Quello che segue è il testo della Lectio Magistralis che il già vicesindaco di Roma, Walter Tocci, ha tenuto il 15 gennaio per l’inaugurazione dei Dottorati 2026 dell’Università degli Studi Roma Tre. Partendo da un aneddoto personale, Tocci si immerge nei profondi cambiamenti della città e nelle connessioni con la sua storia.
Comincio con una testimonianza personale. Ne ho bisogno per mitigare la tensione che mi suscita questa conferenza.
Da un lato sono onorato di parlare davanti a una platea tanto qualificata: brillanti dottorandi e stimati professori, alcuni sono anche miei maestri. Rivolgo con piacere un fecondo augurio ai primi e un ringraziamento ai secondi.
Dall’altro lato, però, non posso nascondere la mia difficoltà nel tenere una lezione senza avere i titoli né di urbanista né di architetto.
Ho incontrato questi saperi nella mia giovinezza nel fango e nella polvere delle borgate romane, come militante politico impegnato nelle lotte della periferia per la conquista di elementari dotazioni di giustizia: la casa, i servizi, i parchi, le scuole ecc.
Avevamo a fianco gli architetti e gli urbanisti che sentivano il dovere, come deontologia professionale, di mettere a disposizione i loro saperi per combattere le disuguaglianze sociali.
La memoria dell’antico
Quell’esperienza giovanile mi ha influenzato per tutta la vita. Basta un aneddoto a spiegarlo. Ricordo quando Petroselli annunciò alla stampa il Progetto Fori, rilanciando la proposta di Adriano La Regina. Pochi giorni dopo convocò i militanti del suo partito per convincerli a sostenere il progetto. A quei tempi si usava così, nei partiti si discuteva appassionatamente sui progetti per la città.
Presi la parola nell’assemblea e feci un intervento impertinente, contrapponendo ai Fori i problemi più urgenti, per esempio le fogne a Pietralata; la borgata, infatti, si allagava quando pioveva, lo raccontava anche Pasolini nei suoi romanzi, e c’era perfino una canzone popolare: “Pietralata s’è allagata…”
Nella replica il Sindaco mi fece una lavata di testa, come usavano a quei tempi i dirigenti di partito al fine di educare i giovani quadri. Mi disse: “per occuparti delle fogne di Pietralata devi studiare i Fori dell’antica Roma”. E aggiunse: “Il risanamento della periferia deve approdare a un pieno riconoscimento tra la città e i suoi cittadini, rielaborando la memoria dell’antico nella vita quotidiana”.
Compresi bene la lezione e la domenica successiva accompagnai gli anziani di Pietralata alla prima delle “domeniche a piedi ai Fori” organizzate da Petroselli. Si commossero ricordando quando furono espulsi da quei quartieri demoliti dal Duce per costruire lo stradone delle parate militari. Ora tornavano in quel luogo invitati dal Sindaco e si sentivano riconosciuti come cittadini romani.
Poi arrivò il genio di Nicolini con il cinema a Massenzio. Sotto le volte dell’antica basilica, una volta utilizzata solo per i concerti destinati all’élite, i giovani di borgata scoprirono Roma e si ritrovarono insieme alle altre generazioni, in un formidabile crogiuolo sociale e culturale: lavoratori e perdigiorno, indiani metropolitani e famiglie popolari, intellettuali e fagottari. Forse per l’ultima volta tutti si sentirono ancora un popolo. Negli anni Ottanta cominciò la grande frammentazione sociale e spaziale che dura fino a oggi. Anzi, è diventata un’irriducibile eterogeneità che nessuna politica è più riuscita a comprendere e tanto meno a ricomporre.
Quella lavata di testa mi è servita. Da allora ho continuato a studiare il progetto Fori. Anzi, è diventato per me una specie di ossessione, chi mi conosce lo sa. Forse per questo il sindaco Gualtieri mi ha chiesto di contribuire a rilanciare la grande idea di Petroselli. Ho risposto all’incarico (gratuito) scrivendo un Rapporto al Sindaco, che ha innescato le successive iniziative. È in corso l’elaborazione del Piano Strategico, presso il Laboratorio Carme, coordinato da Carlo Gasparrini e animato da una trentina di professori e di giovani ricercatori di Sapienza e del Dipartimento di Roma 3, capeggiato dai professori Longobardi e Franciosini. Però intanto volevamo far vedere qualcosa ai romani e abbiamo impostato il Programma Operativo, una serie di opere di restauro e riqualificazione già realizzate o in attuazione per circa 200 milioni, un investimento enorme sull’area.
