Che cosa unisce un capannone di polli, una cava a cielo aperto, una donna a cui viene negata l’autodeterminazione e una comunità cancellata dalle mappe?
Sono tutte forme di oppressione che presentano sì volti diversi, ma che sono inestricabilmente intrecciate tra loro e rispondono alla stessa logica di dominio. Non sono quindi storie separate, come ci verrebbe semplice pensare, ma capitoli di una stessa trama, dispositivi che si sostengono a vicenda e che producono gerarchie tra corpi e territori. È ciò che potremmo chiamare un’ecologia del dominio, un sistema che intreccia violenze sociali e ambientali, distribuendole e normalizzandole attraverso spazi, istituzioni e categorie. Per poter riconoscere questi legami e, quindi, immaginare delle trasformazioni radicali, è necessario adottare una lente intersezionale e decoloniale in grado di ricomporre la frattura tra umano e non umano, tra natura e cultura.
Intersezionalità, matrice di dominazione e colonialità della natura
Nel 1989, la giurista e femminista afroamericana Kimberlé Crenshaw, conia il termine intersezionalità1 per descrivere come diverse forme di oppressione, siano esse sessismo, razzismo o classismo, non agiscono mai in modo isolato, ma si sovrappongono e si rafforzano a vicenda e, in particolare, esplora l’intreccio indissolubile esistente tra razza e genere nel contesto della violenza contro le donne di colore2. Già negli anni Settanta, infatti, il Combahee River Collective3, un collettivo di donne nere, denunciava che l’esperienza delle oppressioni non poteva essere ridotta a un’unica dimensione, ma che razza, genere e classe si vivevano simultaneamente.
Negli anni Novanta, poi, la sociologa e teorica femminista statunitense Patricia Hill Collins ha esteso ulteriormente questo concetto, introducendo l’idea di una vera e propria matrice di dominazione, ossia un sistema organizzato che struttura addirittura l’intera società4. Secondo la Collins, questa matrice non riguarda solo le relazioni tra gli esseri umani, ma influenza anche il rapporto con gli animali e, più in generale, con la natura. Prendendo in considerazione le analisi decoloniali ed ecofemministe, possiamo infatti notare come la natura stessa sia un pilastro strutturale di questa trama di oppressione e come la dicotomia moderna tra cultura e ambiente, tra uomo e natura, sia parte integrante della stessa logica di dominio5.
Un altro concetto determinante all’interno di questo discorso è stato introdotto dalla teorica e pedagogista Catherine Walsh, che parla di colonialità della natura, descrivendola come una delle sfere attraverso cui modernità e colonialità articolano il dominio insieme al potere, al sapere e all’essere. La frattura moderna tra cultura e ambiente diventa quindi un vero e proprio dispositivo di potere che produce gerarchie, riduce gli ecosistemi a mero capitale naturale e arriva persino a svalorizzare o, ancor peggio, a negare quelle cosmologie indigene che riconoscono la natura come madre, essere vivente e parte integrante del cosmo. Questa prospettiva giustifica e alimenta la visione secondo cui la natura è un campo di esistenza subordinato alla cultura e al capitale, secondo una logica estrattivista che ha reso possibile tanto l’espansione coloniale quanto il consolidamento del sistema economico moderno.
Gli strumenti teorici appena descritti, presi insieme, ci invitano a non ridurre le lotte a compartimenti stagni. Non possiamo capire il razzismo se non teniamo in considerazione il sessismo, che, a sua volta, non può essere davvero interpretato senza includere la classe, ma, soprattutto, dobbiamo prendere coscienza che nessuna di queste oppressioni può essere separata dal modo in cui trattiamo la natura. Adottare una lente intersezionale e decoloniale significa quindi spostare l’attenzione dalle singole oppressioni alle relazioni che le intrecciano, assumendo così uno sguardo capace di trasformare il presente, far emergere connessioni spesso invisibili e aprire la strada a cambiamenti radicali.
Architetture, dispositivi e linguaggi del controllo
Riconoscere queste connessioni non è un esercizio teorico, ma una necessità politica. Queste logiche di dominio non rimangono infatti astratte ma si concretizzano fisicamente, traducendosi in spazi, norme e dispositivi che modellano l’esistenza quotidiana. Ne sono esempi tangibili tutte quelle architetture e procedure di confinamento che estendono le logiche della prigione oltre l’umano come le recinzioni, i corridoi logistici, i laboratori, i mattatoi e le filiere agro-industriali. Qui, prigionieri, animali e territori si ritrovano inevitabilmente coinvolti nella stessa economia di controllo che ridisegna confini, movimenti e possibilità di vita e che assume la forma di una carceralità più-che-umana che decide chi può muoversi, respirare, riprodursi e (soprav)vivere. Questo concetto, ispirato dalle intuizioni della geografa Karen M. Morin6 e del filosofo postcoloniale Joseph Pugliese7, mostra come corpi e territori vengano standardizzati e come la vita, ridotta a mera unità ottimizzabile, diventi materia amministrabile entro un’economia che misura l’esistenza in termini di produttività e sacrificabilità.
