Lo spazio – La città assediata

Il lamento intorno alle condizioni della città è ormai unanime e crescente e la vita nella città è diventata sempre più complessa e faticosa.

città e spazio-Milano

Autore

Vittorio Gregotti

Data

22 Settembre 2022

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22 Settembre 2022

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La città sostenibile

Aprile 1998 – Il lamento intorno alle condizioni della città è ormai unanime e crescente. La vita nella città è diventata sempre più complessa e faticosa: persino pericolosa. Parcheggiare è un’avventura quotidiana, i trasporti pubblici sono sovente inefficienti, le città sono progressivamente sempre più sporche, mal gestite, estranee agli stessi cittadini, ancor prima che sempre più affollate di pessimi edifici. Sembra che in esse la povertà assuma una speciale evidenza; la competizione e le relazioni d’affari sostituiscano completamente quelle sociali. Eppure la città è probabilmente il più importante monumento costruito dall’uomo, la rappresentazione fisica delle volontà, delle speranze e delle memorie di una intera collettività.

Luoghi d’incontro di scontro di solitudine

Ancora oggi le città sono i luoghi di incontro per eccellenza; i più importanti servizi collettivi vi sono concentrati, è il luogo che offre le opportunità più ampie; ma insieme anche la solitudine più crudele. Città e cittadini sembrano non più possedersi né amarsi reciprocamente. Se un tempo qualcuno ha pensato che la liberazione collettiva valesse il sacrificio personale, oggi la libertà personale è agita, proprio nella città, contro ogni liberazione collettiva. Gli spazi aperti come spazi pubblici sono divenuti luoghi inospitali e di scontro, tanto che ad essi va funzionalmente sostituendosi il grande interno commerciale privato e sorvegliato, offerto come luogo di incontro. Di fronte ai peggioramenti ambientali la società ha reagito divenendo sempre più chiusa e garantista. Nessuno produce più utopie urbane positive; anche al di là della crisi del pensiero globalista che le rappresenta, nemmeno ai fondamentalismi è stato dato di produrne. Le uniche rappresentazioni utopiche sono quelle cinematografiche o letterarie dove il futuro ci viene raccontato come utopia del disastro e della sofferenza. La stessa relazione tra natura ed artificio si è fatta precaria e persino reciprocamente dannosa proprio a partire dal momento che l’intero pianeta è divenuto tutto tecnologicamente trasformabile e storicamente rappresentabile nel suo insieme.

Sviluppo e crisi delle città europee

Naturalmente il discorso che vado facendo è soprattutto volto alle condizioni di sviluppo e di crisi della città europea. La città extraeuropea ne conosce ben altre, ed ancor più difficili, che ne accompagnano la vertiginosa espansione. La città europea possiede, invece, come è ben evidente, non solo caratteristiche insediative e di stratificazione storica del tutto speciali che costituiscono la base della grande permanenza nelle tracce che la costituiscono, ma nello stesso tempo è caratterizzata da una forte articolazione nella natura delle successive stratificazioni storiche. Infine essa presenta una fittezza nella rete territoriale degli insediamenti che non è paragonabile ad alcuna altra parte nel mondo. Non vi è dubbio che una parte della responsabilità di questa disagevole e contraddittoria condizione della città ricada anche sulle spalle delle discipline dell’architettura e di quelle che, intorno ad essa, si occupano dello sviluppo fisico della città e del territorio: in primo piano, quindi, quelle del disegno urbano. Inoltre l’esame di queste responsabilità viene oggi discusso in un momento di particolare crisi nelle certezze che presiedono al disegno urbano e territoriale ed al suo speciale carattere. Molte sono le ragioni di questa crisi: da un lato la delusione nei confronti dei risultati pratici delle proposte del disegno urbano di questi ultimi anni, anche se molte di esse devono essere attribuite alla cattiva gestione piuttosto che al loro disegno. Da un altro lato vi sono le difficoltà dovute alla complessità e al lungo tempo delle sue realizzazioni, tanto contrario all’impazienza dei nostri anni. Ad esse vanno aggiunte quelle conseguenti ai processi sempre più complessi di consenso necessari alla loro realizzazione ed al sostanziale disorientamento collettivo che li presiede, oscillante tra garantismo conservatore e avventurismo tecnologico. Infine vi sono le contraddizioni rappresentate dal desiderio di partecipare ai vantaggi di un internazionalismo livellatore che favorisce un’alta mobilità fisica e culturale e, nello stesso tempo, alimenta reattivamente la volontà di difendere identità di gruppo ed individuali: sino al limite del pregiudizio etnico. Dietro a tutto ciò vi è poi l’irrequietezza che attraversa la cultura architettonica moderna, con l’idea di flessibilità e pluralità interpretativa, in ogni modo considerata una forma di opportunità. Infine il desiderio da parte degli architetti di esprimere le proprie presunte o vere soggettività creative e quindi un rinnovato interesse per l’autonomia oggettuale dell’edificio, dove più agevolmente si depositano irrazionalità e bizzarrie delle mode. Sono anche forti le incertezze della cultura stessa del disegno urbano e territoriale di fronte sia alle nuove aggregazioni tipologiche sia ai fenomeni di dispersione e di consumo dei grandi spazi aperti periferici ed extraurbani a bassa densità che assediano la città consolidata.

