Le balene grigie del Pacifico nord-orientale sono da tempo un caso di studio sulla sensibilità delle specie longeve ai cambiamenti dell’ecosistema artico. Uno studio pubblicato su Science nel 2023 (Stewart et al.) aveva già documentato cicli di boom e crisi demografiche legati a due fattori combinati: la biomassa di anfipodi bentonici – piccoli crostacei che le balene filtrano dal fondale artico durante l’estate — e la copertura di ghiaccio marino, che ne condiziona l’accesso alle aree di foraggiamento. Quando bassa disponibilità di prede e ghiaccio elevato coincidevano, si verificavano eventi di mortalità con perdite del 15-25% della popolazione, seguiti però da rapidi recuperi: parliamo di tre “bust” negli ultimi 35 anni.
La crisi in corso, iniziata nel 2019 e riacutizzata negli ultimi due anni con spiaggiamenti record, sembra invece diversa: non un ciclo, ma — secondo il biologo marino Joshua Stewart (Oregon State University) — un regime shift nelle aree di alimentazione artiche, che si riscaldano quattro volte più rapidamente della media globale. La riduzione del ghiaccio accelera le correnti nel bacino di Chirikov, aumentando la granulometria dei sedimenti e riducendo il carbonio organico che raggiunge il fondale: condizioni che favoriscono anfipodi più piccoli e meno lipidici rispetto alle specie ampeliscidi storicamente dominanti. Il risultato è un calo della biomassa disponibile per individuo, anche a fronte di un numero di prede stabile: con balene sottopeso e una popolazione scesa a meno della metà del picco.
Per approfondire: Science