India. Potenzialità e limiti dei movimenti dal basso

Le sfide poste dalla transizione ecologica mostrano le difficoltà per i movimenti di agire in modo efficace per modificare le politiche ambientali.

Autore

Stefano Caldirola

Data

17 Novembre 2022

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DATA

17 Novembre 2022

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Dicembre 2021 – In un Paese che ha una tradizione di radicata presenza di movimenti ecologisti e ha mostrato anche recentemente una straordinaria capacità di mobilitazione dal basso, le sfide poste dalla transizione ecologica mostrano le difficoltà per i movimenti di agire in modo efficace per modificare le politiche ambientali e cambiare il paradigma di sviluppo dominante.

Sviluppo e povertà 

Stoccolma, 14 giugno 1972: il primo ministro indiano Indira Gandhi prende la parola durante l’assemblea plenaria della conferenza dell’ONU sull’ambiente umano 1.

Il suo è uno degli interventi più attesi. L’India non rappresentava allora infatti solamente un Paese emergente in cui viveva circa un sesto dell’intera umanità, ma da almeno due decenni era considerata dai leader di diversi Paesi afro-asiatici un esempio da seguire con grande interesse, un Paese in grado di influenzare gli altri attraverso la propria visione del mondo e dello sviluppo. 2

In quella che a tutti gli effetti era la prima conferenza dell’ONU su un argomento che stava assumendo un’inedita centralità, Indira Gandhi pronunciò un discorso lungo e articolato, di cui viene spesso sottolineato un unico e semplice passaggio, destinato ad influenzare l’idea del rapporto tra uomo e ambiente in quello che viene spesso ancora oggi definito il «sud del mondo». Nella parte del discorso più conosciuta e significativa, il primo ministro indiano disse: «Da un lato i ricchi guardano di sbieco la nostra perdurante povertà, dall’altro ci mettono in guardia dall’usare i loro stessi metodi. Noi non vogliamo danneggiare ulteriormente l’ambiente, ma non possiamo nemmeno per un istante dimenticare la terribile povertà in cui vive un enorme numero di persone. I maggiori inquinanti non sono forse la povertà e il bisogno?» 3.

Questa frase, riportata dai media ed estrapolata da un contesto assai più ampio, finì per oltre quattro decenni per costituire una sorta di manifesto dell’approccio alle questioni ambientali dei Paesi in via di sviluppo. L’idea di fondo era che le tematiche ambientali, che proprio in quegli anni iniziavano ad avere un certo peso nei Paesi più sviluppati, fossero da prendere in considerazione in quelli in via di sviluppo solo nella misura in cui lo sfruttamento illimitato delle risorse metteva potenzialmente a rischio la crescita economica. Queste frasi di Indira Gandhi finirono per costituire un autentico manifesto ideologico in cui l’ambientalismo era in fin dei conti considerato un lusso per Paesi ricchi, mentre nei Paesi in via di sviluppo la priorità era senza dubbio l’accelerazione di uno sviluppo che, senza curarsi troppo dei danni ambientali, potesse portare centinaia di milioni di persone al più presto al di fuori della morsa della fame, dell’analfabetismo, delle condizioni sanitarie precarie.

Questa impostazione è oggi in parte cambiata, a seguito dei mutamenti  economici e sociali globali e di fronte alle sempre più impellenti necessità di  ripensare il rapporto tra uomo e risorse, ma resta comunque presente nella  mentalità dei leader indiani e nel caratterizzare di conseguenza la politica  ambientale del Paese, ancora in larga misura subordinata alle esigenze dello sviluppo economico. Se negli ultimi anni l’India ha in qualche modo modificato alcuni aspetti delle proprie politiche ambientali lo ha fatto quasi esclusivamente per le pressioni internazionali e per i timori di futuri scenari  in cui catastrofi naturali ed eccessivo sfruttamento delle risorse potrebbero  comportare un rallentamento della crescita economica. 

