L’agricoltura a un bivio nella transizione climatica
L’agricoltura riveste un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, nonostante rappresenti solo il 4,2% della forza lavoro e l’1,2% del PIL dell’Unione Europea1. Il settore agroalimentare, infatti, contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra (GHG) – circa un terzo delle emissioni globali – ma gli agricoltori sono anche altamente esposti agli impatti climatici attraverso l’aumento delle temperature, il cambiamento dei regimi di precipitazione e una maggiore frequenza di eventi estremi2. In risposta a questa situazione e per sostenere la transizione sostenibile del settore, l’Unione Europea ha lanciato politiche ambientali ambiziose, tra cui la Politica Agricola Comune (PAC) e il Green Deal Europeo (European Green Deal, EGD). Paradossalmente, nonostante la vulnerabilità agli effetti del cambiamento climatico, gli agricoltori sono spesso visti come degli oppositori delle politiche verdi. Questa percezione si è accentuata durante le proteste degli agricoltori europei del 2023-2024, alimentando il dibattito sulla crescente “backlash verde” (una reazione di rigetto verso le politiche ambientali). Il presente articolo si pone l’obiettivo di analizzare le cause dell’insoddisfazione degli agricoltori, articolando il concetto stesso di “backlash verde”.
Le ragioni della protesta: dalle motivazioni locali alle rivendicazioni più profonde
Sebbene le proteste degli agricoltori siano state spesso rappresentate nel dibattito pubblico come un movimento uniforme contro il Green Deal europeo, esse presentavano in realtà un’elevata eterogeneità. Infatti, le dinamiche delle proteste variavano da un paese all’altro ed erano determinate da cause nazionali specifiche, dalle politiche di riduzione delle emissioni di azoto nei Paesi Bassi alla percezione di una concorrenza sleale causata dalle importazioni di cereali ucraini nell’Europa centrale e orientale3. Tuttavia, queste scintille nazionali hanno successivamente trovato eco in tutto il continente, perché si collegavano a pressioni più profonde e radicate, che da tempo interessano il settore agricolo. Tra i temi trasversali emersi durante le proteste, gli agricoltori hanno sottolineato l’aumento del peso delle norme ambientali e la crescente fragilità economica4.

Basato sui dati testuali relativi a 4303 proteste di agricoltori in Europa (novembre 2023-marzo 2024) tratti dall’ACLED e analizzati utilizzando modelli linguistici di grandi dimensioni. Questa analisi evidenzia la diffusione geografica delle proteste e la diversità delle loro cause.
Fonte: C. Stetter et al., 2025
L’inasprimento dei requisiti ambientali è stato una delle principali cause del senso di frustrazione diffuso tra gli agricoltori. In particolare, la nuova CAP ha introdotto condizioni più restrittive per ottenere delle sovvenzioni, come la protezione delle zone umide o la rotazione delle colture per le aziende agricole di una certa dimensione. Tali requisiti implicano cambiamenti nelle pratiche, costi per la conformità e possibili riduzioni della produzione. Inoltre, gli agricoltori europei hanno espresso preoccupazioni riguardo alla concorrenza «sleale», sostenendo che il rafforzamento delle normative locali senza l’imposizione di «clausole speculari» ai partner commerciali potrebbe esporre gli agricoltori europei a uno svantaggio competitivo5.
L’insoddisfazione nei confronti delle normative ambientali, aggravata da una struttura economica già fragile, rende gli agricoltori particolarmente sensibili a qualsiasi onere aggiuntivo. I redditi agricoli sono mediamente inferiori del 40% rispetto a quelli non agricoli6 e gli agricoltori sono esposti a numerose pressioni, tra cui lo squilibrio nelle catene del valore agroalimentari, la volatilità dei prezzi internazionali e l’aumento dei costi di produzione. Il settore è inoltre caratterizzato da forti disuguaglianze: l’80% della produzione agricola è generata dal 20% dei produttori, che ottengono la maggior parte del valore e beneficiano delle economie di scala, mentre le piccole e medie aziende agricole incontrano difficoltà a mantenersi redditizie7. In tale contesto, le preoccupazioni relative agli effetti regressivi delle misure ambientali assumono particolare rilevanza, in quanto gli agricoltori temono che i nuovi requisiti possano amplificare le vulnerabilità e le disuguaglianze già esistenti.
