La transizione energetica viene spesso raccontata come un processo di emancipazione: dall’instabilità dei mercati petroliferi, dalle tensioni geopolitiche legate al gas, dalla dipendenza da un numero ristretto di Paesi produttori di combustibili fossili. In questa narrazione, l’energia pulita rappresenta non solo una necessità climatica, ma anche una promessa di maggiore sicurezza e autonomia. Eppure, questa visione rischia di essere parziale.
La nuova geografia del potere energetico
Il passaggio a un sistema energetico basato su rinnovabili, elettrificazione e tecnologie a basse emissioni comporta una crescente domanda di materie prime critiche – litio, cobalto, nichel, rame e terre rare – indispensabili per batterie, turbine eoliche e infrastrutture elettriche. A differenza dei combustibili fossili, queste risorse non vengono bruciate, ma la loro estrazione e lavorazione si concentrano in poche aree del mondo, spesso caratterizzate da instabilità politica, fragilità istituzionale o forte controllo strategico.
Ne emerge una nuova geografia del potere energetico. Se il Novecento è stato dominato dalla geopolitica del petrolio, il XXI secolo potrebbe essere segnato da quella dei minerali. Paesi come la Cina, che controllano segmenti cruciali della raffinazione e della manifattura, assumono un ruolo centrale, mentre regioni come l’Africa subsahariana e l’America Latina diventano snodi sempre più rilevanti nelle catene globali del valore.
Per l’Europa, e in particolare per economie fortemente dipendenti dall’importazione di risorse come quella italiana, la questione non è soltanto ambientale o industriale, ma eminentemente strategica. La transizione energetica rischia infatti di sostituire una dipendenza con un’altra, ridefinendo equilibri, vulnerabilità e strumenti di politica economica. Quali le possibili traiettorie di risposta? Dalla diversificazione delle forniture al riciclo dei materiali, fino alla costruzione di filiere industriali più resilienti.
L’era della geopolitica dei minerali
Come sottolinea l’International Energy Agency, i minerali critici stanno progressivamente occupando uno spazio strategico storicamente riservato al petrolio, rendendo la sicurezza delle forniture un elemento centrale anche nel nuovo sistema energetico. La pandemia di Covid-19 e la conseguente crisi economica hanno avuto un impatto su quasi ogni aspetto del sistema energetico globale. Tuttavia, mentre il consumo di combustibili fossili ha subito un duro colpo nel 2020, le tecnologie per l’energia pulita, in particolare le energie rinnovabili e i veicoli elettrici (EV) – sono rimaste relativamente resilienti. Ciò nonostante, allo stato attuale, il mondo è ben lontano da una netta inversione di tendenza nelle emissioni: le emissioni di CO2 a dicembre 2020 erano già superiori ai livelli pre-crisi dell’anno precedente. Riportare le emissioni su una traiettoria coerente con l’Accordo di Parigi, come analizzato nello scenario di sviluppo sostenibile (SDS) del World Energy Outlook, richiede un significativo incremento della diffusione delle energie pulite in tutti i settori.
Gli attuali meccanismi internazionali di sicurezza energetica sono concepiti per fornire una certa protezione contro i rischi di interruzione, impennate dei prezzi ed eventi geopolitici nell’approvvigionamento di idrocarburi, in particolare petrolio. Queste preoccupazioni non scompaiono durante le transizioni energetiche, nonostante la crescente diffusione dei pannelli solari, turbine eoliche e auto elettriche. Rispetto all’approvvigionamento di combustibili fossili, le catene di approvvigionamento delle tecnologie per le energie pulite possono essere ancora più complesse (e in molti casi, meno trasparenti). Inoltre, la catena di approvvigionamento di molte tecnologie per le energie pulite e delle relative materie prime è geograficamente più concentrata rispetto a quella del petrolio o del gas naturale.
Tre quarti della produzione mondiale in mano a 3 Paesi
Per quanto riguarda litio, cobalto ed elementi delle terre rare, i primi tre Paesi produttori controllano ben oltre i tre quarti della produzione mondiale. Il Sudafrica e la Repubblica Democratica del Congo sono responsabili rispettivamente di circa il 70% della produzione globale di platino e cobalto, mentre la Cina ha rappresentato circa il 60% della produzione globale di elementi delle terre rare nel 2019. Il quadro per rame e nichel è leggermente più variegato, ma anche in questo caso circa la metà dell’offerta globale è concentrata nei primi tre Paesi produttori.
Se la storia del Novecento è stata profondamente segnata dalla geopolitica del petrolio – dalle crisi energetiche degli anni Settanta alle tensioni ricorrenti in Medio Oriente, fino alla centralità strategica delle rotte e dei Paesi produttori – la transizione energetica non segna la fine di queste dinamiche, ma la loro trasformazione. Oggi, al posto dei giacimenti petroliferi, sono i bacini di litio, le miniere di cobalto e gli impianti di raffinazione delle terre rare a delineare nuove mappe del potere. Come allora, anche nel nuovo sistema energetico la distribuzione geografica delle risorse e il controllo delle filiere produttive continuano a determinare equilibri e dipendenze, indicando che la geopolitica dell’energia non scompare, ma cambia materia.