Senza che ce ne accorgiamo, queste logiche finiscono per influenzare il nostro modo di vedere e interpretare la vita di tutti i giorni. Anche su un piano più astratto il loro effetto, seppur meno visibile, rimane incisivo, modellando i nostri pensieri, i nostri linguaggi e tutte quelle rappresentazioni che giustificano dominazione, subalternizzazione e negazione dell’umanità. In questo modo viene definito chi o cosa può essere considerato vita e chi invece può essere sfruttato o lasciato morire8. La violenza quindi non si presenta come un evento eccezionale o scioccante, ma come qualcosa di ordinario, una forza lenta e diffusa, talmente radicata nei nostri gesti quotidiani, nei protocolli di gestione, nelle infrastrutture da non essere quasi più riconosciuta come tale.
Ma com’è possibile che tutto questo sia diventato così normale? Per capirlo, dobbiamo andare indietro nel tempo fino alle piantagioni coloniali, dove il controllo del vivente, umano e non umano, ha plasmato modelli di produzione, confinamento e sfruttamento in maniera così profonda e duratura da strutturare ancora oggi l’economia globale. È proprio qui che affondano le radici di schiavitù, estrattivismo e addomesticamento, logiche che sopravvivono nelle forme contemporanee di dominio e pervadono la nostra quotidianità. Come ricorda Catherine Walsh, la colonialità non è semplicemente un retaggio storico, ma un dispositivo attualissimo che continua a produrre gerarchie tra esseri e territori, alimentando quella dicotomia tra umanità e natura su cui la modernità occidentale ha fondato il proprio potere.
Donne Yine e foreste contese: una storia di potere, estrazione e sopravvivenza
Adesso che i fili di questa trama sono stati finalmente svelati, possiamo utilizzarli per osservare come queste logiche si concretizzano in un territorio specifico. Uno dei luoghi in cui l’ecologia del dominio emerge con particolare chiarezza è l’Amazzonia peruviana, un’area di straordinaria biodiversità ma al tempo stesso segnata da estrattivismo, violenza di genere, trasformazioni ambientali e infrastrutture del potere.
Il progetto W-Deforest9, coordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, si occupa proprio di esplorare queste interconnessioni e rivela con grande chiarezza che la deforestazione non è semplicemente un problema ambientale, ma il risultato dell’intreccio di poteri economici, coloniali e patriarcali che si esercitano allo stesso tempo sui corpi delle donne e sul territorio.
In Madre de Dios, una delle regioni del Perù più devastate dalla deforestazione, gli abbattimenti non avvengono in modo casuale ma seguono le strade, le piste aperte da imprese private e le reti logistiche che collegano il Perù al Brasile. Queste infrastrutture, che si presentano come vettori di sviluppo e promettono reddito e mobilità, diventano in realtà veri e propri strumenti di controllo che amplificano precarietà, violenza e dipendenza. Essi definiscono chi può muoversi, chi può accedere alle risorse, chi viene escluso e quali vite possono essere ottimizzate o sacrificate. Inoltre, in assenza di servizi essenziali come acqua potabile, elettricità, cure mediche e carburanti, le strade diventano l’unico mezzo per sopravvivere e, per questo motivo, vengono viste dalle popolazioni locali come un’alternativa concreta all’inerzia dello Stato, anche se ciò implica la distruzione della foresta da cui esse dipendono. Parallelamente, l’utilizzo di categorie che potrebbero sembrare apparentemente neutre come ‘conservazione’, ‘area protetta’ o ‘capitale naturale’ riduce la natura a un insieme di valori amministrabili e finisce per scaricare i costi della tutela ambientale proprio su chi vive nei territori marginalizzati, alimentando tensione e sfiducia verso le politiche di protezione.
