L’immagine di copertina del libro di Antonio Cederna – Nella polvere e negli sputi. Crescere nell’Italia del boom e altri scritti sulle città dei ragazzi, a cura di Giulio Cederna (Donzelli Editore, 2026, pp. 229, € 26,00) – ritrae tre bambini seduti su tubi metallici tra le macerie di un cantiere romano, circondati da manifesti politici sbiaditi. Non giocano, aspettano. Aspettano che qualcuno restituisca loro una città che non è mai stata davvero loro.

Nella polvere e negli sputi è la raccolta di articoli curata dal figlio Giulio che restituisce finalmente al grande pubblico una parte meno nota dell’opera di Antonio Cederna (1921–1996): quella dedicata non alla tutela del paesaggio romano o all’Appia Antica, battaglie per le quali è giustamente celebre, bensì ai diritti dei bambini nella città italiana del miracolo economico.
Cederna era, come lo descrive Lorenzo Cantatore nella prefazione, un intellettuale «archeologo di formazione, giornalista di milizia, uno dei protagonisti del dibattito pedagogico-educativo nel modo più ampio, polemico e trasversale». Alto e dinoccolato, con il block notes e la biro infilati nella giacca, dalla metà degli anni Cinquanta percorreva le strade di Roma annotando la progressiva devastazione degli spazi pubblici. Ma dopo la paternità e i suoi viaggi in Danimarca, Svezia e Olanda – dove scopre con meraviglia città dotate di parchi attrezzati, piste ciclabili, orti urbani e aree gioco pensate per i più piccoli – la sua attenzione si sposta: il paesaggio non è solo bellezza da contemplare, ma diritto da esercitare. Il verde diventa questione civile, e il bambino il suo metro di giudizio.
Il volume raccoglie circa trent’anni di cronache e reportage pubblicati sul «Corriere della Sera» e su «Il Mondo», organizzati in quattro sezioni: Il verde cancellato (1955–1964), Città verdi e terra bruciata (1959–1961), Città dei ragazzi e bambini in gabbia (1962–1969) e I ragazzi della via Gluck (1966–1972). La progressione cronologica coincide con una progressione tematica: si parte dalla denuncia della distruzione del verde storico romano per arrivare a un’analisi sempre più acuta dei meccanismi sociali, economici e politici che producono città ostili ai bambini. Il curatore ha svolto un lavoro meritorio di selezione e contestualizzazione, accompagnando ogni articolo con rimandi biografici e note che illuminano il contesto storico.
Il centro emotivo e argomentativo del libro è la Roma degli anni Sessanta: una città che cresce a ritmo frenetico, ingoiando campi, ville e giardini storici, e che espelle progressivamente i bambini dallo spazio pubblico. Cederna documenta con occhio impietoso come nei nuovi quartieri periferici – i «funghetti», le borgate, gli Intensivi dell’Agro Romano – non esista quasi nulla per i più giovani: niente parchi attrezzati, niente biblioteche, niente piscine. I bambini giocano sull’asfalto, tra le macchine, nei cortili di cemento. Scrive Cederna in uno dei pezzi più fulminanti della raccolta, intitolato Bambini in gabbia: «I bambini mangiano polvere e asfalto, vivono in un metro quadrato per abitante, non hanno nulla di quello che la civiltà moderna dovrebbe garantire loro». La denuncia è sostenuta da dati precisi, da sopralluoghi diretti, da confronti puntuali con quanto avviene nelle capitali del Nord Europa.
Proprio i reportage dai paesi nordici costituiscono alcune delle pagine più vive e originali del volume. Cederna visita Stoccolma, Copenhagen, Amsterdam, Parigi e Zurigo: rimane stupito e commosso di fronte a città dove i bambini hanno spazi propri, dove le scuole si aprono ai parchi, dove il verde non è un ornamento ma una funzione vitale. L’ironia amara con cui descrive il ritorno a Roma è devastante. Di fronte all’esempio danese scrive: «Nella città eterna, dove tutto è provvisorio, l’unico monumento stabile sembra essere il cantiere». Il confronto serve a Cederna come strumento politico: quello che altrove esiste già, qui è possibile esigere. I diritti urbanistici dei bambini non sono un lusso, sono una misura di civiltà.
La postfazione di Enrico Zanchini, Commissario Tecnico della Nazionale italiana di calcio a 5 per persone con problemi di salute mentale, ha il pregio di misurare senza indulgenza la distanza tra le speranze di Cederna e la realtà di oggi. I progressi ci sono stati – gli standard urbanistici, alcune leggi regionali, una maggiore consapevolezza pubblica – ma il quadro complessivo resta sconfortante. I bambini delle periferie metropolitane italiane continuano a vivere in ambienti poveri di spazi verdi e di servizi, mentre i genitori delle classi più abbienti acquistano per i figli ciò che la città non offre gratuitamente: sport, natura, mobilità. La disuguaglianza urbanistica è anche disuguaglianza educativa. «Il grado di civiltà urbanistica di un paese – ammoniva Cederna già nel 1963 – può essere illustrato anche solo da quanto esso fa, nella vita di città, per offrire a bambini e ragazzi le migliori condizioni per il gioco, lo svago e le attività del tempo libero». Misuriamoci ancora su quel metro: non usciamo bene dall’esame.
Nella polvere e negli sputi offre strumenti per vedere, nominare e combattere qualcosa che è ancora qui, intorno a noi, nelle periferie delle nostre città. Giulio Cederna ha fatto un gesto di cura e intelligenza nel raccogliere questi scritti: ha restituito al padre la dimensione che forse gli stava più a cuore, quella dell’educatore civile. «Se educare vuol dire offrire ai cittadini un’alta qualità di vita – scrive Cantatore nella prefazione –, al sicuro da privilegi, interessi e speculazioni, allora Cederna ci ha educati come un grande maestro di scuola». Una scuola che non ha ancora finito di indicarci la via.