Dall’emigrazione al rientro dei giovani

Autore

Alessandro Leonardi

Data

13 Aprile 2026

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5' di lettura

DATA

13 Aprile 2026

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Demografia

Economia

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Bonus temporanei, sussidi estemporanei e manovre economiche incerte e frammentarie hanno se possibile aggravato la situazione di un’Italia ostaggio di uno status quo disfunzionale e in perenne declino demografico, per giunta tornata a essere un paese di emigrazione, abbandonato da giovani in cerca di stipendi migliori e stabilità di vita. Urge un piano di adattamento strategico per salvare il salvabile. E se la via per realizzare un significativo “ritorno dei cervelli” fosse puntare forte sul bacino del Mediterraneo e sulla pianificazione economica-industriale di lungo termine?

Da circa 15 anni l’Italia è tornata a essere un paese di emigrazione, con centinaia di migliaia di persone che si sono trasferite all’estero alla ricerca di migliori condizioni di vita, professionali ed esistenziali. Un flusso che ha raggiunto livelli drammatici negli anni post-pandemia, finendo per ricordare le migrazioni degli anni Cinquanta. Ma il contesto in cui sta avvenendo questo fenomeno di massa è radicalmente cambiato rispetto al dopoguerra, soprattutto a causa della crisi demografica iniziata verso la fine degli anni Settanta. 

Tre milioni di giovani in meno 

L’Italia presenta infatti alcuni dei più gravi parametri socio-demografici a livello mondiale: la seconda popolazione più anziana al mondo, dopo il Giappone, e un tasso di fecondità totale in discesa verso 1,14 figli per donna, con una riduzione ininterrotta della nascite dal lontano 2008, ultimo anno in cui nel nostro Paese si è registrato un aumento. Il continuo peggioramento di questi parametri ha determinato la scomparsa di circa tre milioni di giovani negli ultimi due decenni, mentre il peggioramento delle condizioni salariali ha spinto migliaia di nuovi laureati a trasferirsi all’estero ogni anno. 

Questi fenomeni intrecciati stanno accelerando una serie di profonde trasformazioni all’interno dei territori nazionali, minando la funzionalità del welfare italiano sul lungo termine. La maggior parte delle province del meridione e delle isole si sta progressivamente svuotando, esclusi i principali poli cittadini che riescono ancora a trattenere parte della popolazione più giovane. Anche in diverse province del centro e nord Italia, in particolare nel Piemonte orientale, si sta osservando un inesorabile declino economico, culturale e demografico che sta producendo una nazione a chiazze, con divaricazioni territoriali sempre più estese e non ricomponibili nel breve periodo. 

Proprio la combinazione fra crisi demografica e fuga dei giovani finisce per alimentare un circuito vizioso dove i vari territori perdono sistematicamente capitale umano, know-how tecnologico e vivacità culturale, finendo per ripiegare verso una mesta conservazione del passato e una riconversione economica spinta da settori a basso valore aggiunto, come per esempio il turismo. 

Le “soluzioni” inefficaci

Nonostante i problemi menzionati siano presenti da lungo tempo, le risposte da parte dei governi sono state molto limitate, con misure frammentarie e di breve respiro. Per esempio i finanziamenti per la “Ricerca & Istruzione” ci collocano fra gli ultimi posti in Europa e non hanno subito nessun consistente aumento negli ultimi anni. La continua perdita di personale specializzato e/o laureato è stata affrontata unicamente con misure votate alla riduzione del carico fiscale per i “cervelli” che rientrano nel Paese, senza un concreto potenziamento del tessuto legato alla ricerca universitaria e senza la formulazione di politiche pubbliche stabili, di lungo termine, atte a eliminare la precarietà in questi ambiti. 

Neppure le plurime manovre economiche degli ultimi 30 anni hanno affrontato il cronico problema del sottosviluppo tecnologico del settore privato, composto principalmente da piccole-medie imprese, e la perdita di competitività nei campi hi-tech più avanzati. Una deriva che ha determinato l’impossibilità di impiegare, valorizzare e retribuire dignitosamente i professionisti più qualificati e di attirarne altri dall’estero, portando il ceto medio/basso verso un persistente stallo dei propri salari e una consolidata stagnazione produttiva che ha reso scarsamente attrattiva l’Italia.

Invece per quanto riguarda la crisi demografica, eccetto i ridotti e inefficaci fondi del “Family Act” emanato sotto il governo Draghi nel 2022, le politiche famigliari sono tutt’ora insufficienti e il dibattito politico è assai altalenante, poco consapevole della gravità della crisi in atto. L’unica reale misura di contrasto al declino della popolazione è stato il ricorso a nuovi decreti flussi da parte dell’esecutivo Meloni, che però rappresentano una misura temporanea e problematica dal punto di vista economico, politico e sociale. Molti migranti provenienti dall’area africana e asiatica non possiedono delle qualifiche professionali avanzate, non riescono a rimpiazzare le skill dei nativi fuggiti all’estero e necessitano di una formazione che lo Stato non è in grado di fornire in maniera adeguata e rapida. Un’inefficiente dinamica che ha finito per alimentare i comparti a basso valore aggiunto (principalmente edilizia, turismo e agricoltura) e gli ambiti para-criminali, dove la piaga dello sfruttamento schiavistico della forza lavoro persiste in numerose regioni. 