L’utopia della cultura scientifica e tecnica

Su tutto questo domina l’irrompere anche nei contesti specifici dell’architettura delle possibilità, delle costrizioni e della sostanziale atopia della cultura scientifico-tecnica, della sua utilizzazione da parte delle comunicazioni di massa e delle leggi del mercato intercontinentale della finanza e della produzione che muovono verso una sostanziale omogeneità nei comportamenti e negli obiettivi, a cui si reagisce con il frammentarismo dei gruppi sociali ristretti, la loro reciproca diffidenza, i loro linguaggi particolari. Bisogna comunque anche considerare che quasi nessuno dei numerosi progetti urbani di questi anni ha visto compiutamente la luce, né se ne è verificato l’effetto a media distanza. A questo devono aggiungersi le considerazioni sul tema della gestione sempre più ardua della città che rappresenta un elemento decisivo e certamente di difficilissima soluzione positiva per il destino futuro di ogni realizzazione. Le delusioni sul piano operativo e le grandi difficoltà a far giungere a compimento ogni grande progetto urbano hanno da un lato cominciato a far dubitare che quella dimensione fosse veramente conforme agli sforzi possibili degli architetti e della stessa comunità e dall’altro ha incentivato i reiterati ritorni al grande oggetto monumentale o eccezionale, come segno urbano concentrato e controllabile.

I progetti urbani degli anni Ottanta

Al di là della sempre più complicata e variabile geografia linguistica delle nostre discipline, bisogna dire che comunque il punto di vista della grande ricomposizione ha dominato in vari modi la parte più rilevante dei progetti urbani degli anni Ottanta, anche se si tratta di una ricomposizione volontaristicamente disciplinare a cui non equivale una corrispondente ricomposizione del sociale. Nonostante ad esse si siano contrapposte le dichiarazioni di principio di adesione alle ideologie della frammentazione e deregolazione, anche queste ultime non sono riuscite a produrre, in termini architettonici notevoli ed esemplari, che pochissimi progetti, divenendo piuttosto una forma di rappresentazione giustificativa del caos urbano. La frammentazione, che è di fatto l’ideologia vincente in assenza di tensioni civili, è stata spesso una strada scelta nella coscienza della impossibilità (o almeno alta difficoltà) di dominare o meglio di dare forma compiuta e durevole alla grande complessità di livelli che intervengono nelle decisioni dei sistemi urbani. A questo si aggiunge l’ansia soggettiva degli architetti di aderire incessantemente al mutamento dei gusti al fine di mantenere il più a lungo possibile la propria presenza nei media di massa. Pur con tutta la sua provvisoria e servizievole ambiguità, il principio di riordino e ricomposizione ha guidato quindi la maggioranza dei progetti urbani, sia che ciò prenda l’aspetto negativo della nostalgia degli stili storici, che di quelli del neomodernismo accademico, sia che assuma volontariamente il difficile ruolo di indicare un’utopia sociale assente, e quindi metta in evidenza la disorganicità di ogni ipotesi critica rispetto a quelle che sembrano essere aspirazioni e comportamenti di massa consolidati.

