Si moltiplicano, ormai da tempo, interventi e prese di posizione che segnalano l’avvento di una fase di fine ciclo per quanto riguarda l’innovazione digitale. Questa atmosfera da ‘fin de siècle‘ emerge guardando non solo a prodotti caratterizzati da innovazioni sempre più incrementali ma soprattutto ai capisaldi del modello di sviluppo e della sua base culturale. Ad esempio per quanto riguarda le modalità del fare impresa (startup), le caratteristiche dei percorsi di accompagnamento (incubazione e accelerazione) e i modelli di finanziamento (venture capital). In gioco non c’è quindi solo il destino del digitale come settore merceologico (anzi), ma soprattutto la sua narrativa, ben sapendo che quest’ultima alimenta e riproduce quella che un recente libro definisce, non a caso, ‘l’ultima ideologia’ dominante.
La magnitudine di questa fase di ridimensionamento ideologico del digitale può essere colta non solo dall’interno – ad esempio grazie a posizioni dissidenti cha stanno alimentando una vera e propria letteratura a riguardo – ma anche assumendo punti di vista esterni, ad esempio quello delle organizzazioni di terzo settore e d’impresa sociale.
Un ambito che rispetto a questo – e forse anche altri – contesti d’innovazione tende ad arrivare in ritardo e spesso con funzioni riparative. Di solito associazioni, fondazioni, cooperative, ecc. agiscono con funzioni di sutura rispetto ai fallimenti dello Stato e del mercato, anche se recentemente va rilevata una rinnovata volontà a svolgere un ruolo più attivo per favorire la transizione verso nuovi paradigmi di socialità ed economia a fronte del fatto che i sopracitati fallimenti sono ormai strutturali.
Viene però da chiedersi quanto sia rilevante il punto di vista del terzo settore non solo come punto di osservazione, ma anche come base per una autentica trasformazione. Questi soggetti potranno effettivamente svolgere una funzione di advocacy e di ricostruzione del modello anche rispetto all’innovazione digitale, come è successo in altri campi come il welfare, l’ambiente, il lavoro, ecc.?
La risposta non è facile ed è pure controversa. Da una parte si potrebbe sostenere che fino ad oggi gran parte di queste organizzazioni sono state al riparo dalla retorica e dalle ‘ritualità’ della trasformazione digitale (basti pensare solo a tools comunque carichi in senso ideologico come call for innovation, modelli di prototipazione, pitch con finanziatori, ecc.).
D’altro canto, in epoca recente questo stesso settore sta intercettando una componente di attivismo e di imprenditorialità alternativa che chiede di correggere le distorsioni introdotte dalla digital economy capitalista, ad esempio per quanto riguarda la governance cooperativa delle piattaforme considerando aspetti sempre più rilevanti a livello di policy making e di opinione pubblica come la proprietà di dati e del software, ma anche di tutela per le persone che vi lavorano, il coinvolgimento delle comunità, le ricadute sull’ambiente ecc. Oppure alla possibilità di individuare nuove forme e culture d’uso di tecnologie digitali (e non) che ne valorizzino un impatto sociale spesso sottovalutato.
Tutto bene quindi? Solo in parte, perché queste prerogative sono ancora allo stato di potenzialità visto che questo settore non è ancora riuscito a posizionarsi e a operare attivamente negli ecosistemi digitali evitando il rischio di farsi colonizzare dall’ideologia che li anima, ma anzi generando cambiamenti ‘di sistema’ al loro interno ed evitando quindi di porsi in posizione marginale più per carenze in termini di competenze, di risorse e di sensibilità che per scelta ideologica.
I tempi stanno però cambiando e anche il terzo settore, soprattutto nella sua componente imprenditoriale, si sta avvicinando con l’ottica dell’investimento al digitale forte di competenze in grado di interloquire con i soggetti mainstream e, particolare non da poco, dotato di risorse dedicate: dalla filantropia strategica (in particolare grazie al nuovo Fondo per Repubblica digitale) fino ai recenti veicoli di impact investing, passando per l’ormai affermata finanza sociale gestita da importanti istituti di credito.
Ma cosa può mettere sul piatto come agente di trasformazione? Tra i diversi possibili contributi uno in particolare merita di essere evidenziato, ovvero la capacità di orchestrare processi di open innovation più processuali e cooperativi e non semplicemente d’incontro plug&play tra domanda e offerta, lavorando quindi sia in sede di analisi proattiva della propria domanda interna sia di testing e di trasferimento tecnologico mirato.
In una fase in cui i programmi di innovazione aperta si scoprono ‘improduttivi’ se impostati in senso eccessivamente meccanicistico, la trasformazione digitale alimentata dal terzo settore può contribuire a sollecitare la narrativa dominante, soprattutto per quanto riguarda i modelli di ideazione e di scalabilità delle tecnologie puntando su una loro migliore dislocazione, differenziazione e radicamento nelle dinamiche sociali. Ciò può avvenire grazie a un approccio autentico alla co-creazione con utilizzatori e altri stakeholder dell’innovazione, soprattutto se organizzati in forma di comunità. Una modalità di azione complessa ma probabilmente più efficace anche per ‘ripulire’ digital store e incubatori ormai saturi di applicazioni e devices privi, o quasi, di senso rispetto alla loro funzione e cultura d’uso.
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