Senza cavi non ci sono nuvole

Le infrastrutture materiali del digitale, il capitalismo politico, la sfida Stati Uniti-Cina. Colloquio con Alessandro Aresu.

Autore

Roberto Di Caro

Data

25 Marzo 2024

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8' di lettura

DATA

25 Marzo 2024

ARGOMENTO

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Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
«Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?», chiede Kublai Kan.
«Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra», risponde Marco, «ma dalla linea dell’arco che esse formano».
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa».
Polo risponde: «Senza pietre non c’è arco».

Italo Calvino, Le città invisibili

Ci importa dell’arco, non badiamo alle pietre: ma senza pietre non c’è arco. Viviamo, chattiamo, transiamo, paghiamo, ci orientiamo, ci odiamo e ci innamoriamo in rete, nel digitale, nelle cloud, letteralmente nelle nuvole, in sequenze di bit eterei e immateriali; e scordiamo che nulla è più materiale di quegli ‘immateriali’, depositati come sono in server giganteschi e iperenergivori sparsi in varie parti del mondo, innervati da un milione di chilometri di cavi per la maggior parte sottomarini, alimentati da fonti di energia che a loro volta viaggiano in oleodotti e metanodotti. Le pietre, le infrastrutture materiali, tangibili, pesanti, della nostra civiltà digitale, che leggiadramente continuiamo a immaginare, alla maniera delle città invisibili di Calvino, «leggere come aquiloni, traforate come pizzi, trasparenti come zanzariere, nervatura di foglia, linea della mano, filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore».

Fragili, questo sì, come un pizzo o una filigrana. Per rendere inservibili le pipeline Nord Stream e Nord Stream 2 è bastata, nel settembre 2022, un’àncora trascinata sul fondale del mare del Nord. Dopo il pogrom del 7 ottobre di Hamas contro Israele e la reazione dello Stato ebraico a Gaza, gli attacchi degli Houthi yemeniti alle navi portacontainer in transito nel mar Rosso verso il Canale di Suez hanno messo in crisi il commercio mondiale via container, che di lì transita per il 12 per cento (il 40 per cento di quello fra Asia e Europa) per un valore di 1,2 trilioni di dollari l’anno, dimezzandone i volumi e costringendo a rotte di circumnavigazione dell’Africa, dieci giorni di navigazione in più, raddoppio dei costi, danni ai prodotti alimentari, ritardi nella consegna di materie prime e pezzi di ricambio per le industrie europee, perdite per l’Italia da novembre 2023 a gennaio 2024 computate in 8,8 miliardi di euro. 

«Ora, lei immagini quali sarebbero le conseguenze di un attacco su vasta scala alle reti di cavi sottomarini che innervano la nostra vita, alle tecnologie digitali che sono il sistema nervoso del funzionamento del mondo: transazioni, relazioni, comunicazioni, ogni aspetto della nostra quotidianità ne sarebbe stravolto. La storia del potere e del globo può essere raccontata attraverso alcune infrastrutture e tecnologie, dall’estensione delle ferrovie fino ai cavi sottomarini, appunto, come ho cercato di fare in alcuni miei lavori. Il passaggio successivo è dalla concettualizzazione all’analisi di alcune specifiche dinamiche che condizionano l’andamento della società, dell’economia, degli apparati militari. Su questo sto lavorando. E sì, certo, il carattere materiale del nostro mondo è ormai strettamente legato all’Intelligenza Artificiale…»