Le caratteristiche dei movimenti ecologisti indiani 

Nonostante il paradigma di sviluppo dominante, l’India vide nascere già  dai primi anni Settanta agguerriti movimenti ecologisti. Questo fu reso possibile innanzitutto dalla presenza di una società civile estremamente vitale in quella che era, ed è ancora oggi, la più stabile democrazia tra i Paesi usciti  dalla decolonizzazione. I primi movimenti ecologisti ebbero una dimensione  quasi esclusivamente locale: per esempio il Chipko Andolan si batteva per la  salvezza delle foreste alle pendici della regione himalayana mentre all’altra  estremità del Paese, nello stato meridionale del Kerala, nasceva un movi mento per salvare la Silent Valley, una riserva naturale famosa per la straordinaria biodiversità messa a rischio da un progetto di sviluppo idroelettrico. Negli anni successivi nacquero centinaia di associazioni, organizzazioni e  comitati che si definivano «ambientalisti» o «ecologisti». Si trattava soprattutto di organizzazioni impegnate su questioni locali. Attraverso campagne  condotte con ferrea determinazione queste organizzazioni, in alcuni casi  specifici, sono riuscite a ottenere un’importante visibilità a livello nazionale  e addirittura internazionale. Per esempio il Narmada Bachao Andolan, o  «movimento per la salvezza del fiume Narmada», ha ricevuto a lungo una notevole attenzione da parte dei media indiani e internazionali e ha ottenuto solidarietà e supporto da organizzazioni di diversi Paesi.  

La struttura dei movimenti indiani presenta alcune peculiarità. Si tratta  di norma di organizzazioni piuttosto piccole radicate in uno specifico territorio. Occorre considerare che la società indiana è innanzitutto un complesso insieme di realtà locali molto articolate, con un forte senso identitario basato su divisioni linguistiche, di casta e di comunità che può essere declinato solo in ambito locale. Da un lato quindi il mondo dell’attivismo ecologista indiano ha visto nascere centinaia di organizzazioni diverse, molto  determinate e combattive, dall’altro però è sempre stato caratterizzato da una intrinseca debolezza dovuta alla mancanza di autentiche sponde politiche in grado di proiettare istanze locali a livello nazionale andando così a creare un autentico modello di sviluppo alternativo. I movimenti indiani hanno creato strutture di aggregazione sotto forma di Forum o di cartelli  di associazioni in grado di manifestare solidarietà reciproca e di portare all’attenzione dei media nazionali battaglie essenzialmente locali, ma senza  avere la capacità di influire realmente sulle scelte politiche complessive.  

Inoltre, questi movimenti nella grande maggioranza dei casi si sono dovuti confrontare con una ferrea volontà repressiva da parte degli apparati  dello stato, decisi a non operare concessioni nei confronti di chi viene spesso percepito come un ostacolo per l’attuazione di programmi economici  basati su una visione univoca dello sviluppo. Gli attivisti che hanno cercato  di denunciare le strategie economiche che comportavano gravi danni all’ecosistema ed una distruzione dei legami sociali e culturali delle comunità  più svantaggiate sono stati spesso tacciati di essere elementi «anti-nazionali», di cospirare con i nemici dell’India e di essere in ultima istanza dei  traditori da isolare e, in molti casi, da perseguire in sede penale con accuse  spesso pretestuose e strumentali.  

I movimenti ecologisti in India: una lunga storia 

Queste condizioni oggettive non hanno comunque impedito la nasci ta di una tradizione consolidata di movimenti sociali che potremmo de finire in qualche modo «ecologisti». Per quanto alcuni studiosi 4 abbiano  cercato di retrodatare la nascita dei movimenti ecologisti indiani all’epoca  coloniale o addirittura al periodo precedente la colonizzazione, movimenti ecologisti veri e propri hanno mosso i primi passi a partire dagli anni  Settanta. Il già citato movimento Chipko, fondato nel 1973, è stato un  precursore da molti punti di vista. Fu un attivista gandhiano, Sunderlal  

