Il terzo rapporto IPCC 3/Lavori di gruppo

In questa operazione di 'archeologia editoriale', un articolo del 2001 analizza il problema dei cambiamenti climatici nel terzo rapporto IPCC.

Autore

Alessandro Lanza

Data

20 Ottobre 2022

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6' di lettura

DATA

20 Ottobre 2022

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Aprile 2001 Se abbiamo un’idea di come cambierà il nostro clima e di quelle che sono le diverse implicazioni lo dobbiamo agli scienziati che fanno parte dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Grazie al loro Primo rapporto, consegnato nel 1990, si sono poste le premesse per la creazione della Convenzione quadro sul cambiamento climatico (UNFCC) che fu adottata nel 1992 in occasione del summit della Terra di Rio de Janeiro.
Ed è sempre grazie a un loro rapporto, il secondo, pubblicato nel 1995, che si sono poste le premesse affinché la conferenza delle Parti (cioè i paesi firmatari della convenzione quadro sul cambiamento climatico) approvassero, nel 1997, il protocollo di Kyoto, che per la prima volta stabiliva per i paesi sviluppati delle riduzioni sulle emissioni dei gas serra.

Accenti accorati nel rapporto numero finale

Con il Terzo rapporto, che verrà pubblicato nel corso di quest’anno (nel 2001, ndr), gli accenti degli scienziati dell’IPCC si fanno più accorati e le preoccupazioni crescenti.

Questa struttura, creata nel 1988 dallOrganizzazione Meteorologica Mondiale e dal programma sull’ambiente delle Nazioni Unite, è organizzata in tre gruppi di lavoro che hanno diviso il tema dei cambiamenti climatici in aspetti scientifici, impatti e conseguenze e aspetti socio-economici.

Va anche detto che è una struttura del tutto particolare. Non è una burocrazia internazionale: gli esperti (circa 3.000 per il terzo rapporto) prestano la propria opera su base volontaria e dunque non vengono pagati. L’organizzazione per gruppi di lavoro permette un lavoro snello rapido se si considera la complessità dei temi trattati.

Prima della pubblicazione dell’insieme del Terzo rapporto sul clima i governi dei Paesi che aderiscono al Panel approvano in seduta plenaria il rapporto conclusivo di ogni gruppo di lavoro insieme al cosiddetto Summary for Policy Makers. In altre parti di questo numero di «Equilibri» potete trovare le conclusioni dei gruppi di lavoro 1 e 2.

Questo articolo si propone di presentare brevemente le conclusioni emerse durante i lavori del terzo gruppo di lavoro e le sue prime conclusioni così come approvate nel marzo di quest’anno.
Senza aver la pretesa di sintetizzare l’intero lavoro del terzo gruppo, possono essere sottolineati alcuni importanti elementi.

Un problema globale e a lungo termine

Il rapporto si pone come primo obbiettivo quello di definire in modo chiaro la sfida che abbiamo di fronte.
Il problema dei cambiamenti climatici – sostengono gli autori dell’IPCC – ha caratteristiche uniche: è globale, a lungo termine, con interazioni ambientali, economiche, politiche, istituzionali, sociali e tecnologiche.
Inoltre ha delle significative implicazioni internazionali, intergenerazionali che si legano ad un ambito di problemi sociali di più vasta portata, quali: sviluppo, sostenibilità, equità.

I cambiamenti climatici pongono dunque i decisori politici di fronte alle necessità di effettuare le loro scelte politiche in una situazione di incertezza e di rischio, compresa la possibilità di cambiamenti complessi e/o irreversibili.

Partendo da questo quadro, il gruppo ha preso in esame uno specifico rapporto sulle emissioni di gas serra e pubblicato qualche mese prima come rapporto speciale. In questo studio sono stati indicati i complessi percorsi di emissioni di gas serra e dei costi associati alle possibili riduzioni.

È anche questo un volume specialistico che ha richiesto un paio d’anni di lavoro ed una raccolta sistematica di centinaia di modelli diversi e dei loro risultati. Interessante anche il fatto che questi modelli (o, meglio, informazioni dettagliate sui modelli) sono disponibili per chiunque su un sito appositamente preparato per la consultazione: www-cger. nies.go.jp/cger-e/db/ipcc.html.