La fragilità economica è una parte della spiegazione, che tuttavia non giustifica l’intensità della rabbia emersa durante le proteste. Infatti, molti agricoltori hanno inquadrato la loro frustrazione in termini culturali e identitari, denunciando la sensazione di sentirsi incompresi o svalutati da parte delle élite politiche urbane. La letteratura evidenzia il conflitto tra identità rurale e politiche climatiche, percepite come una minaccia al «modo di vivere rurale tradizionale8». Di conseguenza, anche le politiche che non generano un impatto economico negativo diretto – come alcune politiche alimentari – possono incontrare una forte opposizione da parte delle popolazioni agricole, poiché sono spesso considerate scollegate dalla realtà rurale e imposte dalle élite urbane. Questa narrazione emergeva chiaramente durante le manifestazioni, in cui gli agricoltori hanno espresso la preoccupazione di perdere le pratiche agricole tradizionali e il loro stile di vita. Ciò evidenzia come le politiche climatiche non vengano percepite solo come economicamente costose, ma anche come simbolicamente minacciose per gli agricoltori.
In sostanza, le proteste sono originate da fattori locali, ma il movimento ha acquisito forza perché molti agricoltori si sono sentiti intrappolati tra una fragilità economica cronica, una distribuzione ineguale dei costi della transizione ecologica e un senso di disallineamento culturale tra politiche verdi e modi di vivere rurali.
Dalle proteste a un “backlash verde”: narrazioni populiste e strumentalizzazione politica
La trasformazione delle proteste degli agricoltori in un più ampio “backlash verde” è stata significativamente influenzata dal ruolo degli attori politici, e in particolare dalle forze populiste di estrema destra, che sono i principali beneficiari di tale reazione. Questi partiti hanno semplificato una molteplicità di rivendicazioni (tra cui la fragilità economica, la frustrazione normativa e lo scontro culturale) riducendole a un mero confronto tra gli agricoltori e le élite. Questo concetto è in linea con la definizione classica di populismo inteso come «un’ideologia poco articolata che considera la società divisa in due campi omogenei e antagonisti, “il popolo puro” contro “l’élite corrotta9”». In tale contesto, gli agricoltori sono stati rappresentati come individui autentici e laboriosi, impegnati a difendere le tradizioni nazionali, mentre le istituzioni dell’Unione Europea e i decisori delle politiche ambientali sono stati descritti come freddi burocrati, autori di regole punitive.
Una componente cruciale di questa strategia è stata l’uso della disinformazione. Infatti, analisi di contenuti mediatici e social durante le proteste hanno mostrato un’elevata prevalenza di affermazioni false legate al clima e di narrazioni atte a delegittimare la transizione ecologica, con oltre l’80% dei contenuti provenienti da reti di estrema destra10. Tra gli esempi più eclatanti, si annoverano le accuse di promozione della carne prodotta in laboratorio da parte dell’Unione Europea o la segreta manipolazione dei modelli meteorologici da parte dei governi.
Gli agricoltori erano particolarmente sensibili a questi messaggi, perché si sommavano alle frustrazioni già presenti. Le narrazioni populiste hanno pertanto agito da cassa di risonanza, fornendo un bersaglio chiaro: Bruxelles. I partiti di estrema destra in tutta Europa hanno sfruttato questa dinamica: dall’Alternative für Deutschland (AfD) al Movimento Contadini-Cittadini (BBB) nei Paesi Bassi e al Rassemblement National (RN) in Francia, erigendosi come difensori degli agricoltori contro quella che hanno definito una «ecologia punitiva». Questa strategia sembra avere sortito gli effetti desiderati: durante le elezioni per il Parlamento europeo del 2024, i partiti di estrema destra hanno conseguito il miglior risultato di sempre, conquistando approssimativamente un quarto dei seggi e registrando risultati particolarmente elevati nelle aree rurali11.