Bahuguna5, a organizzare i contadini, in maggioranza adivasi 6, della regione himalayana dell’Uttarkhand, allora parte dello stato dell’Uttar Pradesh,  contro l’intensa deforestazione dovuta al crescente sfruttamento da parte  delle compagnie del legname. La battaglia per la salvaguardia delle foreste  vide saldarsi la volontà di salvare l’ambiente e la biodiversità alla necessità  di garantire il mantenimento dell’accesso alle risorse forestali per comunità  fortemente dipendenti dalle foreste per il proprio sostentamento e per il  mantenimento del proprio stile di vita. Bahuguna aveva una formazione  profondamente influenzata dalle idee e dai metodi di lotta del Mahatma  Gandhi, e infatti il Chipko, che significa letteralmente «attaccarsi», adottò da subito uno strumento di protesta non violento ben conosciuto dagli  indiani, ovvero la satyagraha 7.

Gli attivisti del movimento iniziarono a legarsi  agli alberi come forma di disobbedienza civile, cercando in questo modo  di impedirne il taglio da parte delle compagnie del legname. Inizialmente  le autorità reagirono con fermezza, rimuovendo con la forza gli attivisti e  procedendo a centinaia di arresti. Presto però questa battaglia locale riuscì  ad attrarre attenzione e simpatie da parte di intellettuali e attivisti provenienti dal mondo urbano e dalla classe media, elemento che finì per essere fondamentale nel convincere il governo dell’Uttar Pradesh a modificare le  proprie politiche e accettare una riduzione dello sfruttamento delle foreste.  

Nel 1979 nel sud del Paese ci fu la nascita di un movimento di resistenza  contro la realizzazione di un progetto idroelettrico che avrebbe profonda mente alterato l’ecosistema di una riserva naturale, la Silent Valley nella  regione dei monti Nilgiri, uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta 8.

Al contrario del movimento Chipko che era formato prevalentemente da contadini e adivasi residenti nella zona, il movimento per la salvezza  della Silent Valley venne animato soprattutto dalla volontà di preservare un  ambiente naturale unico e prezioso e fu formato anche da attivisti provenienti da un ambiente urbano e dal mondo intellettuale. Da un certo punto  di vista questo movimento fu il primo ad avere delle caratteristiche simili ai movimenti ecologisti dei Paesi occidentali, superando la dimensione  fortemente ancorata a ideali e principi tradizionali, come era nel caso del  movimento Chipko. In seguito a proteste molto ben organizzate, vigorose  e partecipate, il governo di Delhi decise di interrompere il progetto di sfruttamento della regione nel 1983. 

Il più longevo e agguerrito movimento ecologista indiano è stato certamente il Narmada Bachao Andolan (NBA), nato nel 1986 dall’unione  di una serie di comitati locali e grazie al contributo decisivo degli attivisti  Medha Patkar 9 e Baba Amte 10, per protestare contro la realizzazione di  un enorme progetto di sviluppo idrico e idroelettrico sul fiume Narmada,  nell’India centrale 11. Il NBA rappresentò da diversi punti di vista un movimento unico nella storia del Paese, innanzitutto per le dimensioni. Il NBA  protestava contro un progetto che coinvolgeva un’area molto vasta e interessava direttamente o indirettamente centinaia di migliaia di persone  e fu quindi in grado di mobilitare migliaia di attivisti.

