C’è una sacralità infranta quando un territorio viene preso d’assalto dal turismo di massa, un momento preciso in cui la gestione di un luogo non riesce più a proteggere efficacemente i beni naturali, artistici, culturali di un Paese (per un approfondimento si vedano i riferimenti sul tema dell’overtourism degli ultimi anni1 ndr).
Ed ecco che il «turista» prende il sopravvento sul «viaggiatore». E la facilità dei tour organizzati vince sullo spirito di adattamento che vorrebbe il viaggio: ecco le foto tutte uguali, sugli smartphone che hanno soppiantato ovunque le macchine fotografiche, e nella medesima tappa. In fila, pazienti e ordinati, in attesa del proprio «momento di celebrità», ce ne andremo certi di aver catturato l’immagine-figurina da riportare a casa, per farla vedere agli amici, scrollando gli attimi più rappresentativi della nostra vacanza, il più velocemente possibile.
Ci sono foreste che non andrebbero percorse né mari che andrebbero inquinati. E invece, siamo arrivati ovunque: secondo uno studio apparso qualche anno fa sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change si stima che, ormai, sul pianeta, resista appena il 3%, forse anche meno, di luoghi incontaminati sul pianeta.
Il turismo di massa negli anni in Thailandia, per esempio, ha intaccato la Coral Bay, un atollo raggiungibile solo in barca, un paesaggio lunare subacqueo dove i coralli sbiancati sembrano polvere in bianco e nero, uno scatto al magnesio sotto le onde del mare.
La Thailandia ha una superficie grande una volta e mezza l’Italia2 e una popolazione di circa 72 milioni di persone. Paese del sudest asiatico, conosciuto per la gentilezza della sua gente, le magnifiche risorse naturali, la cucina, il benessere, i massaggi, la «frontiera esotica» a portata di portafoglio e la vita semplice, quella che vivevamo anche noi, probabilmente, prima dell’arrivo della performance e della catena di montaggio della contemporaneità: non è solo l’Era dell’Antropocene, questa, è l’epoca dell’iperconsumo, o come dicono alcuni dello psico-capitalismo: siamo bombardati da immagini che sollecitano bisogni inesistenti poiché indotti. E il «male», a volerlo cercare, non solo è banale, piuttosto ha la forma della grande dimensione, di un turismo che sacrifica l’ambiente.
Così, negli anni, la baia dei coralli è stata preda dello sbarco dei turisti che una volta scesi dai bus, uno dietro l’altro, si sono avventati sulle moto d’acqua per un giro organizzato di dieci minuti appena: l’importante era accelerare, benzina e fumi in acqua, tornare verso la spiaggia, scendere e avanti il prossimo: una rotazione continua. Una gestione talmente «produttiva» ed efficace da aver eroso la presenza dei coralli, in una baia che, paradossalmente, ne porta il nome, e lo porterà ancora chissà per quanto. Fino a che qualcosa resterà nel mondo, anche dopo che la nostra specie si sarà estinta (al collasso del Sole, dicono gli scienziati, mancano ancora 4,5 miliardi di anni). Fino a che, il livello dei mari non raggiungerà le coste di questi luoghi sperduti, «paradisi naturali» caduti sotto un numero di persone troppo «pesante» per generare un assorbimento «sano» che tenga conto della salvaguardia di un bene naturale, quale obiettivo di medio lungo termine, anche per poterne continuare a beneficiare.
Il degrado ambientale delle barriere coralline è uno degli indicatori più marcati degli effetti del surriscaldamento globale del pianeta.
L’ultimo Global Tipping Points Report 20253 evidenzia come a causa dell’aumento di circa 1,5°C delle temperature globali, soprattutto negli ultimi cento anni, si sia infranto il «limite di tolleranza» delle barriere coralline, che pur coprendo meno dello 0,1% del fondo oceanico ospitano la più alta biodiversità di tutti gli ecosistemi a livello globale, custodiscono più di un quarto di tutte le specie di pesci e animali marini che sfamano oltre 3 miliardi di persone in tutto il mondo.
Ogni Paese ha non solo specificità ma anche luoghi inaccessibili, scorci segreti, eppure la tendenza sempre più globalizzata è quella di avere «repliche» di luoghi, l’eterno ritorno del «già-conosciuto»: le grandi metropoli accolgono il turista con menù a prezzi bassi, che poco hanno a che fare con il cibo tipico, tour organizzati che percorrono, ossessivamente, gli stessi percorsi delle arterie cittadine, o periurbane, senza discostarsi mai dal sentiero principale.
Il risultato sarà che tutti avremo visto le stesse cose, nello stesso momento, infastiditi naturalmente dalla presenza «altrui» (di cui, pure noi, faremo parte).
