Seconda parte della Lectio Magistralis che il già vicesindaco di Roma, Walter Tocci, ha tenuto il 15 gennaio per l’inaugurazione dei Dottorati 2026 dell’Università degli Studi Roma Tre. Parte 1.
Questa mappa indica il nuovo racconto possibile. La raggiera qui non è più al servizio dell’espansione edilizia, ma annuncia il riconoscimento di ciò che è più prezioso per la vita di Roma, le reti ecologiche e la memoria storica sedimentata intorno a quei tracciati.

A tal fine il progetto per il Centro Archeologico Monumentale (CArMe) istituisce un gemellaggio tra i Fori e un’area archeologica per ciascun Municipio.
Il miglior esempio è costituito dal sito di Gabi, che il visitatore può raggiungere con la metro C dalla nuova stazione appena aperta proprio a via dei Fori, per poi tornare in città con le piste ciclabili delle consolari, la Prenestina o la Casilina.
In tal modo si accorcia la distanza temporale e mentale, come diceva Petroselli, tra i Fori e la città di Gabi, la più lontana nella storia, in quanto città preromana, e nel territorio poiché collocata al confine estremo del Comune.
Grande cura merita la regina delle consolari, l’Appia Antica, la Regina Viarum. È uno dei luoghi più belli del mondo, ma di difficile accessibilità. Vive un grande anello di mobilità intermodale a scala metropolitana, mettendo a frutto le infrastrutture esistenti. Dalla stazione Termini in treno si arriva in nove minuti alla stazione di Torricola, la quale oggi sembra uscita da un film western – come nei film di Sergio Leone si aspetta la sparatoria tra i cowboy – ma è già iniziata la riqualificazione ad opera di Ferrovie Italiane e diventerà più funzionale e accogliente. A pochi passi si trova il tratto in basolato della Regina Viarum e si può tornare verso il centro a piedi o in bici oppure con un bus elettrico chiamato Archeobus. Arrivati al Circo Massimo, alla Casina Vignola Boccapaduli appena restaurata, si prende l’Archeotram per tornare al punto di partenza a Termini.
Il sistema di mobilità integrata, che chiamiamo ArcheoMetrebus, ci aiuta a riconoscere un altro fantasma romano: il grande triangolo di natura e storia dal vertice del Campidoglio fino ai Castelli Romani, che si è salvato, per merito di Antonio Cederna. Questa grande eccezione dell’espansione novecentesca può costituire nel nostro secolo l’incipit di una nuova storia della Campagna Romana, non più intesa come un vuoto da riempire col cemento, ma un pieno di vita, di cultura, di paesaggio, di benessere e di economia urbana.
È davvero possibile? A quali condizioni il passato può trasformare il presente e preparare l’avvenire?
Una nuova postura tra il presente e l’antico
Tutto dipende dal nostro rapporto l’antico. Non ci dice granché se lo consideriamo solo un oggetto antiquario, una curiosità da mettere in mostra, un ornamento a compensazione delle brutture moderne. Al contrario può sprigionare una capacità trasformativa se interagisce con la nostra vita, se ci interpella, se ci costringe a riflettere sul nostro tempo e su noi stessi.
Quindi, occorre prima di tutto predisporci a un rapporto problematico, direi inquieto, tra noi e l’antico. E su questo non a caso ci sono maestri i padri della psicanalisi
Carl Gustav Jung non riuscì mai a mettere piede a Roma. Nei ricordi dice: “Ho viaggiato molto nella mia vita e sarei andato volentieri a Roma, ma sentivo di non essere all’altezza dell’impressione che questa città mi avrebbe fatto”.
Temeva l’intensità spirituale della memoria dell’antico. Mi domando: noi moderni siamo ancora in grado di avvertire quella sua inquietudine?