Anche la risposta politica delle istituzioni dell’Unione Europea ha contribuito a consolidare il sentimento di un “backlash verde”. In risposta alle crescenti proteste, la Commissione ha allentato diversi requisiti ambientali all’interno della PAC, posticipato alcuni elementi della strategia «Farm to Fork» (Dal produttore al Consumatore), e stemperato alcune parti della Nature Restoration Law (Legge sul Ripristino della Natura). Tali concessioni sono state ampiamente interpretate nel dibattito pubblico come la prova che gli agricoltori avevano «vinto» il confronto con Bruxelles, rafforzando la narrazione populista secondo cui la transizione ecologica sarebbe imposta da élite lontane e può essere combattuta con l’arma della pressione civile.
In questo modo, le proteste degli agricoltori, inizialmente una mobilitazione sociale eterogenea, si sono quindi evolute in un “backlash verde” costruito politicamente. Questo è stato amplificato dalle forze populiste, che hanno sfruttato il senso di insoddisfazione e contestato la transizione ecologica, portando infine a un arretramento delle normative ambientali.
Cosa pensano veramente gli agricoltori: evidenza e percezione
Il dibattito pubblico spesso rappresenta gli agricoltori come un gruppo omogeneo contrario alle azioni per il clima, ma i dati empirici rivelano una realtà molto più sfaccettata. I risultati dei sondaggi mostrano in modo consistente che la maggioranza degli agricoltori è preoccupata per il cambiamento climatico.
Per esempio, un’analisi dei dati Eurobarometro ed ESS ha rivelato che solo l’11,6% degli agricoltori nega l’origine antropica del cambiamento climatico e il 10,5% è scettico riguardo agli impatti del cambiamento climatico12. Inoltre, uno studio condotto dal Shift Project in Francia, basato su un campione rappresentativo di 7.711 agricoltori, ha rilevato che l’80% è preoccupato per l’ambiente e il 93% sarebbe disposto ad adottare misure per sostenere la transizione13. Tuttavia, non a qualsiasi costo: l’87% pone una condizione economica per impegnarsi nella transizione, in particolare evidenziando la necessità di essere remunerati per i propri servizi ambientali e di essere protetti dalla «concorrenza internazionale sleale».
Nonostante questi orientamenti ampiamente favorevoli all’ambiente, l’opinione pubblica tende spesso a percepire gli agricoltori come contrari. La discrepanza osservata può essere parzialmente attribuita all’effetto della «minoranza rumorosa14», ovvero un sottogruppo di agricoltori che, sebbene numericamente ridotto, finisce per dominare la copertura mediatica, e grazie a un’elevata capacità di influenzare l’opinione pubblica, alimenta l’impressione di un’opposizione diffusa. In effetti, i risultati dello studio condotto nell’ambito del progetto Shift hanno evidenziato che l’87% degli agricoltori francesi non si sente adeguatamente rappresentato all’interno del dibattito pubblico. La sopravvalutazione dell’opposizione all’azione climatica, definita come “ignoranza pluralistica15”, rappresenta un aspetto critico, in quanto potrebbe scoraggiare l’impegno collettivo e amplificare le divisioni.
In sintesi, mentre i dati suggeriscono che tra gli agricoltori il sentimento anti-ecologista è presente, questi sono ben lontani dall’essere prevalenti. La vasta maggioranza appare preoccupata per il cambiamento climatico e disponibile ad agire, a condizione di ricevere un sostegno adeguato. La narrativa del “backlash verde” sembra dunque sovrastimare la portata dell’opposizione e rischia di oscurare il desiderio degli agricoltori di partecipare attivamente alla transizione agricola.
