Ghana. Contro lo sfruttamento del suolo africano

L’appropriazione selvaggia delle risorse locali coincide con la distruzione dell’ambiente e la rabbia si trasforma in consapevolezza del saccheggio e accende l’azione delle comunità.

Autore

Antonella Sinopoli

Data

8 Dicembre 2022

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8 Dicembre 2022

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Dicembre 2021 – Quando il vaso è stracolmo e trabocca, la rabbia esplode. Accade spesso così in Ghana per quei movimenti che nascono dal basso. Così, all’improvviso. Ieri non esistevano, oggi si sono formati e lottano con una logica e obiettivi precisi. È questa la caratteristica di quei gruppi che negli ultimi anni hanno dato vita ad azioni collettive. Azioni concrete, libere e poco legate a teorie – sindacali o politiche che siano – ma centrate su realtà e criticità specifiche. Realtà che si muovono in uno spazio – quello rurale – e in una struttura di sfruttamento che è l’economia neoliberista.

Prodromi di queste prese di coscienza si ritrovano ancor prima dell’indipendenza dal regime coloniale britannico (1957). Emblematico fu il cocoa hold-up del 1937, quando i contadini sfidarono nove compagnie europee che avevano costituito un cartello per acquistare allo stesso prezzo il cacao da esportare e processare all’estero. Un prezzo da sfruttamento che a un certo punto fu talmente spinto al ribasso da portare i produttori locali alla fame. Fu così che decisero, tutti insieme, di bloccare il rifornimento.

Il risultato portò queste compagnie a riconsiderare le condizioni di acquisto. Era stata messa in pratica – e dimostrata la forza delle azioni di massa 1

Quando le comunità rurali rivendicano le proprie risorse

Se negli anni l’apertura totale e sfacciata al mercato ha favorito da un lato l’urbanizzazione, l’accorciamento delle distanze tra l’universo civilizzato e quello dei Paesi in via di Sviluppo, il godimento di beni e servizi, dall’altro lato ha determinato una sfrenata rincorsa tra chi sfruttava (e sfrutta) i territori. A pagarne le spese sono state e sono le aree rurali. È lì che si concentrano le risorse, le zone appetibili. Foreste, riserve naturali, lagune, montagne da scavare. Se è lì che si sono accentrati gli interessi dei Governi, delle aziende, delle multinazionali è proprio da lì che sono emersi gli antagonismi e i dubbi sulla sostenibilità di tanto abuso.

Si tratta dunque di movimenti nati come risorsa estrema – the last resort mentality – con le parole di Emmanuel Osuteye, ricercatore esperto di tematiche ambientali e di sviluppo sostenibile. Una sorta di vaso stracolmo, che si è rimasti a guardare sopportando, lamentandosi, ma lasciando che accadesse. Fino a che la perdita è più forte della pazienza e della sottomissione. Nei movimenti più recenti – come in quelli più lontani – la molla è stata sempre la stessa: la consapevolezza che le risorse della terra (oppure quelle marine o delle lagune) vengono sfruttate a vantaggio dei più ricchi o che saranno perdute per sempre.

Il chiaro segnale che indica l’ultima fermata, quella che non prevede il viaggio di ritorno. Sono spesso stati gli effetti sull’ambiente, e l’evidenza dei danni delle azioni di sfruttamento massivo sulle colture e sulla pesca, che hanno fatto abbassare l’asticella della tolleranza in quelle comunità che ancora praticano un’economia di sussistenza. Ed è per questo che quando quei beni primari sono messi in pericolo o anche distrutti le comunità emergono, quasi venissero fuori da quella stessa terra, da quelle stesse acque. Terra e acque che per molte comunità conservano un aspetto magico, spirituale. Per salvarle accade che quella sorta di inerzia sociale di chi passa le giornate a trarne frutti e quindi non ha tempo per dibattiti e teorie, a un certo punto si trasforma in urlo collettivo. «A hungry man is an angry man», ricorda un proverbio del XVII secolo a cui Bob Marley aveva aggiunto questa frase: «A hungry mob is an angry mob». Ed è questo che accade: vedersi portar via le risorse e distruggere quell’ambiente da cui letteralmente dipende la vita di migliaia di persone, genera rabbia. Una rabbia che prima o poi deflagra e porta alla protesta e ad azioni collettive per la salvaguardia di risorse collettive.