Sigmund Freud diede una rappresentazione fisica della psiche umana in analogia con il paesaggio archeologico romano. Nel quale coesistono le stratificazioni materiali della storia plurimillenaria, proprio come nella psiche convivono i ricordi di tutta una vita. È il passo famoso del Disagio della civiltà, che di solito viene letto staticamente come mera rappresentazione. Se invece interpretiamo la metafora come trasformazione ci procura un certo ottimismo sul futuro. Da una terapia psicoanalitica, se ha buon esito, emerge una personalità nuova, più consapevole e aperta alla vita. Così nel progetto urbano, se di buona qualità, può scaturire, proprio dalla rielaborazione dell’antico, una città più aperta al futuro.
Che cosa significa Rielaborazione dell’Antico nel Contemporaneo?
La frase contiene una certa ambiguità che ci mette tutti d’accordo, ma forse merita un approfondimento.
Tutto dipende dal senso delle parole: per Antico vale l’interpretazione inquieta di Jung. E per il Contemporaneo chiediamo aiuto a un altro classico: al Nietzsche della Seconda Considerazione inattuale.
Contemporaneo è chi afferra il proprio tempo col pensiero o con l’arte o con la politica. Per riuscirci però non deve rimanere schiacciato sul presente, deve mantenere un distacco dallo status quo, deve prendere una postura asimmetrica rispetto al consueto, deve cioè coltivare una certa dose di inattualità. Il contemporaneo è l’inattuale, è una Stimmung, una postura inquieta che non si adegua al presente.
Allora anche la parola Rielaborazione dovrà assumere un significato problematico per porsi in sintonia con le interpretazioni critiche che abbiamo dato sia dell’antico sia del contemporaneo.
Quindi potremmo dire che la rielaborazione si compie quando l’antico irrompe nel contemporaneo, cioè mette a soqquadro il consueto, suscita energie impreviste prima d’ora, cambia la visione del mondo e dello spazio.
Ciò trova conferma nella metafora freudiana: nel processo psicoanalitico la memoria diventa un’energia vitale solo se la terapia si apre un varco nell’insoddisfazione del presente da parte del paziente, il quale si pone alla ricerca di una vita più consapevole, cioè più contemporanea.
Quindi, la rielaborazione non è un pranzo di gala, è un conflitto, un movimento di irruzione dell’antico nel contemporaneo. Detto più bruscamente, nella rielaborazione si esprime il carattere sovversivo dell’antico.
Può sembrare esagerato, troppo polemico questo carattere, ma è il problema con cui facciamo i conti ogni giorno nelle nostre attività progettuali e pianificatorie.
Disinnestare il caos con microinterventi
Quando si disegna il futuro di Roma volendo dare un significato autentico all’antico si deve combattere contro le follie del Novecento.
Il primato mondiale nell’uso dell’automobile che ha devastato lo spazio pubblico. Il fordismo a Roma ha fatto più danni delle invasioni barbariche e delle spoliazioni postantiche.
La più grande città abusiva d’Europa, che ha sbocconcellato la mirabile Campagna romana.
Da un lato Roma è considerata la massima espressione occidentale della cultura antica. Ma proprio qui il Novecento ha prodotto anche la più grande dissipazione del paesaggio naturale e storico. Noi progettiamo dentro questa catastrofe storica. Non dobbiamo dimenticarlo.
Per questo occorre un pensare estremo e un agire accorto. È il motto del filosofo romano Mario Tronti, appena scomparso. Vale anche per una buona progettazione per Roma, pronta ad accettare tutte le mediazioni davvero necessarie, senza mai smarrire la critica sovversiva della città esistente.
Non c’è niente di titanico in tutto ciò, anzi a volte basta poco per ribaltare la visione degli spazi. Accade spesso in questi mesi alla conclusione dei tanti cantieri aperti, come Piazza Pia, i nuovi parchi fluviali sul Tevere, la bella pista ciclabile che scende a S. Pietro da Monte Ciocci. Sono piccoli interventi di riqualificazione, che ottengono grandi risultati.
Nella nostra città non servono opere estemporanee, basta togliere il disordine per restituire la parola a Roma, poi ci pensa lei a farci sognare.
