Scuola vuole dire tempo libero, non certo obbligo
Facciamo un altro passo di lato, verso l’etimologia di scuola, parola che più identifica la ‘casa dell’educazione’: deriva da schola, e ingloba sia il concetto che il luogo dello studio.
In realtà, indica ogni luogo di riunione, di riposo o di attesa. Così, mentre Plinio il Vecchio1 chiama schola una grande sala ornata di statue e di pitture celebri, costruita entro i portici di Ottavia a Roma, così vasta che può servire più di una volta anche alle riunioni del Senato e una parte della biblioteca stessa di Ottavia, Vitruvio indica, col nome di schola, lo spazio libero intorno al calidarium e al laconicum delle Terme, dove i bagnanti attendevano il loro turno per gettarsi nelle vasche.
Nei campi militari le scholae sono gli spazi recintati dove prendono gli ordini di servizio. L’etimologia ci aiuta ad affermare che la scuola è il luogo, o rappresenta i luoghi, di chi vuole evolvere, di chi ha bisogno di conoscere. Che è davvero il luogo del tempo libero in una società che, di tempo libero, ne avrà sempre di più. Per cui quella che chiamiamo scuola dell’obbligo dovrebbe forse essere chiamata scuola per la vita, scuola per il piacere, scuola di felicità, scuola di empatia.
Apprendere è diventato una necessità vitale per tutte le categorie sociali e per tutte le età: l’educazione, ossia formazione, istruzione e didattica, intesa nelle sue tante tassonomie, non serve più ‘soltanto’ ad accompagnare il lavoro, ma anche i tanti spazi vuoti che la sua mancanza crea.
Un mondo che ha avuto il lavoro al centro dai suoi albori può sostituirlo e/o affiancarlo con un progetto di educazione globale? Dobbiamo anche constatare che il rapporto di causa ed effetto tra i tanti affluenti di una formazione che andava inevitabilmente a finire nel grande fiume del lavoro è saltato.
E che il meccanismo di produzione sta incontrando i molti limiti di sostenibilità di un Pianeta che potrebbe arrivare a dieci miliardi di persone in un paio di decine di anni. Così come l’ascensore sociale che ha caratterizzato fortemente il secolo scorso soprattutto in Occidente, legato allo studio e al suo ingresso contestuale nel mondo del lavoro, fa sempre più fatica a muoversi o è completamente fermo.
Se consideriamo il termine ‘scuola’ secondo queste logiche, rinforzate da un etimo che appare molto chiaro, tutti abbiamo bisogno di imparare qualcosa per tutta la vita. E abbiamo anche la possibilità di insegnare qualcosa a qualcuno per tutta la vita.
Apprendere per non lavorare mai più è un’affermazione che può apparire visionaria nella realtà ma, analizzando i limiti che lo sviluppo ci ha imposto, ci porta ad arrivare a conclusioni molto più concrete di quello che appaiono.
Attivi, non attivi, disoccupati, NEET
Innanzitutto i numeri che, anche se non dicono tutto, possono essere comunque un aiuto a orientarci. Solo in Europa le persone ritirate dal lavoro che percepiscono una pensione superano il quarto dell’intera popolazione e dal momento del pensionamento possono vivere, in media, circa 20 anni, molto spesso in buona o discreta salute. I NEET (giovani sotto ai 29 anni che non lavorano né studiano) sono attorno al 10%, a seconda dei Paesi europei.
I disoccupati variano dal 6 al 7%, con punte che hanno toccato il 10% negli anni scorsi.
Alcuni di loro si sovrappongono ai NEET: qui, però, il calcolo esatto è più complicato da fare.
Per il nostro ragionamento è, appunto, interessante la situazione di non occupazione e di non studio.
Utilizzando per l’Europa la cifra intera più vicina al vero, 450 milioni di abitanti, poco più del 6% della popolazione mondiale, possiamo dire che, in un range tra il 35% e il 40%, non vede più, non ha visto fino ad adesso, e probabilmente non vedrà mai il lavoro al centro della propria vita.
Più di 150 milioni di persone, che hanno bisogno, per svariati motivi, anche loro, di un accompagnamento alla conoscenza o di un suo refresh anche solo per poter gestire la propria esistenza e avere una minima vita di relazione.
Abbiamo tenuto fuori le cifre del lavoro sommerso e/o illegale, che in alcune aree non sono certo così basse ma ci serve per dare un’idea, ancorché approssimativa, dei numeri di chi è lontano dall’attività lavorativa oggi. Prendiamo a esempio la Cina, uno dei due Stati più popolati del mondo, oggi a fortissima intensità di occupazione, dove tra poco più di vent’anni il numero di persone di età superiore ai 65 anni sul totale della popolazione in età lavorativa toccherà oltre il 50% e ci sarà un anziano non più attivo ogni due componenti della forza lavoro (old age dependency ratio). Il controllo delle nascite, con la politica del figlio unico perpetrata per circa quattro decenni, ha ovviamente accelerato il processo di invecchiamento della società cinese contraendo le potenzialità di ricambio generazionale. Ma anche i cinque miliardi di persone apparsi sul Pianeta negli ultimi cinquant’anni avranno bisogno di una educazione permanente oltre al ‘tradizionale’ sistema scolastico alle prese con i cambiamenti epocali di contenuti e strumenti.