Galamsey, leggi di tutela e corruzione

Cominciamo da una delle ultime deflagrazioni, che il linguaggio social ha battezzato #StopGalamsey. Con questo termine in Ghana si indicano le miniere illegali e su piccola scala di oro. Il Ghana prima dell’indipendenza – e ancora oggi – era conosciuto come la Gold Coast. Il lavoro di Gavin Hilson, Harvesting mineral riches 3. Che si sia trovato indispensabile alzare la voce è la dimostrazione che quei territori stanno collassando e che nessuno può far finta di niente. A denunciarlo non sono soltanto i freddi report ma le popolazioni locali appunto, quelle che spesso alternano l’attività di estrazione con quella agricola – anche se la produzione di cacao, tipica di queste aree, è molto compromessa 4 – e che quindi hanno ben chiaro quello che sta accadendo. Una ricerca pubblicata dall’International Growth Center e condotta da due economisti ghanesi, James Dzansi e Henry Telli, ha stabilito che occorrerebbero circa 250 milioni di dollari per il recupero di terre e corsi d’acqua distrutti dalle galamsey nella Western Region, l’area più interessata al fenomeno. E stiamo parlando, quindi, solo di una porzione del territorio. Nel 2016 il Governo ha perso circa 2,3 miliardi di dollari in entrate fiscali a causa delle attività minerarie illegali.

Bisognerebbe anche interrogarsi su quanto le estrazioni legali siano ormai sostenibili per un territorio così sfruttato. Intanto, le prime tre principali società straniere del Paese producono, messe insieme, più di un terzo della produzione d’oro del Ghana e contribuiscono per oltre il 50% alle entrate dello Stato.

Nel 2019 le royalties pagate al Governo sono state pari a 207 milioni di dollari. Un raffronto con il 2007, quando le royalties erano state di 42 milioni di dollari, fa comprendere quanto le grosse compagnie estere – prime fra tutte la Kinross e la Galiano-Gold Fields – abbiano incrementato gli scavi per la ricerca del prezioso minerale.

La domanda ora è: a quali risultati ha portato la mobilitazione? Qual- che decina di arresti – come sempre accaduto in passato in questi casi – e il sequestro dei macchinari pesanti. Alcuni, addirittura, sono stati dati alle fiamme nei pressi del fiume Bonsa, all’interno dell’omonima riserva forestale. Scempio che si combatte con la stessa arma. Il presidente ha però rivendicato la liceità di queste azioni invitando alla collaborazione. Intanto, nella rete della giustizia sono cadute persone disperate, come i tre uomini (un agricoltore e due giovani disoccupati) condannati a 15 anni di carcere e una multa che non potranno mai pagare (e per questo sconteranno una ulteriore pena) pari quasi a 34 mila euro.

Una sorta di condanna esemplare da parte dello Stato, che vuole recuperare credibilità. E mentre questi uomini venivano condannati, altri nove (gli ultimi di una lunga lista) rimanevano intrappolati in uno scavo perdendo la vita. I contadini comunque si stringono nelle spalle convinti che il neo programma del Governo Proteggere le zone rosse durerà poco. Presto si riprenderà a scavare – dicono. Quello a cui si è assistito sono più messe in scena che soluzioni. Un déjà vu. Anche se queste proteste – va detto – hanno aperto qualche spiraglio che la presa di coscienza sulla questione ambientale e la tutela del territorio sia un valore di cui il Governo ghanese potrà e dovrà fare tesoro. Lo chiede l’Alleanza delle Organizzazioni della Società Civile, una coalizione di organizzazioni di agricoltori, proponendo al Governo di attuare politiche e investire in programmi centrati al rispetto delle comunità locali e soprattutto al loro coinvolgimento, in modo chiaro e concreto, nella lotta alle attività di estrazione illegali. Consultazione, coordinamento, collaborazione, questo è quello che si chiede.