Allo stato attuale il nostro Paese non ha un tessuto economico-industriale capace di attirare numerosi lavoratori da altri Paesi tecnologicamente avanzati, non è in grado di gestire efficacemente i flussi migratori e non ha una chiara strategia statale per valorizzare le forze professionali più giovani. Ma soprattutto non ha la necessaria forza per contrastare il complesso fenomeno dell’inverno demografico con un rinnovato aumento delle nascite, dati i profondi mutamenti culturali-sociali avvenuti nelle generazioni Millennial e Z.

Un piano di “adattamento strategico”

Questi trend implicano un rapido deterioramento delle condizioni generali del Paese, con il concreto rischio dell’impoverimento irreversibile della società italiana. Specialmente in un contesto internazionale sempre più turbolento, dominato da una serie di transizioni epocali. L’unica soluzione concreta e realistica per invertire efficacemente questo perdurante declino è la rapida implementazione di un articolato piano nazionale per “trattenere” i giovani rimasti, “riattirando” allo stesso tempo gli italiani fuggiti all’estero. Una soluzione di ampio respiro capace di innescare molteplici dinamiche positive per i territori depressi, con la prospettiva di generare un nuovo ciclo di sviluppo e adattamento sistemico del Paese sul lungo termine. 

Il piano richiede molteplici misure legislative ed economiche che dovranno essere attuate contemporaneamente su larga scala con una struttura di investimento & sviluppo su un arco decennale, in modo da garantire la certezza temporale delle misure approvate. Quindi l’esatto opposto rispetto ai bonus temporanei, agli attuali sussidi governativi e alle manovre economiche attuate fino a ora. 

La nuova pianificazione economica-industriale di lungo termine si baserà sulla valorizzazione dei distretti tecnologici più dinamici con la creazione di vasti poli pubblico-privati, soprattutto nelle aree in rapido spopolamento, in grado di generare dei massicci flussi di rientro dall’estero degli italiani espatriati. Il ritorno dei “cervelli”, così come dei lavoratori specializzati, comporterebbe una serie di vantaggi rispetto alle inefficaci soluzioni del passato. La facilità di integrazione occupazionale grazie ai comuni “usi e costumi”. L’apporto di un know-how appreso dalle altre nazioni avanzate, che fungerebbe da catalizzatore per lo sviluppo di nuove imprese all’avanguardia, con il conseguente abbandono dei settori scarsamente produttivi. L’innesco di nuove dinamiche demografiche, grazie alla rivitalizzazione delle province in declino e l’attenuazione dei trend negativi dati dalla crescita dell’età media della popolazione. L’avvio di un nuovo ciclo culturale-sociale, determinato dal ritorno di persone con idee, prospettive e visioni del mondo diverse rispetto alla stagnazione sociale attuale. Il ripristino di una dinamicità e vitalità in grado di contrastare la cupa apatia che ha avvolto la società italiana, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19, fornendo così la necessaria capacità di adattamento per affrontare i cambiamenti del XXI secolo.

L’importanza di chi non parte

Ma oltre allo strutturato e costante rientro degli italiani dall’estero, dovranno essere attuate anche delle misure per trattenere i giovani rimasti, laureati e non, garantendogli quelle possibilità lavorative ed esistenziali che sono state negate dal declino imperante e da una politica di lungo termine sostanzialmente assente. La priorità d’azione dovrà essere concentrata sull’eliminazione della precarietà lavorativa a livello legislativo, sul drastico potenziamento dei settori legati alla “Ricerca & Istruzione” con fondi pubblici e la rimodulazione completa dei piani di sviluppo economico nazionali, necessariamente riorientati per ridurre le pericolose diseguaglianze sociali-generazionali in aumento

Un piano ambizioso dal valore complessivo di 25/30 miliardi di euro all’anno, con chiare strategie sviluppate su archi temporali di 5-10 anni, che da una parte dovranno favorire almeno il rientro di 50/100.000 italiani all’anno, mentre contemporaneamente sarà disincentivata la fuga delle forze più giovani verso altre nazioni. Una volta innescati i primi effetti positivi, questi dovrebbero irradiarsi a loro volta nelle varie strutture obsolete della Repubblica in modo da trasformare l’Italia in un polo d’avanguardia su scala europea/mondiale, con un importante focus sul bacino del Mar Mediterraneo e il continente africano. 

Perché non succede(rà?)

Ovviamente un piano così complesso e profondo richiede una netta volontà politica, distante dagli stantii schemi attuali, con la piena mobilitazione del potere pubblico, di una parte del settore privato e della società civile, grazia a una convergenza di interessi votata a fermare il gravissimo declino in corso. Una volontà di cambiamento che inevitabilmente comporterà anche un scontro frontale con gli apparati più retrogradi, antiquati, inefficienti e culturalmente spenti, costantemente focalizzati sulla preservazione di uno status quo disfunzionale, ormai totalmente inadatto per i tempi che corrono. 

Il sistema italiano ha tutte le risorse economiche, statali e industriali per attuare una tale inversione di rotta, essendo uno degli Stati più ricchi al mondo, con ancora dei settori altamente performanti e tecnologicamente avanzati. Inoltre il piano presenta dei vantaggi concreti e realizzabili in pochi anni rispetto a un improbabile ripristino di una forte natalità o la piena automazione della società tramite robot e intelligenza artificiale. 

L’unico reale limite è sostanzialmente decisionale-culturale, determinato dalle attuali élite politiche, economiche, mediatiche e intellettuali al comando, che dovranno decidere se affrontare il declino o subirlo fino in fondo, con il rischio concreto di un collasso definitivo del Paese nei prossimi decenni.

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