Il precario equilibrio dell’idea urbanistica

Piuttosto siamo, in tutti questi casi, in presenza di un precario equilibrio tra realismo produttivistico nell’uso delle possibilità specifiche della disciplina ed utilizzazione di queste come materiale per la costruzione di metafore della grande opera, significativa delle speranze migliori della memoria collettiva; del loro dover essere, cioè, per tradizione e destino un’arte civica. Ma da questo punto di vista è necessario riflettere anche sul fatto che sono venuti meno in questi ultimi trent’anni molti dei luoghi significativi della città. Non solo la piazza è divenuta pericolosa, la chiesa meno frequentata, il municipio meno rappresentativo, ma la stessa fabbrica ha indebolito il proprio ruolo di condensatore sociale, persino lo stadio è divenuto il luogo dove soprattutto si sublimano i riti dell’aggressività collettiva. Lo sforzo compiuto dalle ideologie urbane del moderno di costruire una città razionale, a misura d’uomo, una città dell’uguaglianza, immersa nel verde, è stato produttivisticamente tradotto nell’immensa, grigia espansione della periferia urbana postbellica. L’aumento quantitativo non è stato in grado di articolare l’offerta materiale, di divenire, per mezzo di essa, ‘qualità’, ma solo di accumulare prodotti in una interpretazione positivistica e volgare delle aspirazioni migliori della modernità e dell’ideologia dell’uguaglianza, delle opportunità, in un definitivo divario tra progresso e ragione. In quanto modello di progresso e libertà individuale a cui guardare, anche il modello americano della città (per molti versi improponibile nella città europea, come la ricostruzione postbellica tedesca ha per esempio dimostrato) ha ridotto il suo effetto culturale: ma non quello di mercato.

Nuovi sistemi e nuovi materiali

Non vi è dubbio, cioè, che esso seguiti ad agire con mal collocata energia. Nuovi sistemi di funzioni, o funzioni accostate in modo nuovo, propongono al disegno della città la questione della risoluzione di nodi da cui è possibile aspettarsi indicazioni importanti anche se lontane dall’aver trovato un proprio equilibrio all’interno dello sviluppo e del cambiamento della città europea. Sia pure allo stato grezzo, di puro giacimento, l’insieme di questi nuovi materiali urbani in formazione, nuove tipologie come luoghi di incontri complessi tra funzioni inaspettatamente compresenti, nodi infrastrutturali, luoghi di connessione e relazione tra attività nuove, rappresentano certamente elementi di forte trasformazione che non hanno ancora trovato nella cultura del disegno urbano una sistemazione propria per la città europea. Certamente in questo passato ventennio è stata la cultura architettonica europea e il suo concetto di centralità e storicità dell’insediamento a riproporre una propria preminenza. L’aspetto più strutturale di quella nozione di ricomposizione, a cui prima ho accennato, è costituito proprio dal fatto che il tema più rilevante è divenuto, negli ultimi trent’anni, quello della modificazione e del miglioramento della città esistente. La città europea ricresce (o almeno dovrebbe ricrescere) criticamente su se stessa: questo è stato uno dei suoi obiettivi più sicuri, almeno nei limiti fisici della città consolidata e della periferia tradizionale. La crisi della produzione industriale dei manufatti tradizionali ha messo a disposizione a questo scopo una importante massa quantitativa di aree, anche se tale massa è stata di rado utilizzata nel suo insieme nell’interesse del rinnovamento qualitativo della stessa città.