Il Riconoscimento
Nell’aneddoto di Petroselli è apparsa la parola fatidica di questa conferenza: Riconoscimento. È una parola impegnativa, densa di significati filosofici, dal grande Hegel fino ai pensatori contemporanei, per esempio Paul Ricoeur e Alex Honneth.
Al di là della filosofia, però, la forma più semplice di riconoscimento consiste nel darsi un appuntamento: se non si condivide il carattere del luogo prescelto, fallisce anche l’incontro tra le persone. Spesso è capitato di perdermi quando andavo alle assemblee popolari del quartiere di Laurentino 38. Gli organizzatori mi dicevano di girare al settimo ponte, però a volte mi distraevo, perdevo il conto e mancavo l’appuntamento. Se si riduce a un calcolo il Riconoscimento fallisce. Quando invece mi dicevano vediamoci a Piazza della Marranella ero sicuro di arrivare puntuale, perché in quel luogo è facile ritrovarsi, oggi è la piazza delle genti di tutti i continenti.
Io amo la parola Riconoscimento e aborro la parola Identità.
Il Riconoscimento è un processo di apprendimento sociale, è una mutevole rielaborazione delle relazioni interpersonali nella dimensione spaziale e costituisce spesso l’esito di una trasformazione urbana.
L’Identità, invece, è statica, è una sorta di fermo immagine, una sedimentazione delle relazioni socio-spaziali che ereditiamo dalla memoria collettiva.
Nella Roma di Petroselli il Riconoscimento avveniva in Centro con le domeniche ai Fori e l’Estate Romana. Al contrario l’Identità si era sedimentata nelle borgate in decenni di emarginazione sociale. Nell’esclusione si erano formati legami sociali forti e una radicata combattività democratica. Nell’immaginario la borgata costituiva un mondo vitale e quando si andava in Centro si diceva “vado a Roma”.
Nella Roma di oggi si è capovolta la situazione. Non c’è più il Riconoscimento nella Città Antica e tanto meno nei Fori. I romani considerano questi luoghi ormai consegnati ai turisti. In generale in Centro non accade niente di nuovo, non ci sono innovazioni tangibili. È solo il luogo dell’Identità che scade nella retorica della città eterna e nella rendita dell’economia turistica.
Al contrario, il Riconoscimento oggi è attivo in periferia, perché nel bene e nel male è il luogo della trasformazione quotidiana. Tutte le novità si manifestano nei quartieri: la riscoperta di luoghi abbandonati; le esperienze di mutualismo sociale; la street art e il coworking; le produzioni culturali delle avanguardie; la nuova agricoltura della biodiversità; l’economia circolare, l’invenzione di nuovi paesaggi, la musica, il cinema da Sacro Gra a Jeeg Robot e tanti altri. Le borgate oggi sono anche laboratori di innovazione linguistica; emerge nella parlata dei giovani il neoromanesco, come hanno dimostrato gli studi dei linguisti della vostra università, guidati dal prof. Paolo D’Achille.
Adesso però basta con i ricordi. La testimonianza personale mi espone alla nostalgia, una dea ingannatrice che riporta alla memoria solo le cose belle e nasconde quelle mediocri.
La crisi dell’urbano e le trasformazioni dei saperi della città
Se negli anni ’70 quel connubio tra politica, architettura e urbanistica fu decisivo nella lotta alle diseguaglianze, come mai accaduto prima e purtroppo neppure dopo, è anche vero, però, che produsse una cultura progettuale in gran parte disastrosa, come si può vedere nei grandi piani di zona della 167. In alcuni casi disegnati da esimi professori dell’università romana, scelti dal potere politico in assoluta discrezionalità, quei piani oggi costituiscono irrinunciabili libri di testo su come non si deve progettare la città.