Così la gita in moto d’acqua non è soltanto indice di un turismo mordi-e-fuggi, è la ripetizione de-identitaria, spersonalizzata, di un gesto in sequenza operato da un numero di persone che si incontrano in uno spazio definito al solo scopo di occuparlo per un certo tempo prestabilito (tutto ha un orario di inizio e fine nell’ipercapitalismo sorvegliato, accelerato e di quantità), un atteggiamento che alla lunga si mostra, allo stesso tempo, irrispettoso oltre che anti-economico: perché se i coralli «sbiancano»4 a causa dell’inquinamento non ci saranno più turisti che verranno. Semplicemente, alla fine della «baia dei coralli» i turisti preferiranno altre mete ancora integre, salvo che, una volta estinte, se ne troveranno altre.
La Thailandia è la giungla sopra i templi di Wat Arun, Wat Pho e il Tempio del Buddha di smeraldo (Wat Phra Kaew). Luoghi sacri presidiati dalle grandi statue dei guardiani, numi tutelari antropomorfi dal volto di uccelli, scimmie, sirenidi, l’iconografia spirituale di una religione dotata di un pantheon di divinità strettamente legato alle forze della natura. Le dorsali dei monti verdi e il fitto mondo vegetale sopra il quale scivola l’umidità bassa al primo mattino. Baie e spiagge, litorali nascosti, vite segrete, intime, e minuscole.
Nelle vasche delle molte micro-società ittiche operai al lavoro pasturano i pesci che andranno a finire sui banchi del mercato, essiccati o arrosto, assieme al riso e alle verdure.
Nelle serre i solchi vengono arati prima della semina, è un’economia piccola e diffusa. Ogni giorno i contadini si spostano lungo i sentieri di polvere, si inoltrano nel folto della giungla a due passi dai centri urbanizzati, sono le terre interne, fitte di vegetazione, dove le case sono in legno, molte palafitte, piccoli orti familiari, cani a spasso per le vie dove i bambini giocano a pallone. Gli anziani guardano la vita scorrere seduti sulle sedie di paglia, o appesi alle amache, compiono piccoli lavori, gesti tutti uguali, le rughe come sentieri sui paesaggi dei loro volti. Dalle loro abitazioni vanno a piedi, si muovono a bordo di tuk-tuk, i tipici piccoli veicoli a tre ruote usati come taxi o mezzo di trasporto pubblico. Una vita semplice e frugale, ogni giorno sfidano il morso dei serpenti (tra questi, la letale Vipera di Russell) per andare a lavorare nei campi5. Spesso chi è morso non viene neppure caricato in ambulanza a causa delle grandi distanze dalla città, che di fatto rendono inutili le corse d’emergenza.
Il punto è che «per gli occidentali esiste il pensiero di un bosco dove incontrare il selvatico», noi abbiamo la giungla – rispose lo scrittore indiano Amitav Ghosh, nel corso di un’intervista ndr – e questo perché nei secoli non abbiamo solo addomesticato l’ambiente, di più, spesso lo abbiamo cacciato, estinto, esempi per tutti lo sono stati, nel tempo: i bisonti americani sterminati dall’uomo bianco durante la conquista del West, contemporaneamente al genocidio compiuto sugli abitanti indiani di quelle terre; o i narvali e i trichechi in Nord Europa, o ancora oggi le balene e i delfini, gli squali, o la grindadráp, la caccia ai cetacei delle Fær Øer che, solo nel 2021, vide la mattanza di 1.400 esemplari6; o i divertenti dodo abitanti delle Mauritius – isola situata in pieno Oceano Indiano a est del Madagascar – completamente estinti a causa della spietata caccia dell’uomo su uccelli inermi poiché senza ali.
Bangkok, Chiang Mai, Phuket, Pattaya. Nelle città, intanto, i turisti occidentali rientrano negli alberghi a cinque stelle, accolti da gesti pacifici e gentili. Il cliché dell’accoglienza orientale viene rispettato fino all’uscita organizzata in ristoranti dove i piatti «tipici» costano poco e hanno aspetti invitanti e giustamente colorati. Meglio ancora se, a cena, saremo invitati a vedere uno degli spettacoli con le giovani danzatrici ingioiellate le quali, facendo sfoggio di unghie lunghissime, daranno appena un assaggio delle delizie che, chi vorrà, più tardi, potrà gustare in uno dei molti teatri con scenografie da Mille e una notte, a favore degli spettatori occidentali.
È un mondo che brucia più che può, a favore della «pulsione di morte» ipotizzata da Freud, l’accettazione di un turismo di mero consumo.