Utopie realizzabili: una cultura per la vita
Risalendo nel corso della storia dell’educazione non possiamo non riferirci a uno dei più importanti filosofi del secolo scorso, Ortega y Gasset. Non certo un utopista del Novecento, ma nemmeno un conservatore tout court come è stato semplicisticamente etichettato. Un intellettuale che al rapporto tra la cultura e l’uomo ha dedicato pagine fondamentali.
Partecipare alla vita universale, secondo Ortega, vuol dire ‘fare cultura’ ossia «lavoro, produzione di cose umane» e «equivale a fare scienza, morale e arte». Nel prosieguo delle sue riflessioni afferma che «vita come principio di cultura» si chiama «felicità» e che la felicità è una dimensione della cultura, elemento a suo dire dimenticato già nel XIX secolo, e travolto dalla «chimica industriale e dalle urne elettorali». Dove il rapporto con la scienza, nei suoi testi rappresentata dalla chimica, e le democrazie, sempre meno vitali nella spinta partecipativa, mantiene un’attualità straniante. Ortega sostiene che «la scienza del nostro tempo, impegnata […] nello studio degli organi e del loro funzionamento meccanico, non ha ancora studiato le attività primarie della vita. È diventata una meccanica della biologia, piuttosto che una vera e propria biologia: è accaduto, con raro esclusivismo, a quei fenomeni che, verificandosi nell’essere vivo, sono meno vita»2.
Oggi, rispetto ai suoi tempi, è più consono utilizzare la parola tecnologia come paradigma del rapporto con la democrazia, in luogo della chimica da lui utilizzata, così come possiamo dire che è la finanza, e non più l’economia, a dettare l’agenda alle democrazie e anche ai regimi più autoritari. E a modificare la geografia, alterando confini fisici e politici.
Tutto questo per sublimare il ruolo della scuola come educatore «non per una vita già fatta ma per una vita creatrice». Non una vita per la cultura dunque, ma una cultura per la vita.
Tornando alla nostra sfida la diffusione della conoscenza può e deve partire dal basso e andare «in direzione ostinata e contraria»3.
Ma arriviamo alle proposte, scalando alla concretezza delle necessità e partendo da una delle condizione elencate da Yona Friedman, per cui l’utopia può nascere solo da un rimedio già possibile in grado di porre fine all’insoddisfazione collettiva per cui nasce l’utopia stessa.
Ora, dando per scontato che l’insoddisfazione sia alta per gran parte dell’odierno genere umano, a torto o a ragione, proprio a partire da quella parte che ha più voce e potere (occidentale, wasp, benestante, spesso anziana) indiscutibilmente correlata alle società dell’abbondanza, proviamo a vedere se ci sono proposte adeguate al verificarsi della seconda condizione che possano superare l’insoddisfazione:
Possono essere soluzioni collettive o individuali? È necessario superare le organizzazioni attuali? La precarietà, temperata da un reddito universale, può mitigare le ansie quando fa parte di un habitat collettivo e comunitario, e non competitivo come in questi ultimi decenni? Quanto, invece, potrebbe tirare fuori risorse insospettate?
Andiamo per punti e facciamoci aiutare dal più importante filosofo dell’educazione del Novecento, John Dewey4:
1. L’educazione non è solo un mezzo per trasmettere conoscenze, ma un processo vitale per lo sviluppo della società democratica.
2. Forzando il suo concetto di comunità di pratica educante credo possiamo parlare di ‘società educante’ basata sulla centralità dell’esperienza del discente/cittadino e dalle sue esigenze vitali, vero cuore di ogni attività didattica.
3. Un’esperienza è educativa solo se ha un seguito nelle esperienze successive e in questo – afferma Dewey – le democrazie possono creare le condizioni per promuovere una qualità superiore dell’esperienza umana.
4. Il rapporto tra la qualità dell’educazione e il set up educativo è fondamentale, poiché l’ambiente in cui si apprende deve essere progettato per stimolare il desiderio di apprendere e favorire lo sviluppo dell’individuo come parte integrante della società.
Osserviamo, a partire da questi spunti, con tutte le difficoltà implicite nel momento in cui i pesci provano a osservare l’acqua in cui nuotano, il contesto in cui siamo immersi.
La mancanza di manutenzione e di tensione emotiva da decenni sul tema dell’educazione ha indebolito fortemente le democrazie che, peraltro, non rappresentano certo la maggioranza sul globo terrestre.
La società ‘occidentale’ contemporanea ha perso di vista la sua dimensione ‘educante’ e fatica molto a offrire quella continuità di esperienze per la crescita dell’individuo che, per Dewey, erano distintive principalmente dei contesti democratici. Una delle cause è l’assoluta e indiscussa centralità dell’ideologia capitalistico-consumistica, che ha cannibalizzato qualsiasi altro sistema valoriale.