La peste mentale del funzionalismo portò a vere e proprie aberrazioni. Si dicono tante cose di Tor Bella Monaca, ma si sorvola sulla causa principale del fallimento, la pretesa cioè di poggiare l’edificato su un grande stradone che separa le diverse parti del quartiere e tutte insieme le rende estranee alle borgate limitrofe, a dispetto della narrazione della ricucitura che voleva legittimare quei piani.
All’epoca i saperi dell’urbano sbagliavano per eccessiva sicumera. I progettisti perlopiù erano animati da certezze inossidabili e da ingenue razionalità dei processi che poi quasi mai corrispondevano alla realtà.
Certamente da tutto ciò scaturisce una crisi profonda dell’urbano, ma è anche l’occasione per ripensare dalle fondamenta i saperi della città. Consentitemi un’esortazione: conoscere significa anche dimenticare. Non auguro le certezze della mia generazione, è una fortuna per voi non portare il fardello del passato, prendetevi tutta la libertà di una ricerca eterodossa, spregiudicata e sovversiva. Solo dal travaglio della decostruzione possono venire nuovi ordini spaziali.
Tuttavia la decostruzione non è un’attività spensierata, richiede anzi una consapevolezza della transizione epocale nella quale siamo immersi.
Non sono in discussione solo i problemi superficiali del fenomeno urbano, ma sono in crisi i suoi caratteri originari, potremmo chiamarli i suoi archetipi, come descritti dai classici della letteratura urbana.
Vi propongo quattro esempi:
a) Leonardo Benevolo definisce la città come un dispositivo spazio-temporale che riduce le distanze al fine di renderle compatibili con i tempi delle relazioni interumane. È il contenimento del nomadismo a creare la possibilità della vita urbana. E sottolineo la parola contenimento. Invece, oggi tutto è città e niente è città: le popolazioni vivono in gran parte in agglomerazioni infinite che però non hanno più la forma delimitata da un confine. Anzi, il confine viene introiettato nella città tramite la separazione tra diversi gruppi sociali o identitari. Il dispositivo spazio-temporale è in frantumi;
b) Georg Simmel ritiene che lo spazio pubblico procuri un sovraccarico psichico tra le persone che si può contenere solo in quanto l’altro è straniero. Di nuovo ricorre la parola contenimento. Con acutezza egli osserva che solo nella città del tram le persone hanno imparato a convivere in uno spazio stretto senza parlarsi. Al contrario, se tutti gli abitanti si conoscessero direttamente sarebbe molto faticosa e meno libera la vita metropolitana. Eppure oggi lo spazio pubblico non sembra più in grado di sostenere le diversità, ciascun gruppo sociale tende ad appropriarsene e a espellere gli altri, dal turismo, alla movida, al contrasto tra automobilisti e pedoni e più violentemente all’aperto conflitto inventato dalla xenofobia. Lo straniero non è più un contenimento della stimolazione psichica, anzi suscita pulsioni barbariche. Il dispositivo psico-sociale ribalta i suoi esiti;
c) Max Weber vede nella sede del mercato l’origine del fenomeno urbano: il luogo in cui i produttori offrono le merci a un ambiente contenuto di consumatori. Oggi, invece, sia la produzione sia il consumo si dispiegano a scala globale. Il commercio non è più contenuto nel tessuto urbano, fugge dalla città e si rifugia nei grandi mall; gli acquisti digitali spengono le luci dei quartieri e le vie che rimangono commerciali si omologano secondo i brand internazionali. Sono le piattaforme digitali, con i monopoli dei dati, a orientare i flussi nel mercato della città globale e a conformare gli spazi pubblici. Il dispositivo economico produce effetti antiurbani;
d) Martin Heidegger definisce l’abitare e il costruire coessenziali, per nel prendersi cura della dimora dell’essere, cioè di nuovo un contenimento che mette a riparo l’essere. Dovrebbe essere un precetto da non dimenticare per gli architetti. Se si perde il senso dell’abitare degrada anche la capacità di costruire, come si vede nelle borgate romane.