Quando si aprono questi nuovi spazi pubblici mi capita di osservare lo stupore nei volti delle persone. I cittadini vedono con uno sguardo diverso i luoghi consueti, da troppo tempo preclusi alla vita pubblica. È come un conoscere di nuovo quei luoghi, cioè un ri-conoscere parti di città e quindi riconoscersi anche come cittadini. In queste nuove opere romane c’è la prova empirica di quella Proprietà transitiva del riconoscimento socio-spaziale.
Ma è proprio questo carattere sovversivo dell’antico che suscita istinti repressivi, soprattutto nella classe dirigente.
Retorica, Recinzione e Rendita
La politica del patrimonio sembra voler oscurare l’inquietudine dell’antico di Jung. C’è una regressione del Patrimonio che prende le forme delle tre RE:
Retorica, Recinzione e Rendita.
Retorica della Città Eterna – della Grande Bellezza e simili – illustra una cartolina rassicurante che spegne il carattere perturbante delle rovine, impedisce la rielaborazione della memoria intesa come psicoanalisi urbana. Un velo di stereotipi oggi impedisce all’antico di irrompere nel contemporaneo.
La Recinzione rivela una decadenza della tutela, la quale si attesta sul monumento isolato, ignorandone volutamente le relazioni spaziali antiche e moderne. Nell’area più tutelata di Roma, infatti, sono state cancellate, senza che nessun Soprintendente ne provasse disagio, le due connessioni più importanti della città antica: il Clivo Capitolino è chiuso da un orribile cancello che impedisce il plurimillenario percorso tra il Foro e il Campidoglio; la recinzione dell’Arco di Giano blocca il passaggio del Velabro tra il Tevere e il Foro, cioè la relazione spaziale da cui è cominciata la storia di Roma.
La Rendita, infine, consiste nell’uso estrattivo dei beni culturali che sembra creare ricchezza e invece alimenta l’arretratezza. Il sistema economico, infatti, è impigrito dall’eccesso di offerta. Non c’è bisogno di inventare nuovi servizi o innovare le imprese, sono sufficienti fast-food e airbnb, tanto ci pensa il Colosseo a portare i turisti. I politici magnificano l’aumento dei flussi, ma la Banca d’Italia certifica la diminuzione del valore aggiunto e della produttività, segnalando quindi un arretramento rispetto ad altre città europee.
Tre principi per un cambio di visione prospettica
La penuria economica è figlia del fraintendimento della parola valorizzazione. Ormai ridotta sempre più a merchandising e bigliettazione.
Valore è una bella parola e in questo contesto dovrebbe avere un significato culturale. Creare valore vuol dire considerare l’antico come energia di trasformazione della città futura. Non solo sarebbe un contributo al riconoscimento della cittadinanza, ma avrebbe anche un più profondo effetto macroeconomico: una città ricca di cultura antica e contemporanea è anche una città più produttiva di innovativi servizi e di benessere sociale.
La valorizzazione intesa come cultura è l’obiettivo ambizioso dell’intero progetto CArMe e del suo anello, che fa da contenimento e apre, con una modalità porosa, alla città. In pratica consiste nel riscoprirne la vocazione di centro prediletto della vita pubblica, come era nell’antichità. Dove darsi un appuntamento, camminare nel paesaggio antico e contemporaneo, sentirsi liberi di studiare o lavorare, e perché no anche di giocare, godere delle rappresentazioni artistiche, partecipare agli eventi civili e al dibattito pubblico e soprattutto riconoscersi come cittadini di Roma e del Mondo.
A tale scopo il progetto CArME postula tre principi del cambiamento di visione.
Passeggiare nella storia
Dal punto di vista del progettista la prossimità va intesa sia in senso temporale, come relazione con la contemporaneità, sia in senso spaziale, come connessione con l’urbanità.
Dal punto di vista del visitatore, invece, Prossimità dell’antico significa la possibilità di passeggiare liberamente nella storia e accrescere la conoscenza della città antica.