Ha quarant’anni, Alessandro Aresu. Esordio spiazzante nel 2006 con Filosofia della navigazione, bell’abbordaggio all’oggi attraverso una scorribanda dal kubernetes di Platone, il nocchiero dello Stato, all’isola della Tempesta di Shakespeare, al Nietzsche del «C’è più di un mondo da scoprire! Via sulle navi, filosofi!». Seguono libri su L’interesse nazionale, la corsa allo spazio (I cancelli del cielo, lui membro del Cda dell’Agenzia spaziale italiana) e due sul confronto fra Stati Uniti e Cina, Le potenze del capitalismo politico e Il dominio del XXI secolo, tema la guerra invisibile sulla tecnologia. Collaboratore di ‘Limes’, in tempi diversi, è stato nella segreteria tecnica del Ministero dell’Economia e consigliere per gli affari strategici agli Esteri. Dei suoi maestri dichiarati, Massimo Cacciari gli ha fatto scoprire Hegel, Weber, Kojève; Guido Rossi la cultura anglosassone e americana; Natalino Irti, anch’egli giurista, lo ha indotto a studiare «cosa resta e cosa non è più rilevante nelle funzioni e nel ruolo dello Stato». 

Non lo convinceva, racconta, quella che percepiva come «un’idea troppo ingenua della fine dello Stato»: per capirci, una certa vulgata alla Alan Greenspan, che appena finito nel 2006 il suo mandato da presidente della Federal Reserve aveva riassunto in modo lapidario la sua visione dichiarando che la politica è diventata irrilevante, poco importa chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti perché ormai, salvo forse ciò che riguarda la sicurezza nazionale, a decidere ogni cosa sono i mercati. «Ecco, io ho utilizzato questo concetto di ‘sicurezza nazionale’ come una sorta di residuo della politica: non propriamente l’incarnazione di una politica democratica, ma comunque un resto della politica che resiste all’erosione a opera dei processi economici. E che torna alla ribalta in modo prepotente quando le dinamiche del potere globale presentano forti condizioni di incertezza». Com’è appunto il caso degli anni in cui viviamo.

Il tema è quello del ‘capitalismo politico’. La definizione è del tardo Max Weber, rimarca lo stretto intreccio tra potere politico e interessi economici, è espressa talora con la formula ‘capitalismo politicamente orientato’: «All’analisi sombartiana di un capitalismo visto già allora come ‘sconfinato’, Weber aggiungeva una disamina dello sviluppo degli apparati statuali, delle burocrazie, e del ruolo che hanno questi apparati burocratici nei processi dell’economia capitalistica». Dopo Weber, dal ‘complesso militar-industriale’ del discorso di fine presidenza di Eisenhower alle leggi americane sul controllo di supply chains che non possono cadere in mano a nemici dichiarati e potenziali e spesso neppure agli amici e alleati, fino all’utilizzo di sanzioni, embarghi, bandi come quello contro la cinese Huawei, la ‘sicurezza nazionale’ è il cuore della questione: «Da aspetto periferico quale poteva apparire, si mostra come la punta di un iceberg, minacciosa quanto più cresce l’incertezza e aumentano gli elementi di conflitto aperto ed esteso tra la potenza ancora detentrice del potere mondiale, gli Stati Uniti, e il suo nuovo sempre più forte avversario, la Repubblica popolare cinese».

Weber traccia la via, ma l’indagine va snocciolata sull’oggi, grano per grano come in un rosario. E qui la rappresentazione corrente non pare all’altezza dei sommovimenti in atto. «Quando noi europei abbiamo attraversato le nostre rivoluzioni industriali, tali processi sono diventati romanzi e saggi, li abbiamo raccontati con dovizia nei loro aspetti positivi e nei loro drammi. Oggi che processi altrettanto giganteschi hanno segnato e segnano una parte di mondo che non è la nostra, ho l’impressione che li guardiamo con insufficiente attenzione e conoscenza, che li perdiamo di vista, che in un mondo di crisi continue ci concentriamo prima sul Covid poi sull’Ucraina ora su Israele-Hamas, via una l’altra. Siamo spettatori distratti, da questo lato del mondo, di un trasferimento dell’asse dell’industria globale estremamente significativo: l’Asia orientale è diventato il centro manifatturiero del mondo, il luogo dove vengono prodotte e assemblate la maggior parte delle merci, in cui centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta per abbracciare una situazione di benessere, dove sono state erette centinaia di città con fabbriche e decine di milioni di abitanti. E insieme alle condizioni di vita sono cambiate, in queste masse, le aspettative e le aspirazioni delle persone».