La perdita dell’abitare
Nel nostro tempo salta anche questo quarto archetipo. Diventa sempre più difficile abitare le città. L’innalzamento dei valori immobiliari, gli airbnb, i city users rendono indisponibili gli alloggi per i residenti. La rendita, sia immobiliare sia digitale, espelle gli abitanti verso l’hinterland. In tutte le città europee ritorna una drammatica Questione delle abitazioni, che sembra riecheggiare il saggio di Engels sui mali della città industriale. A Milano, a Venezia, a San Francisco, nelle tante capitali del mondo, siamo al paradosso: non possono vivere in città i lavoratori che pure ne assicurano il funzionamento, dai trasporti alla pulizia al commercio. Circa 800 mila romani hanno dovuto abbandonare la città consolidata. Tutto ciò ha costituito una dislocazione di abitanti dai centri alle periferie. Il costruire la città infinita si è accompagnato al disabitare la città consolidata. E tale mutazione sarà più inquietante a Gaza City: Trump annuncia la realizzazione di un villaggio alla Truman Show per espellere i palestinesi dalla loro terra, dove non sono bastati i bombardamenti e le stragi. Costruire non è l’abitare ma è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz.
Il Contenimento, tra eclettismo e conformismo
Nella crisi dei quattro archetipi si palesa il filo rosso del Contenimento. Una parola spesso ignorata o fraintesa, eppure essenziale per analizzare il fenomeno urbano e la stessa azione progettuale. Contenimento di che cosa? Sia la città sia il progetto in generale scaturiscono da una volontà di trasformazione, da un’irrefrenabile azione pratica e intellettuale che non sempre trova al proprio interno i motivi per placarsi e quindi rischia di scivolare nell’eccesso autoreferenziale. Da qui l’esigenza di una forza di contrasto che porti a maturazione il movimento creativo senza bloccarlo. Ciò è possibile solo se il contrasto non degrada nel divieto, che è un rischio molto diffuso nelle nostre società devastate da una normativizzazione penetrante e a volte inconsapevole. Spesso si parla di deregulation, ma in realtà viviamo in un asfissiante apparato di leggi inutili, di procedure a volte imperscrutabili, di algoritmi misteriosi, di standard economici, di vincoli arbitrari, come dimostra Olivier Roy nel recente libro L’appiattimento del mondo nel dominio della norma.
Per il vostro estro progettuale è decisivo salvare il contenimento dalla deriva normativa e connetterlo con la creatività. In questa tensione tra immaginazione e misura si colloca la creazione architettonica. Per farci un’idea più pregnante di tale dialettica potremmo ricorrere alle intense figure dell’apocalittica cristiana: da un lato l’Eschaton che alimenta l’utopia del Regno di Dio e dall’altro lato il Katechon che trattiene il male del mondo in attesa della Rivelazione del Messia. Il progetto è l’urto tra l’utopia e il contenimento, tra eschaton e katechon. Se vince il primo si cade nell’eclettismo, se vince il secondo si cade nel conformismo. Il problema è come trovare l’equilibrio.
La crisi dei quattro archetipi deriva proprio dal venir meno del Contenimento. Vengono meno, infatti, i confini spazio-temporali, lo spazio pubblico dello straniero, il mercato della vita urbana, l’abitare come essenza del costruire. In tutti questi fenomeni le persone si riconoscevano in un luogo e di conseguenza, come per una sorta di magia sociale, si riconoscevano tra loro come cittadini. Esisteva una sorta di proprietà transitiva del Riconoscimento nella dimensione socio-spaziale. Questa preziosa relazione rischia di andare perduta nella crisi urbana.
Quindi, si pone la domanda fondamentale: quale sarà in futuro il Riconoscimento della città e della cittadinanza?
La difficoltà di conoscere Roma
La teoria mi ha preso la mano e mi ha portato a una formulazione troppo generale della domanda. Cercherò allora di approfondire un caso particolare, quello che ci sta a cuore, come indica il titolo di questa conferenza.
Il riconoscimento di Roma.
Ma prima bisogna conoscerla e neppure questa è un’impresa facile. Italo Insolera sicuramente ne sapeva molto, avendo scritto l’unico bestseller e longseller di Roma Moderna. Eppure nell’ultima prefazione, oltre mezzo secolo dopo la prima edizione, diceva: “Roma è purtroppo una città che non conosciamo. Perfino i romani Ignorano Roma quindi se stessi come gruppo sociale” (p. XIII). Con parole diverse, anche Insolera svela, seppure in negativo, la proprietà transitiva tra il conoscere la città e riconoscersi come cittadini.