Ogni Paese e regione scelga la sua strada

Il rapporto sulle emissioni segnala essenzialmente che non esiste un percorso unico per diminuire le emissioni future e i paesi e le regioni dovranno scegliere la loro strada.

La maggior parte dei modelli indica che le opzioni tecnologiche conosciute potrebbero consentire livelli di stabilizzazione di anidride carbonica nell’atmosfera nei prossimi 100 anni, ma questo risultato non sarà semplice e richiederà cambiamenti socio-economici importanti. Per raggiungere la stabilizzazione, gli scenari suggeriscono che sarà necessaria una significativa riduzione nelle emissioni mondiali di carbonio per unità di PIL dai livelli del 1990.

Il miglioramento e il trasferimento tecnologico possono avere un ruolo cruciale nella stabilizzazione degli scenari analizzati. Per il settore energetico, quasi tutti gli scenari di mitigazione e concentrazione dei gas serra sono caratterizzati dall’introduzione di tecnologie efficienti sia per usi energetici che per la fornitura di energia, e di energia a basso o a zero contenuto di carbonio.

Comunque, nessuna opzione tecnologica da sola porterà alle riduzioni di emissioni necessarie. Le opzioni di riduzione in fonti non energetiche e i gas serra non-CO2 forniranno anche significativi potenziali per la riduzione delle emissioni. Il trasferimento di tecnologie tra paesi e regioni amplierà la scelta delle opzioni a livello regionale e di economie di scala e l’apprendimento abbasserà i costi della loro adozione.

Le stime dei costi per i paesi industrializzati per l’attuazione del Protocollo di Kyoto variano secondo gli studi e le regioni, e dipendono fortemente dai presupposti dei meccanismi di Kyoto e le loro interazioni con le misure nazionali. La maggior parte degli studi globali che riportano e confrontano questi costi si avvale di modelli energetico-ambientali. La maggioranza di questi studi suggerisce le seguenti conclusioni: – in assenza di commercio di emissioni tra paesi firmatari il Protocollo, la maggior parte degli studi globali dimostra riduzioni previste di PIL che variano da circa 0,2 al 2% nel 2010 per diverse regioni. Con un commercio di emissioni tra paesi, le riduzioni delle stime nel 2010 sono tra lo 0,1 e 1,1% delle previsioni di PIL. Le assunzioni necessarie ai diversi modelli per giungere a questi risultati sono ovviamente diverse e, almeno alcune, non scevre di critiche.

Controllo dei rischi e riduzione dei costi

Queste analisi dimostrano tuttavia come i meccanismi che erano stati individuati a Kyoto sono importanti per il controllo dei rischi in alcuni paesi e per la riduzione del costo complessivo. Gli studi dei modelli economici mostrano che i costi marginali nazionali per raggiungere gli obiettivi di Kyoto vanno da circa US$20/tC fino a US$600/tC senza commercio e da circa US$15/tC fino a US$150/tC con commercio nei paesi Annex B. La riduzione dei costi dovuta a questi meccanismi può dipendere dai dettagli per l’attuazione, inclusa la compatibilità dei meccanismi nazionali e internazionali, i limiti e i costi di transazione.

Gli studi sulla efficacia dei costi su una scala di un secolo prevedono che i costi per la stabilizzazione delle concentrazioni di C02 nell’atmosfera aumentano man mano che il livello di stabilizzazione si abbassa. Mentre vi è un moderato aumento nei costi quando si passa a livelli di stabilizzazione di concentrazione da 750 ppmv a 550 ppmv, vi è un più ampio aumento dei costi passando da 550 ppmv a 450 ppmv, a meno che le emissioni nello scenario base siano molto basse.

Con qualsiasi sforzo di mitigazione di gas serra i costi economici e i benefici sono distribuiti in maniera ineguale tra i settori; a vario grado, i costi delle azioni di mitigazione potrebbero essere ridotti attraverso politiche appropriate. In generale, è più facile identificare attività che sopportano costi economici rispetto a quelle che possono trarre benefici. Con le politiche di mitigazione, i settori del carbone e possibilmente del petrolio e del gas, e alcuni settori ad alta intensità energetica, quale la produzione dell’acciaio, sono molto probabilmente quelli che avranno degli svantaggi economici.