Inoltre il NBA per la  prima volta portava avanti una critica radicale nei confronti del paradigma  economico seguito fino ad allora dall’India, che si manifestava nella regio ne della Narmada attraverso un progetto dall’enorme impatto ambientale  e umano, particolarmente nei confronti delle comunità economicamente  svantaggiate residenti nell’area coinvolta. Attraverso proteste coordinate a  livello locale, con scioperi della fame, manifestazioni e satyagraha nei villaggi  coinvolti dal progetto, e a livello nazionale, attraverso la solidarietà attiva  di accademici, intellettuali, giornalisti e attivisti dei diritti umani, il NBA fu  in grado di ottenere successi del tutto insperati, tra cui una serie di momentanei blocchi della prosecuzione dei lavori e soprattutto il ritiro della  Banca Mondiale dal finanziamento del progetto nel 1993. Proprio l’opposizione alla partecipazione della Banca Mondiale al finanziamento del pro getto fu alla base della notevole popolarità del movimento anche a livello  internazionale, manifestatasi attraverso l’organizzazione di raccolte fondi  e campagne di sostegno da parte di organizzazioni critiche nei confronti  del ruolo di questa istituzione. Probabilmente decisivo in questo fu anche  l’intervento di intellettuali molto ascoltati a livello internazionale, su tutti  la scrittrice Arundhati Roy, il cui saggio The Greater Common Good del 1999 12 fece conoscere in tutto il mondo le istanze del movimento e le problematiche legate alla realizzazione di grandi progetti idrici, dai danni ambientali  alla disgregazione dei rapporti sociali e culturali all’interno delle comunità  tribali, alle insufficienti politiche messe in atto dal governo indiano in tema  di reinsediamento e riabilitazione degli sfollati.  

Nonostante la significativa vittoria degli attivisti ottenuta con il ritiro  della Banca Mondiale dal progetto, il NBA si trovò a misurarsi con la ferrea determinazione del governo del Gujarat, all’epoca guidato dall’attuale primo ministro Narendra Modi, nel proseguire nel progetto a tutti i costi.  La realizzazione della diga era una priorità per il governo dello stato per fare fronte a una acuta crisi idrica del settore agricolo e per risolvere in  parte i problemi legati alla cronica carenza di energia. Il NBA di fatto venne sconfitto e il progetto venne infine completato nel 2006.

Ciò nonostante,  la decennale lotta condotta dagli attivisti del NBA ebbe una duratura influenza sui movimenti degli anni successivi, per una serie di motivi. Innanzitutto, pur portando avanti una lotta sostanzialmente locale, il NBA fu il  primo movimento ecologista indiano a ottenere un vasto supporto a livello nazionale e internazionale. Inoltre, fu il primo movimento dal basso in  grado di coniugare istanze ideologiche diverse. Nel NBA, infatti, conviveva  un’impostazione ideologica decisamente radicata nella tradizione indiana,  proveniente dal pensiero gandhiano, con una molto più internazionale, un  ecologismo profondamente influenzato dai movimenti europei e nordamericani. Con l’esperienza del NBA il mondo ambientalista indiano tentò di  superare i contrasti tra un’impostazione ideologica tendenzialmente anti industriale, basata su un utopico ritorno all’India dei villaggi, e un’ideologia critica del modello economico neoliberista che proprio in quegli stessi  anni influenzava gli attivisti che organizzavano le grandi proteste contro il  G8 di Seattle e Genova. Questi due mondi così diversi tra loro per estrazione, radici ideologiche e culturali finirono da quel momento per parlarsi e  condividere percorsi comuni. 

Negli anni successivi l’esempio del NBA venne seguito da molte altre  organizzazioni, tra cui vale la pena citare per esposizione mediatica e capacità di modificare le scelte politiche del governo quella creata dagli adivasi Khond per contrastare lo sfruttamento della montagna di Niyamgiri  in Orissa da parte della multinazionale mineraria Vedanta Resources. La lotta dei Khond per salvaguardare l’ambiente della loro regione, su cui la Vedanta aveva ottenuto i permessi per lo sfruttamento di ricchi giacimenti  di bauxite, iniziò nel 2008 coniugando diffuse preoccupazioni di inquina mento ambientale alla volontà delle comunità locali di preservare le proprie specificità sociali e culturali. Grazie anche al sostegno di organizzazioni  ecologiste indiane e internazionali, la campagna di protesta fu in grado di esercitare una grande pressione sulla multinazionale. La campagna per  salvare Niyamgiri riuscì addirittura a convincere importanti istituzioni e  aziende internazionali, preoccupate dal potenziale danno di immagine, a  vendere le azioni della Vedanta. In seguito il movimento contro la Vedanta riuscì a ottenere dalla Corte Suprema indiana il blocco dei lavori nel 2013 e l’imposizione di preventive consultazioni delle comunità locali per ogni  eventuale prosecuzione del progetto in futuro. Si tratta a oggi di uno dei  più grandi successi ottenuti da una coalizione dal basso di comunità tribali  e organizzazioni ecologiste nei confronti di una multinazionale del settore minerario. 