La sfida principale riguarda l’area dei Fori. Dopo un quarto di secolo dalla fine degli scavi non ha ancora avuto una sistemazione, è isolata dal resto della città, è un cratere archeologico incomprensibile segnato da un simulacro di strada che non serve più come strada. E con il timbro del vincolo si vorrebbe cristallizzare questa miseria urbana.
Occorre, invece, superare la vecchia contrapposizione tra conservatori e smantellatori, che si è fossilizzata sui venti metri della carreggiata. Bisogna ampliare la scala per ripensare tutta l’area dell’antico quartiere alessandrino, dai Mercati Traianei al Foro Romano. Il Piano Strategico definirà le regole e gli obiettivi per le soluzioni progettuali che scaturiranno poi da impegnativi concorsi internazionali.
Per farci un’idea del cimento ideativo possiamo fare riferimento agli studi scientifici degli ultimi anni, per esempio quello di Raffaele Panella e quelli del concorso del Prix de Rome del 2016.
I tre progetti vincitori, proprio nelle loro diversità, costituiscono una sorta di compendio di tutte le altre soluzioni.
Il progetto di Franco Purini propone un’interpretazione ipernovecentesca con un ponte sospeso sopra l’area archeologica interamente riportata in luce e visitabile. Il progetto di Chipperfield, invece, torna indietro a un’interpretazione ottocentesca di un romantico giardino archeologico. Infine il Luigi Franciosini propone un ambizioso sistema di grandi piazze sospese anch’esse sopra l’area archeologica.
Con soluzioni molto diverse, tutti e tre superano il vecchio conflitto tra smantellatori e conservatori della strada del Novecento e immaginano nuovi paesaggi del CArMe per il nostro secolo. In qualsiasi soluzione è cruciale la relazione tra il livello urbano e quello archeologico, tra la “città di sopra” e la “città di sotto”. Aymonino lo definiva il più grande tema di scienza urbana del nostro tempo. Un’innovazione preziosa viene dal progetto di Francesco Cellini per piazza Augusto Imperatore che svela la magia del piano inclinato come relazione tra antico e contemporaneo. Questa soluzione consente di superare gli obbrobri delle recinzioni e delle buche archeologiche, che spesso deturpano il paesaggio romano. Il piano inclinato è la geometria prediletta della Prossimità dell’Antico.
L’orografia antica nella città contemporanea
Secondo principio: la molteplicità del paesaggio significa riscoprire la presenza dei Colli che circondavano la valle, ritrovare l’orografia antica nella città contemporanea, riaprire alla vita urbana le relazioni originarie, tra il Foro e il Campidoglio, tra il Foro e il Tevere, come abbiamo visto prima.
La perentorietà dello stradone ha appiattito l’orizzonte, ma noi vorremmo enfatizzare la dimensione verticale dell’area, rappresentata in questo diagramma. Oltre i due livelli già detti, quello contemporaneo della via dei Fori e quello archeologico, abbiamo altri due livelli: in basso, le Stazioni archeologiche della metro svelano una Roma sotterranea ancora sconosciuta. Vediamo qualche immagine, di sfuggita. Questa è la stazione di Piazza Venezia, all’uscita da tornelli si potrà visitare il presunto Ateneo di Adriano e di accedere direttamente al Foro di Traiano. La nuova stazione del Colosseo, appena inaugurata con successo di critica e di pubblico, si trova sotto la collina Velia. Vi consiglio di andare a vederla. Qui la ricostruzione dei pozzi votivi che scendevano dalla cresta fino al livello dell’attuale foyer della metropolitana.
Infine, in alto, le Terrazze riprendono le visuali panoramiche dei colli e delle reinterpretazioni rinascimentali che ne hanno proposto le ville aristocratiche: Horti Farnesiani, Aldobrandini appena restaurata, e Rivaldi, in questi giorni è stato riaperto al pubblico il giardino rinascimentale e la prossima settimana riapriremo anche il limitrofo Belvedere Cederna, che è una sorta di lacerto della collina Velia e ne restituisce lo splendido panorama davanti al Colosseo. Il restauro del Palazzo Rivaldi, già iniziato negli splendidi affreschi rinascimentali, a mio avviso è la più importante opera culturale dei prossimi anni nell’area. Sulle funzioni di quegli spazi, il ministro Giuli ha manifestato recentemente l’intenzione di promuovere un dibattito tra gli esperti e credo sia indispensabile che le nostre università e il Comune di Roma vi partecipino con impegno. Sarebbe utile promuovere un convegno di studi e proposte.