Benefici riscontrabili nel lungo periodo

Altre industrie, incluse le industrie delle energie rinnovabili e le industrie dei servizi, molto probabilmente trarranno beneficio nel lungo termine dai cambiamenti di prezzi e dalla disponibilità di risorse finanziarie, e non solo, che altrimenti sarebbero dedicate ai settori ad alta intensità di carbonio. Politiche come la rimozione dei sussidi dai combustibili fossili possono aumentare i benefici totali sociali attraverso l’aumento dell’efficienza economica, mentre l’uso dei meccanismi di Kyoto è probabile che riduca il costo economico per il raggiungimento dei target dei paesi Annex B. La maggior parte degli studi mostrano che gli effetti distribuitivi di una carbon tax possono avere effetti di reddito negativo per gruppi a basso reddito a meno che i proventi delle tasse non siano usati direttamente o indirettamente per compensare tali effetti.

Il rapporto non contiene, né poteva, solo indicazioni e prescrizioni. Al contrario, segnala dove si può intervenire per potenziare la ricerca al fine di poter offrire sempre un’indagine appropriata e contiene ulteriori analisi dei potenziali specifici regionali, dei paesi e dei settori di opzioni tecnologiche e di innovazioni sociali.

Questo include: ricerca del potenziale e dei costi nel breve, medio e lungo termine sia di CO2 che non C02; opzioni di mitigazione non energetiche; comprensioni della diffusione della tecnologia tra le diverse regioni: identificazione delle opportunità nell’area delle innovazioni sociali che portano ad una diminuzione delle emissioni di gas serra; analisi complessive delle misure degli impatti di mitigazione sui flussi di carbonio dentro e fuori il sistema terrestre; alcune ricerche base nel settore geo-ingegneristico. Temi economici, sociali e istituzionali relativi alla mitigazione del cambiamento climatico in tutti i paesi.

Le aree prioritarie includono: analisi di opzioni di mitigazione specifiche regionali e delle barriere; le implicazioni delle analisi dell’equità; metodologie appropriate e miglioramento delle fonti di dati per la mitigazione climatica e la capacity building in valutazioni integrate; rafforzamento delle ricerche e valutazioni future, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Messa a confronto dei risultati ottenuti

Metodologie delle analisi delle opzioni potenziali di mitigazione e i loro costi, con speciale attenzione alla comparazione dei risultati. Per esempio: caratterizzazione e misurazione delle barriere che inibiscono l’azione di riduzione dei gas serra; rendere più compatibili, riproducibili e accessibili le tecniche di modelli di mitigazione; apprendimento di tecnologia dei modelli, miglioramento degli strumenti analitici per valutare gli effetti accessori.

Per esempio: valutare i costi dell’abbattimento di gas serra e di altri inquinanti; analizzare sistematicamente la dipendenza dei costi nelle assunzioni della base per i vari scenari di stabilizzazione di gas serra; sviluppare quadri analitici di decisione per affrontare con l’incertezza e non il rischio socio-economico nella decisione politica climatica; migliorare i modelli e gli studi, i loro assunti e la loro omogeneità
nel trattamento e nel reporting nelle regioni e nei paesi non-Annex I.


Valutazioni delle opzioni climatiche nel contesto dello sviluppo, sostenibilità ed equità. Gli esempi includono: esplorazione di percorsi di sviluppo alternativo, inclusi schemi di consumo sostenibili in tutti i settori, anche quello dei trasporti; analisi integrate di mitigazione e adattamento; identificazione delle opportunità delle sinergie tra politiche climatiche apposite e politiche generali nella promozione dello sviluppo sostenibile; integrazione di equità intra e intergenerazionali nelle analisi di mitigazione climatica; implicazioni di valutazioni di equità; analisi delle implicazioni scientifiche, tecniche ed economiche delle opzioni all’interno di un’ampia varietà di regimi di stabilizzazione.


Il Summary approvato ad Accra non è, così come per gli altri gruppi di lavoro, un documento di semplice lettura ed immediata comprensione. Ma certo è un passaggio obbligato per quelli che vogliono cercare di comprendere meglio la complessità di questo fenomeno in attesa delle (probabili) tremila pagine del rapporto finale che verrà pubblicato dopo la sessione plenaria di Londra nell’autunno del 2001.


Fonte/Testo originale: Alessandro Lanza, ‘Il terzo rapporto IPCC 3/Lavori di gruppo’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 1, aprile 2001, Il Mulino.

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