Negli ultimi tempi, però, c’è una grande mole di studi universitari di Sapienza e Roma 3 in quasi tutte le discipline. La passione conoscitiva ha portato a estremizzare le analisi nelle dimensioni sia micro e sia macro. Nella prima Salvatore Monni di Roma Tre, già autore della Mappe delle Disuguaglianze, ha studiato la vita dei piccoli quartieri, dove si addensano le relazioni sociali e ne ha rilevati oltre 300. Sulla loro individuazione e denominazione è in corso una vivace discussione pubblica sul sito del Comune.
Di solito nelle interviste sociologiche i cittadini denunciano tutto ciò che non va nel proprio quartiere, ma alla fine rispondono in maggioranza che non andrebbero mai a vivere da un’altra parte. È un riconoscimento che non solo resiste, ma in una certa misura compensa la penuria infrastrutturale del sistema urbano.
Nella dimensione macro, invece, gli studi Carlo Cellamare di Sapienza e del vostro Giovanni Caudo hanno dimostrato la crescita di relazioni sempre più intense tra la città consolidata e il territorio regionale e perfino alcune parti dell’Italia centrale. Un altro studio dell’università di Firenze ha evidenziato la capacità strutturante dei grandi sistemi ambientali regionali, seguendo l’approccio territorialista di Alberto Magnaghi.
Purtroppo tutti questi studi non affiorano nel discorso pubblico. La scarsa consapevolezza, paventata da Insolera, trova in questi giorni una conferma nella sede più autorevole del Parlamento italiano. È appena iniziata la discussione sulla revisione della Costituzione al fine di conferire a Roma la potestà legislativa, la quale si applicherebbe nell’attuale confine comunale, ignorando quindi che esso, da quasi mezzo secolo, è stato superato dall’enorme espansione edilizia descritta dagli studi di Cellamare e Caudo. La proposta di legge, altresì, esclude la pur tanto auspicata trasformazione degli attuali Municipi in veri comuni, che sarebbero più vicini al governo dei 300 quartieri evidenziati da Monni. Quindi i parlamentari ignorano le trasformazioni macro e micro e si attestano sulla vecchia dimensione comunale. Vorrebbero disegnare il futuro della capitale avendo in mente la città degli anni sessanta.
Un territorio di microcosmi edilizi
D’altronde, anche senza leggere gli studi universitari, basterebbe prendere una foto satellitare per vedere una delle più vaste conurbazioni europee, ma anche la più vuota, apparentemente una grande distesa verde punteggiata da tante monadi edilizie.
Essa presenta la migliore opportunità e la peggiore patologia. L’opportunità consiste nella enorme dotazione di spazi aperti che circondano quasi tutte le monadi. Purtroppo oggi ne accentuano l’isolamento, attraggono tutti gli abusivismi e contribuiscono alla marginalizzazione delle periferie. Se invece quegli spazi aperti venissero riscoperti come brani ambientali, culturali e produttivi della campagna romana, avremmo una città verde, come non sarebbe più possibile nelle altre città italiane, ormai interamente saldate con i rispettivi hinterland, per esempio Milano o Napoli.
La grave patologia, invece, riguarda la bassa densità insediativa che ostacola il trasporto pubblico. Per il buon funzionamento delle infrastrutture c’è bisogno di concentrazione della domanda. Ciò si verifica nella città consolidata fino alla periferia storica delimitata dalla prima circonvallazione, la Togliatti a est e la Newton a ovest. Nella periferia intorno al Gra, invece, crolla il gradiente di densità fino a vanificare la cura del ferro. Ce ne accorgemmo con allarme trent’anni fa quando per la prima volta pianificammo la rete dei trasporti con un moderno simulatore. Inserendo nel modello la realizzazione di tutte le possibili metropolitane, ferrovie e tranvie si otteneva uno splendido risultato entro la città consolidata, con parametri di mobilità di rango europeo, e invece nella periferia estrema il grande investimento infrastrutturale determinava solo piccoli miglioramenti, senza risolvere la penuria strutturale. Ciò significa che il guasto prodotto dalla dissennata espansione abusiva e legale è difficilmente sanabile con terapie standard. L’investimento su ferro è essenziale ma si deve accompagnare agli strumenti più innovativi della mobilità dolce e soprattutto al disegno di nuove reti di accessibilità e di relazioni tra le monadi. Non basta una semplice terapia trasportistica. Occorre mettere in forma la conurbazione. Ma qui si apre un grande problema teorico e pratico.
