Per un’etica dello sviluppo sostenibile

La sostenibilità si misura nel modo in cui un Paese tratta i soggetti più deboli, ovvero bambini, anziani e detenuti.

Autore

Alessandro Lanza, Giovanni Biassoni

Data

21 Novembre 2022

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5' di lettura

DATA

21 Novembre 2022

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Ecologia

Ambiente

Morale e etica

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Questo breve intervento nasce da una riflessione che viene da lontano e si pone dapprima il compito di dare una definizione di sviluppo sostenibile per poi espandersi e chiarirsi nei ragionamenti che legano la definizione di sviluppo sostenibile al più ampio concetto di utopia. Un legame già considerato in letteratura diverse volte e che non a caso ha ispirato Enrico Giovannini (uno dei protagonisti dell’analisi di questi concetti in Italia e nel mondo) nel suo volume sul tema intitolato appunto L’utopia sostenibile.

Da molti anni affermiamo le ragioni e la complessità di un concetto di sviluppo sostenibile che non si limiti a un’ottica messianica di salvezza ‘ambientale’ del pianeta ma che ponga al centro della questione lo sviluppo etico dell’umanità stessa. Il problema è innanzitutto e per lo più un problema che riguarda gli esseri umani e non un’entità generica e a sé stante che spesso identifichiamo con il concetto di ‘natura’.

In particolare, ci soffermiamo sovente su un punto: il concetto di sviluppo sostenibile deve essere considerato un concetto eminentemente politico e non ‘operativo’ e – in ogni caso – mai applicabile ed estensibile per analogia ai temi della politica ambientale. 

Ci pare auspicabile passare sempre alle maniere forti mentre, al contrario, il consulente di turno si presenta al responsabile dell’azienda con l’intenzione di vendergli un cruscotto per monitorare la sostenibilità ambientale sul luogo di lavoro.

Non è certo un caso che proprio in queste stanze abbiamo fatto nascere un quarto di secolo fa una rivista intitolata Equilibri e pubblicata da ‘Il Mulino’.

Una rivista unica nel suo genere che aveva come sottotitolo Rivista per lo sviluppo sostenibile. A riprova dell’ossessione di una definizione olistica, più ampia del concetto di sostenibilità, il primo fascicolo era dedicato alla società immateriale, a sottolineare come le questioni di sostenibilità fossero questioni più generali e che non se ne potesse dare una definizione eminentemente climatica.

Erano tuttavia gli anni in cui il nostro Governo assegnava al ministero dell’ambiente i compiti di redazione del rapporto sullo sviluppo sostenibile. Ed è ancora così. Noi credevamo fermamente che un’istituzione come il Censis fosse meglio equipaggiata per cogliere tutta la complessità connessa a questo tema. E in senso provocatorio, ma fino a un certo punto, abbiamo sempre sostenuto che la sostenibilità del nostro paese si misura nel modo in cui tratta i soggetti deboli ossia i bambini, gli anziani, i malati e i detenuti.

Se dovessimo tracciare un set di indicatori buoni per l’Etiopia o il Kenya non useremmo le stesse metriche. Ma viviamo in un mondo standardizzato, un mondo che favorisce l’applicazione degli stessi indicatori per tutti i Paesi, e i tentativi che si vanno compiendo relativi agli ‘Human development index’ o ‘Sustainable Development Goals’ vanno proprio nella direzione di standardizzare, uniformare, omogenizzare. Per la cronaca: Equilibri cartaceo non esiste più ma è stato sostituito con Equilibri Magazine che potete trovare sul web e credo ci darà tante soddisfazioni quante ce ne ha date Equilibri.

Il passaggio da un concetto politico della sostenibilità a una visione etica è relativamente breve. La parola ‘Etica’ legata alla questione dello Sviluppo Sostenibile diventa infatti, a nostro avviso, il principio di riferimento su cui innescare tutto il processo ideologico che deve stare alla base di questa grande ed epocale rivoluzione, per molti versi ancora da implementare.

La questione globale di riferimento – su cui non abbiamo il tempo di dilungarci – diventa poi il trinomio “Economia, Etica e Sviluppo Sostenibile”, il cui legame e interconnessione è ormai comunemente riconosciuto, e prefigura tre ambiti vastissimi. Come è naturale, gli specialisti di ognuno di questi tre ambiti vedono l’interconnessione secondo la loro ottica particolare.