È in questo contesto che va inquadrata la questione della materialità delle infrastrutture del nostro universo digitale. L’elemento della sicurezza nazionale, presunto semplice residuo della politica in un mondo dominato dall’economia e dai mercati, assume ancora maggior peso, nel gioco delle relazioni internazionali e della definizione delle strutture di potere globale, nel momento in cui lo sviluppo tecnologico e digitale ne accentua le criticità, con l’emergere di nuovi giganteschi spazi di intrusione e, conseguentemente, di nuove necessità di salvaguardia, difesa, finanche contrattacco. E di nuovo, con le parole di Aresu, «la competizione digitale non è né eterea né neutrale: è fisica e politica. Avviene attraverso gli strumenti che politicizzano il commercio, come in particolare le sanzioni e i controlli sulle esportazioni, oltre a politiche industriali che privilegiano alcuni settori rispetto ad altri, giocando (in modo tecnico ma anche politico) sul valore per la difesa e la sicurezza di quei settori. La trasformazione degli anni novanta e dei primi anni 2000 in un sistema molto più complicato e disordinato è proprio rappresentata dalla compresenza di fenomeni come: l’estensione dei controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti, per impedire ad aziende americane di esportare proprietà intellettuale in Cina, contro i loro stessi interessi; il divieto di alcuni Paesi, in particolare l’India, nei confronti di social network cinesi come TikTok; il primato soverchiante che una Cina in difficoltà economiche sempre più gravi ha raggiunto nell’auto elettrica, con la possibilità concreta di cambiare i rapporti di forza mondiali in un’industria ancora centrale per i suoi numeri e il suo ruolo sociale».

L’Intelligenza Artificiale, tema sul quale Aresu sta lavorando e materia del suo prossimo libro, cambia radicalmente lo scenario. Apre possibilità e opportunità ma anche varchi e buchi nei quali già germinano fake news e mondi fasulli in grado di ribaltare percezioni, convinzioni, scelte, e di orientare in una direzione o nell’altra decisioni strategiche: per un paese, per i mercati, per gli equilibri internazionali. Impone, in una parola, di rivedere la cassetta degli attrezzi teorici e cognitivi con cui, finora piuttosto maldestramente, l’abbiamo maneggiata. 

Anche qui il rimando chiave, troppo sottotraccia nel dibattito contemporaneo, è alla materialità delle infrastrutture che ne rendono possibile l’utilizzo. «Quando facciamo una domanda a ChatGPT, questo concretamente significa che un software, un modello informatico, è stato addestrato grazie a un insieme di componenti come le schede grafiche, dei centri dati collocati in un dato luogo, grazie alla capacità di alcune imprese di farlo, segnatamente Microsoft nel caso dei modelli di linguaggio di AI più noti. Dunque le prime domande da porsi sono: quali società, negli Stati Uniti, progettano i chip per la AI? Quali li producono, segnatamente a Taiwan? Un’azienda americana nata ormai più di trent’anni fa, NVIDIA (co-fondata nel 1993 da quello che è ancora l’amministratore delegato, Jensen Huang, nato a Taiwan), ha assunto una leadership nella progettazione delle infrastrutture di calcolo per l’intelligenza artificiale. Difficilmente questo primato sarà scalfito in modo significativo, perché le barriere d’ingresso sono molto elevate. Anche in questo caso, il principale produttore è TSMC, azienda di Taiwan che sta perseguendo una diversificazione soprattutto verso il Giappone». 

In quest’isola crocevia, Taiwan, si riannodano tutti i fili delle indagini che Aresu ha sviluppato negli ultimi anni: la fisicità del digitale, il capitalismo politico, la competizione Usa-Cina, lo scontro tra le due attuali superpotenze. E, forse, la prossima guerra.

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