Ex malo bonum
Sulla possibilità di ripensare la forma è cresciuto un certo scetticismo, all’interno della disciplina urbanistica e soprattutto tra i committenti. È clamoroso, per esempio, che gli organi della Città Metropolitana di Roma, abbiano commissionato il Piano Strategico a un gruppo di urbanisti con l’esplicito divieto a occuparsi della forma territoriale.
Nello scetticismo ovviamente pesano gli insuccessi dell’ingenuo razionalismo del passato. Tuttavia, anche quando fallisce, l’urbanistica non passa invano. Il fare male e anche il non fare spesso hanno effetti di scala non immediatamente visibili. Ci vorrebbe non una semplice storia urbana, ma una sorta di genealogia à la Foucault per ricostruire come una qualsiasi azione, positiva o negativa, è stata condizionata dalla precedente e come ha indirizzato gli eventi successivi.
Ci vorrebbe anche una certa clemenza verso gli errori per trarre il bene dal male. Ex malo bonum è l’esclamazione di Borromini di fronte al pasticcio combinato dai padri Filippini nel loro Oratorio con una serie di superfetazioni incongruenti e sconnesse. E il grande architetto inventò il capolavoro della facciata che abbraccia il passante a piazza della Chiesa Nuova, mentre nasconde le brutture preesistenti. Fu una mutazione di forma, non sarebbe bastata una semplice ricucitura, né un rammendo e tanto meno una rigenerazione. La sfida è applicare il motto borrominiano alla mutazione della forma metropolitana.
Non si tratta certo di tornare all’astratto modernismo novecentesco. Al contrario, occorre ripartire dai suoi fallimenti, dalle tracce discontinue, dai segni incompiuti lasciati durante le sue travagliate attuazioni.
In tal senso la progettazione della forma è prima di tutto un esercizio della visione, un nuovo sguardo su ciò che è consueto, una scoperta di impensate nervature nell’insieme amorfo dello sprawl. Occorre La Coscienza dell’occhio di Richard Sennett per ritrovare la comune radice etimologica del theorein, che è insieme un vedere e un pensare lo spazio.
Le monadi edilizie, veri e propri microcosmi chiusi, sembrano tanti coriandoli gettati nella piazza a Carnevale: apparentemente una distesa informe, ma si vedono deboli aggregazioni nelle crepe del pavimento, nei cigli, negli avvallamenti. Allo stesso modo, nella foto satellitare, osservando meglio, si notano segni dissolventi, geometrie spettrali, come delle ombre che scompaiono a uno sguardo frettoloso.
Sono i fantasmi della trasformazione novecentesca. Dovremmo riconoscerli, prenderli sul serio, dialogare con loro, come proponeva Jaques Derrida criticando l’idiosincrasia illuministica di Marx verso gli spettri. Più semplicemente Eduardo De Filippo ha proposto un’interpretazione di Questi Fantasmi come liberazione dalla penuria del presente e come desiderio di una vita migliore, per il protagonista Pasquale, ma vale anche per la nostra città.
Il più fantasmatico di tutti è il piano della Cometa del 1942, del quale non conosciamo le planimetrie, né le norme, né il plastico che andarono perduti nei bombardamenti. Eppure, tipico paradosso romano, è stato l’unico piano a guidare con coerenza e lunga durata lo sviluppo della città a ovest, certo con devastazioni ambientali, ma anche con la priorità del mare, che oggi sarebbe l’occasione per ripensare Roma come Capitale del Mediterraneo.