Anni di mobilitazioni e azioni collettive e lo sguardo al futuro

#StopGalamsey è solo l’ultimo episodio di un racconto più lungo 5 che in questo Paese riguarda le reazioni delle comunità allo sfruttamento delle risorse. Perché seppure nel Paese esistono organizzazioni strutturate e legate alle agende ambientali internazionali, sono i movimenti informali, nati dal basso e legati a eventi e cause specifiche, quelli che hanno maggiormente inciso sulle stesse comunità, imponendosi – anche se per periodi circoscritti – nelle agende politiche e nel dibattito sulla stampa. Due di questi, la Water March e Occupy Yayaso si sono appunto sviluppati all’interno di comunità rurali e rappresentano un esempio di soluzioni immediate e informali determinate da una reazione – forse inaspettata – della società civile. Il primo caso – 2011 – riguarda una piccola comunità, Dumasi, sede di uno dei luoghi di scavo delle miniere gestite dalla compagnia canadese Golden Star Resources Limited (GSR). Un centro piccolissimo nel Distretto della Prestea-Huni Valley, Western Region, area quasi sconosciuta rispetto alle più grandi Bogoso, Prestea e Tarkwa dove la GSR ha operato a partire dagli anni Novanta.

La voce dei cittadini si era fatta sentire più volte, denunciando abusi, le migrazioni forzate degli abitanti, l’uso spericolato di dinamite, l’inquinamento delle falde acquifere visibile con un importante moria di pesci. Era proprio l’acqua il punto focale del disagio, dove la questione ha assunto contorni etico-religiosi. Una fonte preziosa per i locali che ne considerano l’aspetto non solo funzionale ma quasi sacro e che vede nel rispetto e nell’inviolabilità della natura il solo modo per la salvaguardia della vita. Un pensiero che chiaramente si scontra con quanto invece consentito dalla legge (art. 17 del Minerals and Mining Act del 2006), vale a dire la possibilità di «prendere, deviare, rimuovere, convogliare e utilizzare l’acqua di un fiume, ruscello, bacino idrico sotterraneo o corso d’acqua all’interno del terreno oggetto del diritto minerario acquisito».

Come risultato il villaggio era rimasto privo di acqua. Una comunità sotto stress, quella di Dumasi. Alla fine, a reagire furono le donne che organizzarono una marcia fino ai cancelli della sede principale della GSR. Vestite nei tradizionali abiti rosso e nero dei funerali a testimoniare quello che rappresentava un lutto e – con ancora maggiore valore simbolico – portando secchi e taniche d’acqua vuoti. Un’iniziativa che lasciò il segno. Impossibile ignorarla. L’azienda non solo impegnò geologi che confermarono che il pozzo principale era ormai compromesso e altamente inquinato da livelli estremi di metallo pesante, ma fornì approvvigionamenti alternativi.

Il secondo caso riguarda i residenti di Yayaso e la Newmont Gold Mining Corporation, anch’essa una multinazionale, che nel 2006 cominciò ad estrarre oro nella Brong Ahafo Region. Il luogo di scavo era stato individuato all’interno di una riserva, la Ajenjua Bepo Forest, e questo significava eliminare il 13% della foresta per poter operare, senza contare che il luogo è investito di quella sacralità riservata dai locali alle aree forestali. Ma in pericolo, secondo la comunità, erano anche le piantagioni di cacao, olio di palma, arance. C’era poi un altro aspetto che le trattative formali non avevano preso in considerazione. Da generazioni una larga porzione dell’area era proprietà del clan Denkyira. Un segno di ricchezza e di prestigio che si voleva cancellare con le ruspe. Lo scontro, nel 2012, fu inevitabile. Tutti i membri della famiglia Denkyira occuparono l’area dove le macchine erano pronte a mettersi all’opera, facendo di fatto scudo con i propri corpi. Anche in questo caso la negoziazione fu stabilita tra le parti in causa e venne accettata l’offerta di assunzione di alcuni di loro da parte della Newmont.