L’India di fronte alla crisi ambientale 

Il ritiro della Banca Mondiale nel 1993 dal progetto di sviluppo del fiume Narmada e la sospensione dello sfruttamento dei giacimenti di bauxite  di Niyamgiri ha mostrato la forza dei movimenti dal basso nel contesto  indiano. Le esperienze del NBA e la vittoriosa battaglia dei tribali Khond  contro la Vedanta hanno galvanizzato molti altri movimenti locali, favorendo la nascita di centinaia di campagne contro lo sfruttamento illegale delle  miniere, l’inquinamento delle fonti idriche, la realizzazione di infrastrutture a grande impatto ambientale e l’inquinamento atmosferico. Eppure, nonostante la presenza di agguerrite organizzazioni ecologiste e la diffusa  percezione della necessità di modificare il paradigma di sviluppo, sembra  mancare ancora a oggi in India una visione generale realmente alternativa  dello sviluppo del Paese.  

Nonostante la decisione, molto tormentata, del governo indiano di aderire all’accordo di Parigi sulle emissioni del 2015 e la creazione di un ministero per le energie rinnovabili da parte del governo di Manmohan Singh  nel 2006, poi rinnovato anche dalle due successive amministrazioni Modi, l’India è ancora oggi accusata di non fare abbastanza per proteggere l’ambiente e per attuare una reale ed efficace transizione ecologica 13. Questo in un Paese che, per caratteristiche climatiche e demografiche, ha impellenti necessità di invertire la rotta per evitare possibili disastri ambientali  che avrebbero enormi ripercussioni. Il clima monsonico del subcontinente  indiano porta da sempre notevoli rischi di penuria idrica, particolarmente  nella lunga stagione secca che nella maggior parte del subcontinente dura  da ottobre a giugno. La siccità è oggi uno spettro che si aggira più che mai  per l’India, nonostante gli sforzi dei governi fin dall’epoca coloniale per razionalizzare e sfruttare al meglio le risorse idriche. La diminuzione delle precipitazioni dovuta ai cambiamenti climatici globali si lega oggi al progressivo inquinamento della falda acquifera, dovuto al massiccio uso di concimi  chimici e pesticidi in agricoltura, necessari per mantenere un’elevata resa  dei prodotti agricoli soprattutto a seguito della cosiddetta «Rivoluzione  Verde», realizzata a partire dal 1965 e finalizzata all’autosufficienza alimentare in un contesto di forte crescita demografica. Il settore agricolo mostra  già da alcuni anni segnali preoccupanti di sofferenza, in parte dovuta proprio all’inquinamento dei terreni e della falda acquifera. Nel contempo il  riscaldamento globale ha portato all’intensificazione di fenomeni estremi  rovinosi come tifoni, cicloni e inondazioni, da sempre presenti nella storia  del Paese ma notevolmente più frequenti negli ultimi decenni. 

Considerazioni su queste problematiche e pressioni internazionali per rivedere le politiche in tema di emissioni di CO2 sono state certamente decisive  nello spingere il governo indiano ad agire firmando il protocollo di Parigi e  stanziando investimenti sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Ma, come de nunciano ONG e attivisti indiani, tutto questo non è sufficiente a venire in contro alle stringenti e complesse sfide che il Paese si trova di fronte. Ancora  oggi l’India è fortemente dipendente dai combustibili fossili per la produzione di energia. Il 56,26% dell’energia è ottenuto dal carbone e il 35,65%  da petrolio e gas 14. L’India è ancora oggi il quarto produttore e il secondo  importatore di carbone al mondo 15. A fronte di questi numeri, la quota delle fonti rinnovabili, sebbene in crescita, è appena del 4,07% 16. Inoltre la recente  e significativa accelerazione della crescita dell’economia indiana ha comportato in termini assoluti un aumento, e non una diminuzione, dell’utilizzo dei  combustibili fossili. 

