Combattere contro i mulini (ad acqua)

Autore

Giuseppe Santagostino

Data

3 Ottobre 2025

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4' di lettura

DATA

3 Ottobre 2025

ARGOMENTO

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La nota differenza fra l’uso delle rinnovabili e delle energie non rinnovabili è riassunta dal paragone che contrappone l’onesto lavoratore uso a spendere solo il suo stipendio al cugino scialacquatore che per campare si vende la mobilia. Ma mentre per il denaro è facile vedere il fondo del barile oltre cui non è possibile andare avendo alienato tutto il patrimonio, in natura questo fondo è di difficile percezione, specie se il costo delle non rinnovabili continua a restare scandalosamente inferiore a quello delle rinnovabili.

Inoltre, i tre aspetti critici di ogni rinnovabile, ovvero la distanza dal punto di utilizzo che incide sulle reti, il costo di investimento col suo tempo di ritorno e la vicinanza al punto di utilizzo che cozza col senso estetico dell’utilizzatore finale, rappresentano l’ostacolo maggiore alla loro diffusione, più ancora dell’erraticità delle due principali rinnovabili (sole e vento).

Ma dove questa erraticità manca e quindi la risorsa rinnovabile è sempre disponibile – e con adeguati investimenti pure remunerativa – noi conserviamo una predisposizione a farne a meno, favorendo le corrispondenti non rinnovabili: i due casi più evidenti sono quello dell’energia meccanica indotta dalla forza di gravità nei corsi d’acqua e quello dell’energia termica contenuta nel terreno e nelle falde.

Perché non sfruttiamo il potenziale degli scorrimenti pur avendo a disposizione una rete di migliaia di chilometri di canali? E perché la nostra legislazione e ancor più la nostra capacità progettuale pubblica impediscono di utilizzare il calore immagazzinato nel terreno per condizionare gli ambienti e conservare l’energia termica, come sta iniziando a fare il mondo civile, USA in testa?

Il primo dato interessante è che la Pianura Padana è storicamente un luogo dove i corsi d’acqua artificiali hanno da sempre mosso mulini e magli. Un’interessante raccolta di dati relativi ai mulini e al loro possibile reimpiego si trova nel programma Restor Hydro finanziato dalla Comunità Europea https://restor.eref-europe.org/,  mentre resta comunque viva la coscienza storica dell’importanza museale degli stessi https://aiams.eu/centro-risorse/). Se consideriamo che il solo Comune di Milano ha un reticolo idrico lungo 500 km (reticolo maggiore, minore e di bonifica) e che tale lunghezza sulla città metropolitana arriva 10.000 km, appare evidente che ogni possibile utilizzo di questa grande massa d’acqua in movimento naturale passa da tre snodi che investono la nostra (scarsa) coscienza naturalistica, specie quando questa è per noi fonte di fastidio:

  • Manutenzione e conservazione del sistema dei canali a fronte delle trasformazioni agricole: inevitabile che il possibile impiego degli scorrimenti passi dalla pulizia dei fondali, delle sponde e dei sistemi di chiusura oggi in gran parte abbandonati.
  • Tombatura per scopi urbanistici: il solo Comune di Milano ha tombato il 40% dei suoi canali (dati PGT Milano) sopra ai quali sono stati edificati case, strade e parcheggi.
  • Governo delle chiuse e loro impiego sia nella produzione energetica che nel controllo delle laminazioni: un sistema naturale di laminazione e i salti a esso connessi necessitano di non solo di manutenzione ma di un sistema di controllo. 

Su tutto il reticolo idrico nel corso degli ultimi anni è spesso stato tenuto fuori uso per questioni manutentive, aumentandone l’irrilevanza pratica, mentre la tristezza dei fondali in asciutta dei Navigli, il decadimento delle loro sponde e ancora più il lento ritorno dei canali agricoli allo stato di natura di fossi via via meno accennati, non turbavano coscienza alcuna, come se il lento riappropriarsi della Natura, che come sappiamo odia il movimento e aspira alla Palude, sia ritenuto non solo inevitabile, ma soprattutto faticoso e inutile l’opporvisi.

È nella considerazione dei canali e della loro (non) manutenzione che si misura il nostro opportunismo naturalistico, destinato inevitabilmente a favorire i consumi energetici non rinnovabili.

La cosa apparirebbe di chiara evidenza se solo si confrontasse il potenziale energetico inespresso dal solo scorrere delle acque con i consumi delle illuminazioni stradali, quegli innaturalissimi manufatti che occupano molte strade anche campestri e che ci impediscono di cascare nei fossi di cui sopra.

Ma tale mancata considerazione di quanto possa darci la gratuita forza di gravità se solo ci venisse in mente di usarla, si sovrappone al crescente menefreghismo degli agricoltori circa lo stato delle infrastrutture idrauliche delle campagne, che un tempo, specie quando le marcite garantivano foraggio anche nei mesi invernali, erano la vera ricchezza della Pianura Padana: anche l’abbandono degli allagamenti delle risaie per periodi prolungati ha determinato un sovrappiù di indolenza nel pur sovvenzionato mondo agricolo, il quale avrebbe potuto (e forse dovuto) essere chiamato a rispondere della mancata manutenzione delle infrastrutture idrauliche e di quanto compete ai propri Consorzi.

Una categoria non considerata dalla coscienza ecologista contemporanea, affascinata come un’adolescente dall’idea di una libresca rinaturalizzazione, è proprio quella del disegno agricolo e dell’economia che lo reggeva: il sistema dei Navigli, ovvero lo scheletro di tutte le distribuzioni idrauliche padane, è sempre stato il risultato evidente di un bilancio attivo le cui entrate erano quelle irrigue, di trasporto, di alimentazione delle macchine e delle città, di drenaggio e scarico fognario, di fornitura energetica ai mulini e a molte altre macchine agite dal moto idraulico, indicando in modo semplice ed evidente che gli investimenti nell’utilizzo delle energie disponibili vengono ripagati dai lavori resi possibili.

Il maggior inganno offerto dal consumo economico delle non rinnovabili, specie dall’invisibile gas, non è quello della sopra accennata svendita della mobilia, ma proprio quello che tale invisibile alienazione del patrimonio naturale ci pone al riparo dalla fatica degli investimenti, specie di quelli che per garantirsi un rientro necessitano di grandi infrastrutture e di molti lustri e ci consente di contestare l’innaturalità di queste spese a fronte della gratuita entropia dell’universo, generando un ecologismo parruccone a costo zero di soldi e fatica.

Se poi consideriamo l’altra grande fonte energetica rinnovabile gratuitamente disponibile, ovvero il caldo immagazzinato nel sottosuolo e nella falda, e osserviamo l’incomprensibile ostruzione al suo utilizzo che domina l’Italia, Paese notoriamente privo di risorse energetiche proprie e quindi potenzialmente più predisposto a impiegarle quando ci sono, dovremmo porci qualche domanda critica sull’evidentissima indolenza attribuita ai Paesi latini e indicata da Montesquieu come la fonte naturale di inevitabili dispotismi per poterla governare.

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