Il logo della Fondazione è costruito su 3 E (nella lingua inglese) che si riferiscono a Economia, Ambiente ed Energia, dove molto rilevante per il nostro dibattito è l’intersezione tra queste tre dimensioni. In questa intersezione non può certo mancare un principio etico che li leghi in maniera significativa. Tra tutte le ottiche il principio di bene comune, e in questo caso di bene comune universale, ci sembra quello che meglio si adatti a fare da collante fra i tre elementi perché, in fondo, noi parliamo di economia, etica e sviluppo sostenibile. Questo principio, coniato per la prima volta da Tommaso d’Aquino nel 1265 e sviluppato nel ‘900 da Jacques Maritain, muove dalla convinzione che la felicità umana non possa realizzarsi in autarchia e solitudine ma solo attraverso le buone relazioni con gli altri; ed esige che la società si organizzi in modo tale che ogni essere umano – nella consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi doveri verso i propri simili – possa realizzare al meglio le sue potenzialità, così da costituire una pluralità di voci che ha come minimo comun denominatore lo sviluppo umano in tutte le sue infinite possibilità e la politica come garante e forza catalizzatrice di questo processo.

Questa realizzazione personale dipende dall’impegno di tutti verso tutti a cercare, appunto, il bene comune: dove per ‘bene comune’ intendiamo il convergere dell’interesse del singolo e di quello della comunità verso una dimensione di reciproca valorizzazione e responsabilità. Lo sviluppo del quale parliamo – quello sostenibile, considerato come componente dello sviluppo umano integrale e che si appoggia sui tre pilastri “economico, sociale e ambientale” – deve quindi riguardare ogni singolo essere umano, per il presente e per il futuro. Se questa è un’utopia, un semplice ideale regolativo o l’unica possibilità di sopravvivenza della specie lo dirà solo la storia; è certo però che la globalizzazione ha reso evidente un’interdipendenza universale tra gli esseri umani che è sempre esistita, anche se in proporzioni diverse, ma ha soprattutto portato alla presa di coscienza che tutti abbiamo bisogno di tutti per fronteggiare sfide che ci sembrano sempre molto più grandi di noi. Un esempio lampante è quello dello scacco nucleare, per cui un eventuale scontro tra potenze atomiche porta al crollo definitivo della dicotomia vincitore/vinto.

Se per San Tommaso, che riprendeva Aristotele, il bene comune si identificava con il bene della città, la situazione odierna impone un allargamento di questa prospettiva: l’agorà è stata sostituita dalla rete digitale, gli Stati hanno via via ceduto sempre più sovranità e la koinè (la cosa e la lingua comune) è diventata la terra stessa che oggi più che mai rischiamo di annientare. Da dove possiamo partire dunque per ripensare insieme un principio di universalità in cui ogni singolo essere umano si può riconoscere? La risposta è complessa, forse impossibile, ma c’è una duplice radice da cui partire: quella etica e quella economico-funzionale. Quella etica si fonda sul principio dell’eminente dignità di ogni essere umano, per cui è opportuno indirizzare i principi politici verso la costruzione di un mondo in cui ogni persona, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, emancipata da ogni forma di schiavitù derivante dagli uomini e da una natura che non sarà sufficientemente padroneggiata. La seconda radice, quella economico-funzionale, affonda nella constatazione che, se lo sviluppo non è universale, se non raggiunge tutti i popoli, non è efficace, poiché si priva del contributo fattivo di molti e perché le zone di sottosviluppo sono, a lungo andare, causa di squilibri, che turbano la dinamica positiva dello sviluppo stesso.

Per far sì che ognuno di noi si senta davvero sulla stessa barca e remi insieme agli altri è indispensabile ricordarci che questa rivoluzione ha come fine niente meno che la sopravvivenza (ma anche la convivenza) umana su questa terra e non la sopravvivenza della terra stessa che, seppur alterata e privata di un cospicuo numero di specie, continuerebbe a girare serenamente anche senza di noi. Quello del cambiamento climatico è solo un riflesso del nostro sempre più intricato rapporto con il mondo a cui apparteniamo e ripensare nuove forme di aggregazione, convivenza e soprattutto potere sotto l’insegna di un nuovo umanesimo è, a nostro avviso, il terreno preliminare su cui fondare tutte le buone pratiche di una transizione ecologica.

[Estratto rielaborato da un intervento tenuto presso la sede della Fondazione Feem di Milano durante la tavola rotonda ‘Da globale a locale: l’Agenda 2030 al centro di una riflessione integrata tra teoria, evidenze empiriche e suggerimenti’ in occasione della Digital Weel 2022]

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