In questo contesto, il progetto W-Deforest si concentra sulla vita delle donne indigene appartenenti alla popolazione Yine, un gruppo amazzonico della famiglia linguistica arawak oggi numericamente ridotto e segnato da una lunga storia di sfruttamento, migrazioni forzate e cambiamenti socio-ambientali profondi. Spesso romanticizzate come custodi della foresta, queste donne si trovano invece immerse in una realtà molto più complessa di quella suggerita dall’immagine idealizzata della protettrice ‘naturale’ dell’ambiente. Le loro vite sono attraversate da povertà strutturale, violenza di genere normalizzata, assenza di servizi essenziali, responsabilità familiari e aspettative comunitarie che rendono la quotidianità un campo di negoziazioni e compromessi continui. Molte donne si trovano così costrette a partecipare ai circuiti del trasporto e del commercio del legname, non per adesione acritica alla deforestazione ma come strategia di sopravvivenza e autodeterminazione in un contesto in cui le alternative sono estremamente limitate.
Il loro ruolo all’interno di questo sistema estrattivo non è per nulla marginale o occasionale, esse organizzano i trasporti, gestiscono le trattative, mantengono le reti di scambio e amministrano le risorse economiche in un territorio dove lo Stato è quasi assente e il narcotraffico esercita un controllo crescente. Questa presenza femminile ci può apparire sorprendente solo se la osserviamo attraverso le lenti stereotipate, e profondamente coloniali, che continuano a rappresentare le donne indigene come figure passive, dedite esclusivamente alla cura della foresta e della comunità. Dobbiamo invece riconoscere che l’economia estrattiva ha un ruolo cruciale e si intreccia inevitabilmente con la vita quotidiana di queste donne, diventando in molti casi l’unico modo a disposizione per garantire mobilità, cibo, cure mediche e una minima stabilità familiare. Le donne indigene sostengono, e talvolta perfino guidano, le attività legate al legname non perché credano nella deforestazione ma perché è ciò che permette loro di proteggere i propri figli, accedere a risorse essenziali ed evitare la spirale della povertà.
Comprendere la trama del dominio per immaginare un futuro alternativo
Per concludere, pensare in termini di ecologia del dominio significa guardare il mondo in maniera diversa, riconoscendo che tutte le forme di oppressione sono inestricabilmente legate tra loro. Corpi, territori e specie vengono governati quotidianamente da logiche che si concretizzano nello spazio, nel linguaggio e nelle istituzioni in maniera così radicata da diventare persino invisibili. In quest’ottica la distruzione ambientale e l’oppressione sociale fanno parte della stessa trama e non può esserci quindi una giustizia sociale senza una giustizia ecologica. È da qui che dobbiamo partire per immaginare altre ecologie, altre relazioni, altre possibilità di futuro.
Note
- K. Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum, 1989 (1), pp. 139–167.
- K. Crenshaw, Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color, Stanford Law Review, 43(6), 1991, pp. 1241–1299.
- Il Combahee River Collective era un collettivo femminista nero attivo a Boston, nel Massachusetts. Prende il nome dal fiume Combahee, in South Carolina, luogo di una spedizione guidata da Harriet Tubman durante la Guerra Civile americana (1863), che liberò più di 750 persone ridotte in schiavitù.
- P. H. Collins, Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment. Routledge, 1990.
- C. Walsh, (a cura di), Pedagogías decoloniales. Prácticas insurgentes de resistir, re-existir y re-vivir, 2013
- In Carceral Space: Prisoners and Animals, (Routledge, 2018), la geografa Karen M. Morin elabora il concetto di geografia carceraria trans-specie, mostrando come le logiche del confinamento e del controllo si estendano dagli spazi della prigione ai mattatoi e agli allevamenti industriali.
- In Biopolitics of the More-Than-Human: Forensic Ecologies of Violence (Duke University Press, 2020), Joseph Pugliese sviluppa l’idea di biopolitica del più-che-umano, esplorando come la violenza e la governance della vita si esercitino oltre i confini della specie umana, coinvolgendo animali, ambienti e corpi razzializzati.
- C. Walsh, (a cura di), Pedagogías decoloniales. Prácticas insurgentes de resistir, re-existir y re-vivir, cit.
- Il progetto W-Deforest è una Marie Skłodowska-Curie Postdoctoral Fellowship nell’ambito di Horizon Europe, condotta dalla fellow Silvia Romio presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, sotto la supervisione della prof.ssa Valentina Bonifacio. La scheda ufficiale del progetto è disponibile su: https://www.unive.it/pag/49414/. Le informazioni, descrizioni e citazioni riportate in questo testo provengono invece dall’articolo di Valentina Scotellaro, Genere, violenza e deforestazione in Amazzonia: il progetto W-Deforest di Silvia Romio, pubblicato sul sito dell’Università Ca’ Foscari Venezia nel 2024: https://www.unive.it/web/it/15165/articolo/7385