oggetti parlano. I manufatti sono progettati per suggerire un loro utilizzo, o più d’uno: l’affordance, così si chiama, indica ciò che l’oggetto comunica all’utente quanto alle modalità d’uso in virtù della sua forma, design, colore, materiali e proprietà. Oggetti mal disegnati traggono in inganno, complicano la vita, generano frustrazione, cozzano con la conformazione della mente umana che richiede segnali chiari e comprensibili in modo naturale senza faticosi passaggi di consapevolezza: costellano quella che Donald A. Norman, uno dei padri del cognitivismo, ha raccontato come “psicopatologia degli oggetti quotidiani”6; e lo stesso vale oggi per le interfacce digitali e delle AI. Ma anche le cose che manufatto non sono, e sono invece natura, come per il Montale di Ossi di seppia gli scogli, le palme, il mare, i tronchi, i germogli, anch’esse parlano e comunicano e suggeriscono e muovono l’animo: «portano scritto: “più in là”».
Fin qui, era vero ieri ed è vero oggi. Cosa cambia, allora, nel nuovo mondo in cui siamo appena entrati, descritto come disincarnato, segnato dall’evanescenza delle cose in un unico flusso di informazioni, privato di appigli certi nella realtà fisica e materiale? Succede che le cose, gli oggetti, si ribellano. Non le macchine AI del futuro distopico di Terminator, quella è un’altra storia: no, proprio l’universo materiale, naturale o manufatto che sia. Si ribella alla sua enfatizzata irrilevanza, a un’esistenza raccontata come residuale e in bilico. In forma di terre rare, gasdotti e oleodotti, milioni di chilometri di cavi sottomarini, giganteschi server iperenergivori7, dighe che cambiano la geografia e l’economia di interi subcontinenti, acqua e grano, droni e missili, si riprende la perduta centralità che da sempre ha segnato la storia dell’umanità: ferro agli albori della civiltà, tulipani nell’Olanda del Seicento, carbone nell’Inghilterra del tardo Settecento, oppio nella Cina dell’Ottocento, ciascuno aggiunga all’elenco gli esempi che crede. Un prepotente ritorno del rimosso. Materie prime, cavi, server, cibo, armi: in ultimo, rovine e cadaveri. In Ucraina, nei kibbutz del pogrom del 7 ottobre, nella Gaza rasa al suolo, nelle guerre dimenticate, Sudan, Eritrea, Congo, Nigeria, Myanmar, Haiti. Le immagini non annullano le macerie, il digitale non cancella i corpi. Ciò che disimpariamo nel nostro rapporto con le cose, gli oggetti, i corpi, la realtà fisica e materiale, ciò che si affievolisce nella nostra percezione di quanto ci circonda, persi come siamo a scrollare lo schermo del cellulare, ci torna indietro anche e proprio attraverso quelle immagini che dovrebbero anestetizzarci. Con la violenza di un pugno nello stomaco.
L’articolo è uscito sull’Almanacco Equilibri 2026 “Energia H2O”.
Note
- I. Calvino, Le cosmicomiche, Einaudi, Torino, 1965.
- B. Han, Le non cose, Einaudi, Torino, 2022.
- J. Xun, Ipnocrazia, Tlon, Roma, 2025.
- R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Roma-Bari, 2009.
- D. Del Giudice, Gli oggetti, la letteratura e la memoria, in A. Borsari (a cura di), L’esperienza delle cose, Marietti, 1992. Un bell’excursus in 22 capitoli, da abiti femminili a blue jeans, maschera, mutande, oggetti magici, orologio, profumo, scacchi, scarpe, specchio, televisore e altre voci, è in G. Anselmi e G. Ruozzi (a cura di), Oggetti della letteratura italiana, Carocci, Roma, 2008.
- D.A. Norman, La caffettiera del masochista, Giunti, Firenze, 1990.
- Ne ho scritto in Senza cavi non ci sono nuvole, in “Equilibri Magazine”, 25 marzo 2024.