Proseguendo nella riscoperta dell’orografia antica, il Colle Oppio è interessato dalla riqualificazione del giardino di Raffaele De Vico, dall’apertura al pubblico del criptoportico con l’affresco della Città Dipinta e dalla trasformazione già in cantiere della Cisterna delle Sette Sale, il grandioso impianto idraulico che serviva le Terme di Traiano. Diventerà un suggestivo centro di cultura e di vita urbana, con il progetto di Luigi Franciosini, vincitore di un altro concorso di architettura.
È in atto la riscoperta del Celio con il Museo della Forma Urbis nella Palestra ex-GIL, la Casina del Salvi tornata alla funzione ottocentesca di coffe-house, con la sua bella terrazza affacciata sul Palatino, al secondo piano offre ai giovani aule per studiare vicino ai monumenti, si sono subito riempite di studenti dalla mattina alla sera. Nei pressi si può già vedere il giardino vitruviano, dove la passeggiata tra i reperti, a breve anche con l’ausilio di strumenti digitali, si tramuta in una sorta di breve corso sull’epigrafia e sull’architettura antica. Inoltre è partito il cantiere per l’abbellimento del verde del colle, con il tram che viaggerà su manto erboso. E finalmente è partito anche il restauro dell’Antiquarium, dopo circa ottanta anni di abbandono, per farne una sorta Forum Celio, un luogo ricco di arte, di teatro, di musica, di servizi per i giovani e ludoteche.
Infine, l’orografia antica riemergerà in tutta la sua potenza paesaggistica con la qualificazione del grande parco centrale da Caracalla a Circo Massimo, nel sedime dell’antica valle Murcia che sfociava sul Tevere. Il Circo Massimo verrà riqualificato come invaso verde che rappresenta la struttura antica delle tribune. Nelle Terme di Caracalla tornerà il gioco dell’acqua, dopo quasi due millenni, e si potrà godere di un variopinto orto botanico aperto al pubblico, con il restauro avviato dalla Soprintendenza Speciale. Sul lato opposto, la Bocca della Verità diventerà, con un altro concorso, una piazza moderna che riattiverà la connessione arcaica tra il Foro e il Tevere.
La Nuova Passeggiata Archeologica
Terzo principio: l’Apertura alla città trova una prima attuazione nella Nuova Passeggiata Archeologica. Un grande anello pedonale che abbraccia tutta l’area: potete vedere i tratti già realizzati a via di S. Gregorio e di S. Teodoro; nel frattempo sono partiti i cantieri per gli altri tratti di via dei Fori e dei Cerchi; entro l’anno avremo l’anello completo.
Nella sua materialità è una trasformazione semplice, ma speriamo diventi un’opera cognitiva capace di modificare la visione. Oggi interpretiamo l’area solo mediante i suoi attrattori, andiamo a visitare il Colosseo, i Fori o il Circo Massimo. La Passeggiata, invece, ci aiuterà a scoprire il Centro Archeologico come un sistema storico e paesaggistico, in cui la bellezza di ciascun monumento risplenderà in relazione agli altri monumenti e al contesto urbano.
Sulla Nuova Passeggiata Archeologica poggia un ventaglio di Percorsi Pedonali: i flussi dei pedoni arriveranno dai rioni circostanti e irroreranno la valle, riscoprendo l’immagine arcaica dei torrenti che affluivano dai Colli.
Tra questi percorsi, per esempio, uno offrirà al viaggiatore in arrivo alla stazione Termini un itinerario verso i Fori attraverso via Cavour, che diventerà un viale alberato e in parte pedonale di accesso al Carme, anche per compensare le limitazioni di ingresso da piazza Venezia apportate dal cantiere metro.