Resa o vittoria? Al di là dei risultati raggiunti da queste spontanee proteste popolari, nate più per risolvere problemi contingenti che strutturali, emerge la consapevolezza dei propri diritti, come quello alla compensazione.

Così come diventa massiccio il coinvolgimento della società civile e della stampa, chiamata a interessarsi necessariamente di fatti di cronaca che riguardano però il più ampio spettro delle questioni ambientali.
Infine, citiamo un altro caso, non legato stavolta alle miniere d’oro ma alla Songor Lagoon, 28.700 ettari di riserva di acqua, piante, animali e una fitta popolazione di uccelli che popolano i dintorni. Qui per generazioni la popolazione di Ada ha pescato e raccolto il sale. Un lavoro fatto in modo artigianale e senza abusi ambientali, con pratiche sostenibili e metodi di raccolta tradizionali 6.

L’avidità di aziende senza scrupoli ha cambiato negli ultimi decenni il volto di questa meravigliosa risorsa naturale che si sta riducendo a vista d’occhio. La situazione è degenerata grazie all’uso delle pompe elettriche che spostano l’acqua dalla laguna a piccole dighe di sabbia – chiamate localmente Atsiakpo – per la produzione del sale. Nel 2011 il Governo, per fare posto alle grandi imprese, ha anche tentato di ricollocare la popolazione di Ada Songor, anche in questo caso scatenando proteste e resistenze. Energie confluite nell’organizzazione di Forum e di gruppi – costituiti soprattutto da donne – che hanno formato organizzazioni di advocacy e campagne mirate 7.
Un movimento di cittadini sostenuto dalla radio locale, che ha coinvolto tutti nel medesimo obiettivo: salvare la laguna, il proprio lavoro, il proprio territorio. E che ha la sua eroina, Margaret Kowornu, uccisa da poliziotti, che si dice agissero per conto di una compagnia privata, quando fecero irruzione in un villaggio i cui abitanti erano stati accusati di sconfinare nella parte di laguna assegnata all’azienda estera. La donna era incinta. Alla sua memoria è stato eretto un monumento, incarnazione – dicono gli abitanti del posto – delle loro lotte collettive per salvaguardare la laguna di Songor. Ed è anche un’altra laguna a essere oggetto di scontri e rivendicazioni, quella di Keta, nella Volta Region.

Nel 2015 la Kensington Industries Limited of India si è aggiudicata una concessione di 7.000 acri per la produzione di sale e solo il 3% – hanno lamentato i locali – è rimasto nella disponibilità degli abitanti del posto. In questo caso lo scontro ha investito anche l’EPA (Environmental Protection Agency) accusata di non aver eseguito opportuni accertamenti di impatto ambientale prima di assegnare la licenza. Proteste pacifiche e violente si sono succedute negli anni 8.

Quello che emerge dai movimenti collettivi ghanesi è che essi continuano a rappresentare un tipo di azione a corto raggio, atti singoli e non convenzionali di resistenza per salvare le proprie attività di sostentamento dalla distruzione, una decisa opposizione alla devastazione dell’ambiente quando questa tocca direttamente il proprio spazio vitale. Azioni non strutturate ma spontanee, assai diverse da quelle che – per esempio – riguardano la Atewa Forest, riserva protetta e di grande interesse naturalistico nella Eastern Region.

Per la sua salvaguardia da anni si muove un movimento – Save Atewa Forest – sostenuto da agenzie estere e organizzato da A Rocha Ghana, una ONG che si batte per la conservazione della biodiversità. #EndGalamseyNow è appunto una delle loro battaglie per impedire che la riserva venga occupata e saccheggiata alla ricerca d’oro, che anche lì si nasconde nelle profondità della terra. Da aprile 2021 l’area è entrata nella lista dei siti AZE (Alliance for Zero Extinction). È diventata, quindi, una No-Go area, ossia un luogo dove è vietato aprire miniere, mentre si rafforzano le attività di protezione delle specie e dell’ecosistema. L’anno precedente A Rocha insieme ad altre organizzazioni della società civile avevano portato in giudizio il Governo ghanese contestando i piani di concessione per l’estrazione di bauxite dall’area.