Conclusione: superare l’opposizione sostenendo gli agricoltori verso una transizione giusta
Comprendere le cause profonde delle proteste degli agricoltori è fondamentale per superare una narrazione semplicistica che contrapponga agricoltori ed ecologia e per fornire una risposta politica adeguata. I dati suggeriscono che la maggior parte degli agricoltori non respinge l’azione per il clima, ma esprime riserve verso politiche percepite come ingiuste o non adeguate al contesto rurale. Per sostenere la transizione, è quindi necessario affrontare le condizioni materiali che determinano la vulnerabilità degli agricoltori: garantendo una remunerazione equa per i servizi ambientali, la protezione dalla concorrenza sleale e quadri normativi chiari e stabili. Tuttavia, gli interventi tecnici non sono sufficienti. È altrettanto fondamentale rafforzare la fiducia tra le comunità rurali e le istituzioni. Questo approccio implica coinvolgere gli agricoltori nella progettazione delle politiche e migliorare i meccanismi di rappresentanza, affinché le misure siano percepite come co-costruite e non imposte. Un approccio che unisca equità economica, riconoscimento sociale e processi decisionali inclusivi potrebbe disinnescare le resistenze attuali e porre le basi per una transizione agricola più giusta e duratura.
Traduzione dall’inglese di Barbara Racah
Note
- Eurostat, Performance of the agricultural sector, Eurostat, Lussemburgo, 2025, disponibile all’indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Performance_of_the_agricultural_sector
- IPCC, Food Security, in Climate Change and Land: An IPCC Special Report on Climate Change, Desertification, Land Degradation, Sustainable Land Management, Food Security, and Greenhouse Gas Fluxes in Terrestrial Ecosystems, Cambridge University Press, Cambridge, 2019, pp. 437-550, doi: https://doi.org/10.1017/9781009157988.007
- A. Matthews, The farmer protests in the EU, in Progressive Yearbook 2025, FEPS – Foundation for European Progressive Studies, Bruxelles, 2025, pp. 69-74, disponibile all’indirizzo: https://feps-europe.eu/wp-content/uploads/2025/01/10.-The-farmer-protests-in-the-EU.pdf
- C. Stetter et al., Large Language Model Analysis Reveals Key Reasons behind Massive Farmer Protests in Europe, Research Square Preprint, s.l., 2024, https://doi.org/10.21203/rs.3.rs-6652927/v1
- A. Matthews, op. cit.
- Commissione Europea, The Common Agricultural Policy at a glance, Commissione europea, Bruxelles, s.d., disponibile all’indirizzo: https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-glance_en
- A. Matthews, op. cit.
- T. Tallent, A green divide? Climate policy support and its rural geography in Europe, in West European Politics, s.f., 2025,, pp. 1-31, doi: 10.1080/01402382.2025.2521589.
- C. Mudde e C.R. Kaltwasser, Populism: A Very Short Introduction, Oxford University Press, New York, 2017, edizione online Oxford Academic, 2017. p.6.
- Science Feedback & Newtral, A Fertile Ground for Disinformation. From Spreading Climate Change Misinformation to Undermining Climate Action: How the Farmers’ Protests Were Used to Influence Audiences, Science Feedback, s.l., s.d., disponibile all’indirizzo: https://efcsn.s3.eu-central-1.amazonaws.com/files/04031834c7a3f21e0446f6ac3d026e271c4c81b5c03eff08dd42540885eaff53d6f491faaf32f84eb9c4ad2d9120eed1ca89141213f9f767b8265a3459176444.pdf
- S. Hegewald e D. Schraff, Is the Urban-Rural Divide Affectively Polarised? Comparative Evidence from Nine European Countries, in Comparative Political Studies, 0, 0 (2025), pp. 1-42
- L. Kröner, H.J. van Grinsven, J.W. Erisman et al., Climate change skepticism of European farmers and implications for effective policy actions, in Communications Earth & Environment, 6, 396, 2025.
- The Shift Project, La Grande Consultation des Agriculteurs. Rapport d’étude, The Shift Project, Parigi, 2024, disponibile all’indirizzo: https://theshiftproject.org/app/uploads/2025/01/La-Grande-Consultation-des-agriculteurs_Rapport-GCA-Def.pdf
- L. Kröner, H.J. van Grinsven, J.W. Erisman et al., op. cit.
- P.Andre, T. Boneva, F.Chopra, et al. Globally representative evidence on the actual and perceived support for climate action. Nat. Clim. Chang. 14, 253–259, 2024.