Non solo: è andata addirittura nella direzione opposta rispetto a creare un habitat educativo generalizzato che realizzi le condizioni per ‘acquisire il desiderio di apprendere’. Compresi i media che hanno fortemente deviato dall’education all’entertainment.
Dare una possibilità all’utopia educativa implica affrontare due sfide interconnesse: da un lato, aumentare il numero degli insegnanti, dall’altro, rendere i modelli educativi più efficienti sfruttando appieno le potenzialità offerte dalla tecnologia. Questo approccio deve essere affiancato da un’intensa azione di unbundling dell’offerta formativa a tutti i livelli, ovvero la scomposizione dei percorsi educativi e formativi tradizionali in componenti più flessibili e personalizzabili, da combinare secondo le esigenze e gli obiettivi specifici di ciascun individuo lungo il corso della vita.
Con la condizione che l’unbundling sia accompagnato da un sistema di servizi di supporto alla persona, con particolare attenzione all’orientamento intelligente per la vita per ricomporre nel progetto individuale ciò che non è più ‘composto per noi’ dall’istituzione formativa stessa. Un orientamento efficace non può limitarsi a indirizzare chi deve e vuole apprendere verso un percorso accademico o professionale, ma deve aiutarlo a sviluppare una consapevolezza più profonda delle proprie aspirazioni, delle proprie capacità e delle opportunità offerte dal contesto. L’uso di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, può assumere centralità in questo processo. In concreto il nostro numero di insegnanti, non solo necessariamente di materie scolastiche o post laurea, ma anche di ‘materie per la vita’, per citare nuovamente Ortega, tutto l’arco della vita, dovrebbe essere scalato almeno di un fattore per poter realizzare questa utopia. E la riprovazione sociale, per chi non lavora o non crede che il lavoro sia la prima ratio del vivere, andrebbe sostituita dall’incentivo a prendere parte alla vita sociale attraverso strumenti di conoscenza e incentivi allo studio che funzionino anche da reddito universale. Sapendo che, se è vero che i due terzi degli attuali occupati nella produzione di merci e nei servizi sono già in realtà sostenuti da un reddito, essendo, molto spesso, non più necessari a quella attività per tanti motivi, diventa prioritario avere consapevolezza che i contesti di rigenerazione e di nuova configurazione del lavoro, evocati dall’economista Schumpeter per esempio, non si ripeteranno.
Lo studio e l’approvvigionamento di conoscenza sono linfa vitale per la coesione e lo sviluppo di una società che ha la necessità di educare e di autoeducarsi in continuità.
Così come è fondamentale fornire a quei settori che continuano ad avere carenze endemiche di organico – per esempio, la manifattura o molti servizi alla persona, nel nostro Paese – figure professionali, in qualità e quantità, con progetti e prospettive che non possono essere abbandonati, in esclusiva, alle dinamiche del mercato del lavoro. Stesso ragionamento è lasciare al mercato, frammentato e poco regolamentato, ambiti strategici come l’edilizia o il turismo. Delegando anche le visioni di insieme.
L’emigrazione alla ricerca di condizioni economiche e sociali più eque di giovani con strumenti cognitivi di buono o ottimo livello è una patologia molto più avanzata nel nostro Paese rispetto ad altri Paesi occidentali.
In un rapporto sempre più complesso tra conoscenza e società e tra conoscenza e lavoro, la perdita di competenze, nella quasi totalità nella testa e nelle energie di giovani appena formati e spesso ancora in attesa di una collocazione, è una emorragia da cui rischiamo di non riprenderci mai più.
Se pensiamo che la formazione di un corso completo di studi fino alla laurea può arrivare a costare per lo Stato italiano fino a 300 mila euro (in ambito degli studi di medicina anche molto di più) e che, in questo momento, per un giovane tra i 18 e i 34 anni che viene in Italia ce ne sono 8,5 che scelgono di andare all’estero, possiamo avere una sintesi efficace del disastro economico e sociale a cui stiamo assistendo attoniti.
Abbiamo una urgente necessità di porre l’apprendimento come fondamento di una sostenibilità che non può non essere fondata sulla conoscenza. Nel nostro Paese, ci piacerebbe dire, ma in realtà appare una esigenza globale.
Un apprendimento che non porterà più dentro al mondo del lavoro in maniera automatica, come nel Novecento, ma che può modificare i paradigmi delle società all’inizio di un Millennio molto confuso anche a causa della perdita, non sappiamo ancora se temporanea o definitiva, dell’identità lavorativa. Di una cosa siamo certi: l’urgenza del passaggio dal diritto al potere di imparare e di apprendere. E non crediamo sia solo un’utopia.
Articolo presente nell’Almanacco 2025
Conoscere, utopia necessaria per il nuovo Millennio (parte 1)
Note
- Plinio il Vecchio, Naturalis History (XXXV, 114), 1489 Edizione.
- J. Ortega y Gasset, Missione dell’Università, Mimesis, Milano, 2023.
- Fabrizio de André, Smisurata Preghiera, liberamente tratto da Alvaro Mutis, Saga di Maqroll il gabbiere.
- J. Dewey, Esperienza e educazione, Bollati Boringhieri (Prima edizione 1938).