La predisposizione alla distruzione tipica della nostra specie: inclini a rompere ciò che troviamo integro, l’essere umano è da sempre figlio della sua stessa hybris, «la tracotanza» conosciuta fin dai tempi degli antichi greci che, nella nostra contemporaneità, si è trasformata nel desiderio di vedere quello che tutti vedono, fare quello che tutti fanno, a prescindere dal fatto che il nostro «peso» si andrà a sommare a quello di tutti gli altri, al netto del fatto che se tutti vedremo le stesse cose nessuno le avrà viste «davvero» e, soprattutto, a nessuno più interesserà vederle, perché, le avremo «già» viste.
La Thailandia è invece nel visage-paysage il volto dei pescatori sui fiumi, solo che il Mê Kông, il fiume più lungo e importante dell’Indocina e uno dei maggiori dell’Asia, è nella «lista dei dieci fiumi più inquinati al mondo7» a causa della presenza di metalli pesanti e arsenico: la «Madre delle acque» soffoca di plastica che si deposita sui fondali e dentro gli stomaci dei pesci che vengono cucinati, per i thailandesi così come per i turisti, nei ristoranti e sopra i tipici baracchini e i carretti a rotelle che di notte invadono gioiosamente le strade (altrove, invece, sono le scimmie sotto i templi che aspettano i turisti di turno per rubargli il cibo, più o meno aggressivamente).
Ecco la differenza tra il «fare» turismo, di massa in particolare, e viceversa «viaggiare»: prendendosi il tempo di vedere e studiare fuori dagli schemi organizzati, cercando di vivere l’unicità di un luogo. Ciò implica un patto con la solitudine e, contemporaneamente, una salda accettazione del tempo inteso come variabile indipendente dalla nostra volontà che, al contrario, ci spinge sempre verso il controllo delle variabili, dei costi, della prossima tappa da aggiungere al nostro plan, il più delle volte, già pieno.
Alla stessa maniera, imparare a viaggiare significa che la nostra presenza passerà inosservata, quantomeno, risulterà «leggera». Impareremo in viaggio ad adattarci, a «mangiare» e non «divorare» (la differenza tutta nella coniugazione di un verbo) poiché ovunque, insieme e attorno a noi, ovunque, vivono, si riproducono, muoiono e si rinnovano pesci, orsi, linci, lupi, balene. In alta montagna il riverbero dell’eco di una valanga si propaga sugli strapiombi di roccia, è la fusione dei ghiacciai operata dal surriscaldamento globale. Prima o poi ci fermeremo, forse. Quando impareremo che l’«altro», sul pianeta, siamo anche noi?











Note
- R. Manzi, Overtourism: la classifica delle città italiane prese d’assalto e più colpite dal turismo di massa, in «greenMe», 17 luglio 2025, https://www.greenme.it/viaggi/italia/overtourism-classifica-citta-italiane-piu-colpite/.
- Worldometer, Paesi più grandi del mondo per superficie, https://www.worldometers.info/it/geografia/paesi-piu-grandi-del-mondo/.
- T.M. Lenton et al. (a cura di), Global Tipping Points Report 2025, University of Exeter, Exeter, 2025, https://global-tipping-points.org/resources-gtp/.
- Per ulteriori approfondimenti si leggano, in «UNRIC – Centro Regionale d’Informazione delle Nazioni Unite», I coralli del mondo si stanno sbiancando: ecco le conseguenze, https://unric.org/it/i-coralli-del-mondo-si-stanno-sbiancando-ecco-le-conseguenze/, e su «National Geographic Italia», Sbiancamento dei coralli: perché rappresenta una minaccia per gli oceani e per l’umanità, https://www.nationalgeographic.it/sbiancamento-dei-coralli-perche-rappresenta-una-minaccia-per-gli-oceani-e-per-l-umanita.
- Secondo le stime dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno muoiono circa 100.000 persone a causa degli effetti del veleno iniettato a seguito del morso dei serpenti. Cfr. Organizzazione Mondiale della Sanità, Snakebite envenoming, https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/snakebite-envenoming.
- Sea Shepherd, Operazione Bloody Fjords, https://www.seashepherd.ch/it-ch/campagne/bloody-fjords-4/learn-more/.
- Ma se è il fiume Citarum, a Giava (Indonesia) nei pressi dell’ex capitale Giacarta, a essere considerato il «fiume più sporco del mondo», è notizia di pochi mesi fa che anche il Mississippi è «a rischio» a causa degli scarichi conseguenti all’utilizzo sempre più massivo dell’AI. Cfr. V. Guglielmi, Mississippi a rischio: l’inquinamento dovuto all’AI consuma il grande fiume, in «Tgcom24», 6 giugno 2025, https://www.tgcom24.mediaset.it/2025/video/mississippi-a-rischio-l-inquinamento-dovuto-all-ai-consuma-il-grande-fiume_99259135-02k.shtml.