Dall’Italia un contributo originale e importante

Da questo punto di vista, nonostante il consumo senza risparmi del capitale fisso sociale territoriale in termini di infrastrutture durante questo ultimo mezzo secolo, sia in termini di mancanza di investimenti che di manutenzione, bisogna riconoscere che l’Italia ha dato, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, un contributo importante ed originale intorno ai temi del valore del contesto come elemento essenziale del progetto. Contesto in termini di sito, di conservazione della città come monumento e in generale della geografia storicizzata come punto di partenza dello stesso disegno urbano e territoriale. Ma se si è predicato bene, si è razzolato malissimo, e questo è sotto gli occhi di tutti. Malissimo in termini di spreco del bene finito dello spazio territoriale, spreco in termini di ogni qualità ambientale, spreco per l’indifferenza con la quale le istituzioni pubbliche hanno dimenticato la capacità stessa dell’architettura di rappresentarle. Internazionalizzazione, mobilità e comunicazione hanno poi reso più acuta la competizione tra le città di fronte alla localizzazione delle risorse, anzi, qualcuno sostiene che proprio le esigenze di controllo del mercato globale aumenteranno la concentrazione in alcune città dei nuovi servizi. Ciò potrebbe persino stimolare differenze e quindi la crescita delle identità urbane, se si fosse in grado di utilizzare qualitativamente tale opportunità.

Una nuova relazione tra piano e progetto

Al di là della ben nota, anche se non ben giustificata, crisi della programmazione e pianificazione fisica (o meglio della sua parcellizzazione in funzioni di ragioni produttive o di marketing separate nell’interesse collettivo) le riflessioni intorno a una nuova relazione tra piano e progetto, anche se sovente malissimo interpretata, hanno avuto conseguenze importanti, con la tendenza ad agire sul territorio per grandi progetti speciali, a controllare, cioè, gli effetti fisici della pianificazione come prova prima della bontà delle sue intenzioni. Ciò avrebbe potuto stimolare le occasioni di grandi progetti di rinnovo urbano, anche se così non è stato. Non vi è dubbio che il grande progetto urbano sia stato uno strumento tipico di epoche storiche durante le quali l’autorità, che rappresentava con scarse mediazioni il potere pubblico, aveva l’ambizione di presentarsi per mezzo dell’architettura in modo unitario; ed era in grado di farlo. Esso torna oggi a essere strumento di intervento le cui ragioni unitarie non sono tanto quelle dell’interesse collettivo, quanto fondamentalmente di natura produttiva, divise solo nell’interpretazione stilistica, fortemente osteggiata, inoltre, da un’opinione pubblica garantista disorientata e ideologizzata più di quanto oggi si voglia far credere, ed ossessionata dal consenso. Né io credo che il ricorso alla consultazione pubblica, al rilevamento dell’opinione della maggioranza, sia una strada che possa contribuire, al di là della lettura di una condizione, allo sviluppo del disegno della città.

Non basta conoscere l’opinione maggioritaria

Il compito e la responsabilità della proposta non è deducibile dalla lettura dell’esistente, né dall’opinione della maggioranza, anche se è necessaria la sua conoscenza. Bisogna a questo punto ricordare la celebre frase di Adorno che, parlando del funzionalismo all’inaugurazione del Deutscher Werkbund nel 1965, disse: «Un’architettura degna dell’uomo ha, degli uomini e della società, un’opinione migliore di quella corrispondente al loro stato reale». Ciò induce però alcuni a immaginare risposte che siano addirittura mimesi di tale disunità sino ad accettare il disordine della città come la sua sola ricchezza. Ma il nostro primo obiettivo non è quello di rappresentare il disordine urbano come valore, bensì di cercare di porvi rimedio. A tutto questo si deve aggiungere che raramente le grandi città dispongono di uno scenario evolutivo globale in cui collocare i grandi interventi, uno scenario che offra un criterio tendenzialmente obiettivo di valutazione e selezione dei grandi progetti e regole adatte per la tempestività della sua realizzazione. Il divenire della città consolidata si muove in modo discontinuo per assetti successivi, ed offre novità ingombranti ed inessenziali e nello stesso tempo un sempre più forte divario tra resistenza al cambiamento morfologico e rapido cambiamento degli usi e delle funzioni. E questo, io credo che sarà decisivo nel bene e nel male per il futuro della città europea.


Fonte/Testo originale: Gregotti Vittorio, ‘Lo spazio/La città assediata’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 1, aprile 1998, Il Mulino.

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