I limiti dell’attivismo dal basso nel contesto indiano 

Nonostante l’urgenza del cambiamento, i movimenti ecologisti indiani  non sembrano oggi particolarmente in grado di influenzare le politiche go vernative né di imporre un’agenda di sviluppo alternativa. Questo avviene  per diversi motivi. Il primo è certamente legato alla natura stessa della società indiana, di cui i movimenti sociali sono espressione. Si tratta di una  società estremamente articolata e frammentata, formata da una miriade  di interessi locali basati su identità molto forti e radicate. Persistono decisive divisioni tra comunità religiose, tra gruppi identitari etnico-linguistici,  e soprattutto tra diverse caste e classi sociali, categorie economiche e identitarie che di norma non coincidono e tendono a sovrapporsi solo in modo  parziale. La politica indiana sia a livello locale sia a livello nazionale si basa  sulla necessità di bilanciare il più possibile questi interessi diversi spesso in  conflitto gli uni con gli altri. Come conseguenza anche i movimenti sociali  dal basso risentono della natura fortemente frammentata della società,  come evidenziato dall’antropologa Amita Baviskar nel suo studio sulla sezione del NBA di Alirajpur, in Madhya Pradesh 17. Baviskar sottolinea come  l’adesione al movimento fosse molto forte tra gli adivasi Bhil della regione,  che avrebbero avuto molto più da perdere dalla distruzione dell’ambiente e  da un eventuale spostamento forzato, mentre i Kunbi-Patidar, caste medio alte di coltivatori, avevano un interesse minore ad aderire alle proteste per  via del loro status sociale più elevato, che avrebbe consentito loro un reinsediamento meno traumatico, e dei loro storici rapporti preferenziali con  politici locali che garantivano loro migliori prospettive di reinserimento nei nuovi siti scelti dal governo con criteri di assegnazione spesso di natura clientelare.  

Questa estrema articolazione della società indiana consente quindi ai  movimenti dal basso un forte radicamento e di conseguenza grandi capa cità di combattere singole battaglie locali, ma impedisce di norma una più  vasta mobilitazione su tematiche di interesse nazionale. La struttura dei  movimenti in questi decenni si è caratterizzata, come detto, per la nascita  di alleanze trasversali tra singole organizzazioni, in grado di fare da ampli ficatore a rivendicazioni sostanzialmente locali ma non di portare avanti  campagne di più ampio respiro. È il caso, per esempio, della National Alli ance of People’s Movements (NAPM), nata nel 1992 su decisivo impulso di  Medha Patkar. Si tratta di un’organizzazione ombrello di cui fanno parte  252 associazioni, movimenti e comitati 18. Ogni organizzazione agisce all’in terno dell’alleanza mantenendo le proprie specificità e le proprie strutture.  Ciascuna di queste interviene nelle singole campagne attraverso una solidarietà attiva che si esprime innanzitutto nel fornire visibilità e sostegno  economico alle organizzazioni ‘alleate‘. Le organizzazioni che aderiscono  alla NAPM devono necessariamente riconoscersi in una dichiarazione di  valori, ma a parte questo l’azione sul campo è demandata essenzialmente  alle singole realtà.  

