Il paradosso di Jevons

Nella transizione energetica scopriamo che l’efficienza, invece di ridurre i consumi, può aprire inattese finestre sulla nostra natura e sulle sue contraddizioni.

Autore

Sergio Vergalli

Data

25 Novembre 2025

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4' di lettura

DATA

25 Novembre 2025

ARGOMENTO

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Londra, 1865, Albert street. Un uomo con un lungo soprabito nero cammina lungo le strade polverose della città. Il passo è spedito. Si muove con un grosso plico bianco sotto il braccio. Sulla copertina è impressa la scritta ‘The Coal Question’. William Stanley Jevons si ferma un istante ad un incrocio. Con la mano destra si accarezza la folta barba nera, poi la porta nel taschino del panciotto ed estrae un orologio dorato. Controlla l’ora. Il sopracciglio si inarca. Sembra in ritardo. Si volta d’un tratto verso l’edificio alle sue spalle e lo osserva dall’alto in basso. Alcune finestre sono murate: una in particolare, ha un magnifico trompe-l’œil che raffigura una donna affacciata che osserva la strada. Alla sua destra è ritratto un gatto bianco.

La tassa sulle finestre fu un’imposta che nel corso della storia venne utilizzata in vari paesi europei: in Francia fra il 1798 ed il 1926, nel Regno Unito fra il 1695 ed il 1851, in Spagna fino al 1910 e nei paesi Bassi dal 1821 al 1896. Anche in Italia, nella Repubblica di Genova, venne adottato il ‘sussidio patriottico sulle finestre’, per finanziare le imprese belliche. L’aliquota era calcolata in base al numero totale di finestre dell’intero edificio ed alla superficie da esse occupata. Questa non amata gabella implicò anche che ancor oggi utilizziamo il termine ‘imposte’ per definire il battente che serve per chiudere una finestra. Per limitare la tassa, i proprietari ricorsero alla realizzazione di un numero minore di finestre, alla muratura di parte di quelle esistenti, fino ad arrivare alla realizzazione di false finestre disegnate a trompe-l’œil sulle pareti dei palazzi. La lezione che emerge è che il comportamento degli individui è di straordinaria importanza nelle leggi economiche e nell’efficacia di una politica. Esso si modifica e si adatta in base alle leggi o normative che caratterizzano il sistema sociale.

Nello studio della transizione energetica è quindi opportuno non solo studiare il lato dell’offerta, cioè la produzione dei bene e servizi, ma anche quello della domanda, cioè come i consumatori costruiscono ed effettuano le proprie scelte. A tal riguardo è rilevante uno dei lavori di William Stanley Jevons che fu un logico ed economista matematico britannico, noto in particolare per essere uno dei fondatori della Economia neoclassica e della rivoluzione marginalista ma che è anche considerato oggi come il primo economista che sviluppò una prospettiva ‘ecologica’ sull’economia.

Proprio nel 1865, con la sua opera The Coal Question, portò l’attenzione sul graduale esaurimento delle scorte di carbone della Gran Bretagna, sottolineando uno strano fenomeno che prese poi il nome di ‘paradosso di Stanley’: più si aumentava l’efficienza delle macchine a vapore, in modo da produrre più beni con meno input, maggiore era il carbone totale che veniva estratto dalle miniere. La ragione la comprese rapidamente: più le macchine diventavano efficienti, minore era il loro costo per unità di prodotto. In tal modo i macchinari venivano acquistati sempre in maggior quantità ed utilizzati in nuovi e più numerosi settori, finendo per richiedere complessivamente più carbone di prima. Questo ‘effetto di rimbalzo’ (rebound effect) segue una semplice logica economica per cui, sotto certe condizioni, minori costi portano ad avere maggiori consumi.

Il paradosso di Stanley può essere un problema per la transizione energetica se non viene adeguatamente calcolato ed incluso nelle previsioni di abbattimento delle emissioni. Alcuni studi calcolano infatti che l’effetto rimbalzo possa ridurre il potenziale abbattimento dei gas climalteranti fino al 50%, con picchi fino all’80% per i Paesi in via di sviluppo. Infatti, minore è il livello dei consumi iniziali, maggiore è la propensione ad incrementarli.

Come si è poi scoperto, l’effetto Jevons può agire non solo in modo diretto, come nel caso del carbone, ma anche in modo indiretto: se una persona migliora la sua efficienza energetica, finisce per spendere di meno per muoversi e scaldarsi; i risparmi accumulati possono aumentare i consumi, incrementando la sua impronta climatica in altri settori. Di fatto gli individui tendono a consumare di più quando sono convinti di risparmiare energia, impattando meno sull’ambiente. Una soluzione che viene proposta è quella di aumentare in maniera progressiva il costo dell’energia, attraverso tasse, via via che questa viene prodotta in modo più efficiente, così che l’utente mantenga costi costanti, e non si incentivino con i risparmi aumenti di consumi ed emissioni.

Il gettito generato da queste tasse potrebbe essere utilizzato per implementare politiche volte a stimolare la transizione energetica, rafforzando il sistema di trasporto pubblico o incentivando la produzione da fonti rinnovabili, in modo da offrire alternative ai sistemi più energivori ed inquinanti. Ma ci sono anche altre soluzioni che possono agire indirettamente sui comportamenti degli individui, lasciando comunque ad essi la libertà di scelta, ma sfruttando, di fatto, alcune caratteristiche prevedibili della natura umana. Bisogna infatti trovare strumenti che non favoriscano la chiusura delle finestre ma che stimolino le persone a coibentarle. 

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