Sustenibility Vision è una delle sezioni del sito della Anglo Gold Ashanti, erede della prima compagnia mineraria fondata in Ghana (da ghanesi) nel 1897, frutto di successive fusioni e tra i tre grandi produttori di oro a livello globale. Una strategia, quella della sostenibilità – si legge – che si intreccia con le persone, la politica, il Pianeta e l’economia. L’aspettativa che «le aziende contribuiscano in modo significativo allo sviluppo e alla protezione sociale, economica e ambientale» non può più essere ignorata.

Dunque, la transizione ecologica non avrà strada facile se non andrà di pari passo con una transizione culturale che implica la conoscenza, oltre che il rispetto, dell’ambiente. È determinate in questo senso smettere di imporre politiche di sviluppo dannose e non condivise, mentre si rivelerebbe fruttuoso ascoltare le piccole comunità dalla cui esperienza concreta – mettendo da parte l’arroganza del forte – possono emergere soluzioni che davvero portino beneficio a tutti. E senza distruggere la natura.


Fonte/Testo originale: Antonella Sinopoli, ‘Ghana. Contro lo sfruttamento del suolo africano’ – pubblicato su Fascicolo 2, dicembre 2021, Il Mulino.

Note

  1. B. Davidson, Modern Africa. A Social and Political History, Lon-don-New York, Longman, Terza edizione, 1994, p. 76.
  2. Un altro dato importante: l’estrazione artigianale rappresenta oltre il 35% della produzione d’oro in Ghana che da anni ha ormai superato il mercato del Sudafrica. L’ex Gold Coast ha recentemente attratto almeno 50.000 cercatori d’oro, quasi tutti provenienti dalla Contea Shanglin nella provincia di Guangxi. Ma anche in questo caso i numeri potrebbero essere più alti. L’attività anarchica delle estrazioni in questi anni è poi coincisa con l’incontrollata deforestazione e la conseguente perdita di una gran fetta della foresta primaria.

    Già nel biennio 2017-2018 si parlava di un incremento del 60%, il più alto a livello mondiale 2 M. Weisse e E. Dow Goldman,The World Lost a Belgium-sized Area of Primary Rain Forests Last Year, Washington, World Resources Institute, 2019 (disponibile online all’indirizzo: https://www.wri.org/insights/world-lost-belgium-sized-area-primary-rainforests-last-year).

  3. M. Schwartz Taylor e K. Taylor, Illegal Gold Mining Boom Threatens Cocoa Farmers (and Your Chocolate), in «National Geographic», 2018 (disponibile online all’indirizzo: https://www.nationalgeographic.com/science/article/ghana-gold-mining-cocoa-environment).
  4. E. Osuteye, Environmentalism in Ghana: The Rise of Environmental Consciousness and Movements for Nature Protection, Doctor of Philosophy (PhD) thesis, University of Kent, 2015.
  5. A. Morris, Salt Winning in the Songor Lagoon: Adrian Morris Photographs. The Sustainable Practice at Risk of Disappearing, PhotographyDocumentary, pubblicato su «Ignant» (disponibile online all’indirizzo: https://www.ignant.com/2019/05/06/salt-winning-in-the-songor-lagoon-adrian-morris-pho- tographs-the-sustainable-practice-at-risk-of-disappearing/).
  6. J. Langdon e R. Garbary, Restor(y)ing Hope: Stories as Social Movement Learning in Ada Songor Salt Movement, in «Education as Change», vol. 21, n.3, 2017.
  7. A. Atta-Quayson e A.H. Baidoo, Mining-induced Violent Resistance: The Case of Salt Mining Near Keta Lagoon, in «Review of African Political Economy», vol. 47, n. 166, 2020.
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