C’è poi un altro elemento che limita la capacità di azione dei movimenti  ambientalisti indiani, ovvero la permanente divisione tra ambienti urbani e  rurali. Nonostante i già citati casi di collaborazione tra adivasi e contadini  ed élite intellettuali urbane, che ha reso possibili significative vittorie come  nel caso della Silent Valley, di Niyamgiri e per certi versi del NBA, la possibilità di saldare la lotta per la sopravvivenza delle comunità rurali e l’influente  attivismo dei militanti urbani è ancora oggi molto limitata. Tra il mondo  urbano e il mondo rurale, in cui ancora oggi vivono circa due terzi degli  indiani, permane una tradizionale profonda diffidenza. Gli attivisti provenienti da ambienti urbani vengono visti come corpi estranei, come parte di un mondo che ha inevitabilmente priorità diverse e che tende a imporre alle  aree rurali la propria visione del progresso e della società, anche se si tratta  di una visione alternativa al modello dominante. Le battaglie degli attivisti  urbani non vengono considerate prioritarie da una popolazione rurale che  vive in un orizzonte geograficamente limitato e fatica per limiti di accesso  alle informazioni ad aderire a campagne di protesta con aspirazioni nazionali o addirittura globali. Un esempio evidente è la campagna internazionale nata nel 2018 per protestare contro l’incapacità dei governi nel fare  fronte ai cambiamenti climatici, che ha avuto in India una partecipazione limitata esclusivamente alle grandi città.  

Esiste inoltre un altro problema con cui i movimenti sociali indiani si sono  confrontati da decenni ma per cui ancora non esiste una soluzione, ovvero la  mancanza di sponde a livello politico. I partiti politici indiani hanno a volte  cavalcato alcune di queste proteste per motivi essenzialmente elettorali, ma  nessuno ha realmente abbracciato una visione complessiva diversa rispetto al paradigma economico caratterizzato dal grande impatto ambientale e  dallo sfruttamento estensivo delle risorse naturali. Inoltre questi partiti por tano avanti istanze che appaiono oggi sempre più basate su identità religiose  o di casta, in cui non c’è molto spazio per un approfondito dibattito sullo  sfruttamento delle risorse e sulla necessità di portare avanti politiche diverse  in tema ambientale. Il risultato non può che essere una notevole debolezza  da parte dei movimenti dal basso nell’imporre la propria agenda in un conte sto in cui tutti i partiti nazionali e regionali propongono sostanzialmente un  unico modello di sviluppo economico.  

L’insieme di questi elementi comporta la difficoltà nell’organizzare gran di mobilitazioni su queste tematiche in un Paese che invece ha visto anche  recentemente enormi mobilitazioni dal basso, come quelle contro la controversa riforma della legge sulla cittadinanza tra gennaio e marzo del 2020  o i grandi scioperi dei contadini contro la proposta del governo di riforma  dell’agricoltura tra il 2020 e il 2021. Di conseguenza per certi versi ancora  oggi il dibattito sullo sviluppo economico non appare in India molto diverso da quanto fosse negli anni Settanta. Le politiche sono ancora fortemente basate su un modello che prevede un uso estensivo e poco lungimirante  delle risorse, con poche eccezioni dovute prevalentemente a pressioni inter nazionali o stringenti necessità di evitare catastrofi ambientali. 


Fonte/Testo originale: Stefano Caldirola, ‘India. Potenzialità e limiti dei movimenti dal basso’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 2, dicembre 2021, Il Mulino.