In tale contesto la Torre dei Conti, restaurata come luogo esemplare dell’epoca medievale assurgerà a maestoso landmark del rapporto tra i Fori e la città. È in atto un complesso intervento di consolidamento, è stato confermato il finanziamento e si potrà riprendere il restauro, dopo attenta riflessione sulla tragedia, che ha causato la perdita di una vita umana e il crollo di una parte del monumento.
Un contributo di “ferro” all’Apertura verso la città verrà dall’Archeotram. Sui binari esistenti – già percorsi dalla mitica circolare rossa – si aggiungerà un nuovo servizio di trasporto mirato alla visita dei monumenti. Questo tracciato tranviario è l’unico uscito indenne dal grande smantellamento di metà secolo perpetrato dai diversi regimi politici. Se, in un esercizio di fantasia, si potesse attribuire la responsabilità a un solo esecutore, questo grande Smantellatore mostrerebbe una inusitata passione per l’archeologia. Il tracciato salvato, infatti, sembra progettato appositamente per collegare tutti i luoghi più caratteristici di Roma Antica: Piramide, Circo Massimo, Celio, Colosseo, Domus Aurea, Mura di S. Giovanni, Porta Maggiore, Horti Imperiali di piazza Vittorio, Terme di Diocleziano e Museo Nazionale Romano. Fino ad oggi lo abbiamo usato come linea di trasporto, nei prossimi mesi lo scopriremo come un arco narrativo della storia romana, attuando così una geniale intuizione di Insolera. La nuova linea Archeotram consentirà anche di attestare i flussi turistici a Ostiense, che diventerà la Porta del CArMe, ed eliminare la circolazione e la sosta dei pullman privati nel Carme, con grande beneficio per i monumenti e per i cittadini.
L’asse e l’anello
Nell’apertura alla città quindi si realizza una dialettica delle forme: l’asse e l’anello.
Nel Novecento l’asse dei Fori è stato l’accesso all’area archeologica, sia come funzione sia come simbolo.
Le Corbusier ne ha celebrato la potenza iconica: nella città moderna la strada dritta dell’automobile sostituisce il percorso dell’asino della città medievale. Il nano di Nietzsche, dice a Zarathustra, libro molto amato da Jung: tutte le linee dritte mentono, la verità è nelle curve.
Due movimenti cruciali della razionalità novecentesca: da un lato la Ragione che mette in forma la vita, dall’altro la vita che decostruisce la Ragione.
Mi pare molto importante che in questo luogo i due volti dell’immaginario del Novecento possano interagire di fronte alle testimonianze di Roma Antica.
Non si tratta di far vincere una forma rispetto all’altra, è proprio la tensione tra forme diverse che alimenta la qualità urbana e arricchisce il paesaggio.
Riassumendo e concludendo, tutti i fantasmi romani che abbiamo incontrato alludono ad ataviche geometrie: la cometa verso il mare, i flessi del Tevere, la raggiera delle consolari, i cerchi del Gra, dell’anello ferroviario e della Passeggiata Archeologica, il triangolo dell’Appia, l’arco dell’Archeotram, il piano inclinato tra antico e contemporaneo.
Non saprei dire con quali strumenti tecnici, ma certo sarebbe decisivo instaurare intense relazioni tra queste geometrie.
Proviamo a immaginare una sorta di “danza delle geometrie” nella quale ciascun sistema si muove rispetto agli altri, creando differenze e prossimità, imperativi e dissolvenze, intenzioni e rivelazioni.
La nuova Forma Urbana allora assomiglierà a un’installazione di Alexander Calder, nella quale il cerchio, il triangolo, la raggiera e i flessi interagiscono tra loro creando una molteplicità di visioni, di paesaggi.
Si può riconoscere Roma solo nella molteplice danza delle sue geometrie. Riconoscere Roma è un dialogo creativo con i suoi fantasmi.
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