Abaco di fantasmi romani
Al contrario, il Piano regolatore del ‘62, pur essendo ampiamente conosciuto, discusso e normato, non ha mai trovato una coerente attuazione. È fallito l’Asse Attrezzato del Direzionale, ma si è sviluppato, proprio sul grande cerchio del GRA una sorta di Asse Attrezzato dell’Abusivismo. E proprio questo fantasma non previsto e anzi rimosso dal piano di Piccinato è oggi la più potente forma territoriale, non a caso interpretata dal cinema, da Federico Fellini, a Sacro Gra di Gianfranco Rosi, alla Macchina celibe di Renato Nicolini. E costituisce la sfida più difficile e più ambiziosa per ricreare urbanità nel luogo più antiurbano, tessere relazioni tra le monadi edilizie, aprire i tessuti verso la Campagna Romana e innervare le connessioni regionali. Finalmente, è stato assunto come priorità dal progetto Roma050 elaborato da Stefano Boeri e un gruppo di giovani ricercatori su incarico del sindaco Gualtieri.
L’anello ferroviario, invece, è il fantasma di Remo. Secondo il mito la sua sciagura derivò dalla colpa di aver varcato il confine tracciato da Romolo. Allo stesso modo, la sciagura della periferia frammentata e abusiva deriva dalla colpa di aver varcato il confine della ferrovia, allontanandosi dalla forma compatta del piano del Sanjust, il migliore nella storia della Capitale.
E poi ci sono i fantasmi puri, perché mai considerati dalla pianificazione, pur trattandosi dei caratteri originari di Roma: i flessi del Tevere che irrorano la Campagna e attraversano l’Urbe. Dopo una lunga dimenticanza, oggi si va riscoprendo il fascino del fiume, sia per merito di iniziative culturali spontanee sia di iniziative comunali, in primis il Piano Strategico Operativo presentato recentemente da Carlo Gasparrini e dall’assessore Maurizio Veloccia.
Il fantasma più interessante è la raggiera delle vie consolari, la più duratura forma territoriale di Roma.
Oggi sono corridoi tra centro e periferia attraversati con indifferenza dai pendolari; rappresentano quella che Carlo Levi chiamava la Roma fuggitiva.
Proviamo a immaginarle come viali scanditi da grandi alberi, con spazi pedonali ampliati e arricchiti dall’arredo urbano, gli slarghi e i crocicchi trasformati in piazze distinte da installazioni artistiche, le piste ciclabili, le facciate dei palazzi restaurate o colorate, una suggestiva illuminazione notturna e i giochi d’acqua per ricordare che siamo a Roma nella città delle mille fontane, non solo in centro storico
Senza grandi spese le nuove consolari diventerebbero i luoghi prediletti della vita quotidiana. Sarebbe la più pervasiva rielaborazione dell’Immagine di Roma, nel senso profondo che alla parola attribuiva Ludovico Quaroni.
Noi romani dovremmo conoscere meglio di altri il senso di una strada urbana, perché il miglior esempio è venuto all’inizio dell’era moderna dagli assi di Sisto V che delineavano una struttura aperta della città facilmente percepita dai viandanti con lo sguardo rivolto alle mete dei grandi obelischi. A me pare la migliore definizione della Forma Urbana, un disegno dall’alto che riesce a coniugarsi con la visione dal basso.
Oggi nella capitale solo le consolari riescono a coniugare alto e basso nella visione. La raggiera è l’unica struttura ancora riconoscibile a grande scala nell’amorfa conurbazione dei coriandoli edilizi. Nel contempo essa costituisce per il viandante la decisiva mappa mentale, intesa alla maniera di Kevin Lynch.
Al flaneur che si è smarrito nella periferia è sufficiente approdare su una consolare per ritrovare l’orientamento, per capire dove si entra e dove si esce dalla città, dove dirigersi per andare da una consolare all’altra ecc.
La conferma di questo profondo radicamento nell’immaginario viene anche dalla toponomastica. Solo a Roma quasi tutti i quartieri dell’espansione novecentesca prendono nome dalle consolari che l’hanno resa possibile. Se chiedi a qualcuno dove abita ti dice al Tiburtino, al Salario, al Prenestino, all’Aurelio e così via. Le consolari, quindi, sono anche strutture narrative della forma urbana. Nella lunga durata hanno narrato i fasti imperiali, e poi la pietas medievale, l’intelligenza rinascimentale, la gloria barocca, fino a decadere nella miseria edilizia della modernità novecentesca. Eppure sono ancora strutture vive e potrebbero raccontare qualcosa di meglio nel secolo che viene.
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