Note

  1. La Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano  venne convocata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1968 e si  tenne a Stoccolma nel giugno del 1972 con la partecipazione di  112 Paesi. La dichiarazione finale fu frutto di un difficile compromesso tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, con questi  ultimi poco propensi a considerare una priorità la difesa dell’ambiente rispetto allo sviluppo economico. 
  2. Questa attenzione alle prese di posizione dell’India era in  larga parte dovuta alla lunga lotta del popolo indiano contro il  colonialismo e alla autorevolezza morale di leader come il Mahat ma Gandhi e Jawaharlal Nehru. Nei decenni precedenti l’India era  stata tra i principali promotori della nascita del blocco dei Paesi  non allineati, uno degli organizzatori della grande conferenza dei  Paesi afro-asiatici di Bandung (1955) e aveva sempre sostenuto i  popoli asiatici e africani in lotta contro colonialismo e razzismo. 
  3. «On the one hand the rich look askance at our continuing poverty – on the other, they warn us
    against their own methods. We do not wish to impoverish the environment any further and yet we
    cannot for a moment forget the grim poverty of large numbers of people. Are not poverty and need
    the greatest polluters?» (traduzione mia da: Indira Gandhi, discorso alla Conferenza dell’ONU sullo
    sviluppo umano, in H. Dembowski, Taking the State to Court, Public Interest Litigations in India, Delhi,
    Oxford University Press, 2000, p. 65).
  4. Esempi importanti di resistenza allo sfruttamento ambientale in epoca precoloniale sono ci tati da M. Gadgil e R. Guha nel volume This Fissured Land, an Ecological History of India, Delhi, Oxford  University Press, 1992.
  5. Sunderlal Bahuguna (Maroda, 9 gennaio 1927-Rishikesh, 21 maggio 2021). Fin da giovane  fu un seguace del Mahatma Gandhi molto attivo in campagne a favore degli intoccabili e delle  comunità tribali. Oltre al Chipko fu fondatore del movimento contro la realizzazione della diga di  Tehri-Garwal tra il 1995 e il 2004. 
  6. In hindi il termine collettivo adivasi, traducibile come abitanti originari, è quello maggiormente  usato oggi in India per definire l’eterogeneo insieme di popoli che i britannici chiamavano «abori geni» o «tribù». Si tratta di una categoria la cui stessa esistenza è oggi contestata ed è comunque  di difficile definizione. Storicamente l’appartenenza a questo insieme di popolazioni viene definita prevalentemente da criteri di natura antropologica e culturale, e in parte economica. Generalmente  queste popolazioni hanno proprie culture specifiche, non appartenenti alla cosiddetta «mainstream  hindu society» e non condividono con gli altri gruppi indù alcune strutture sociali, in primis la divisione delle loro società di villaggio in caste. Secondo l’ultimo censimento disponibile gli adivasi in India  sarebbero circa 104 milioni (Census of India, 2011). 
  7. La satyagraha (letteralmente «afferrare alla verità), è un termine di origine sanscrita coniato da  Gandhi per definire le sue campagne di disobbedienza civile contro le leggi e divieti imposti dal go verno coloniale britannico fin dall’epoca dell’inizio del suo impegno politico in Sud Africa. La prima  satyagraha venne lanciata da Gandhi nel 1906.
  8. La Silent Valley fa oggi parte della Nilgiri Biosphere Reserve, tra gli stati del Kerala, del Tamil  Nadu e del Karnataka, riconosciuta dall’UNESCO nel 2012 come patrimonio dell’umanità.
  9. Medha Patkar (Mumbai, 1954) è una ricercatrice del Tata Institute of Social Sciences di Mumbai  e fondatrice di movimenti sociali come il NBA e la National alliance of People’s Movement (NAPM).
  10. Baba Amte (Hinganghat 1914-Anandwan 2008) è stato un attivista politico di ispirazione gandhiana, già attivo nel movimento per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. È il fondatore di Anan dwan, un ashram nato nel 1951 per curare i malati di lebbra nel Maharashtra orientale.
  11. Il progetto, denominato Sardar Sarovar Project, prevedeva la realizzazione di una diga di 163  metri con la creazione di un bacino che avrebbe costretto a spostarsi circa 200.000 persone, per il  56% adivasi.
  12. Arundhati Roy, The Greater Commond Good, Delhi, India Book Distributor, 1999. Edizione ita liana: Per il bene comune, Milano, Guanda, 2002.
  13. «The Guardian», UN Secretary General Urges India to Swiftly Turn Away from Coal, 28 agosto 2020.
  14. BP Statistical Review of World Energy, giugno 2018. 
  15. BP Statistical Review of World Energy, 2020.
  16. BP Statistical Review of World Energy, giugno 2018. 
  17. A. Baviskar, In the Belly of the River. Tribal Conflicts over Development in the Narmada Valley, Delhi,  Oxford University Press, 2004. 
  18. https://napm-india.org/
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