Mike Spence e il segreto dei mercati: viaggio nella vita di un Nobel per l’economia

Spence-rivista per lo sviluppo sostenibile

Autore

Sergio Vergalli

Data

30 Luglio 2025

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30 Luglio 2025

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Luglio 2005, Iseo. Un uomo con occhi acuti, capelli brizzolati e scriminatura da una parte, porta l’indice della mano destra al volto e con la mano sinistra tiene una tazzina da caffè. La ripone delicatamente sulla tovaglia bianca del tavolo. Dietro di lui alcuni studenti ascoltano interessati. Non troppo lontano si ode un cicaleccio allegro e tonfi schizzanti di tuffi che riempiono l’aria, mentre il sole scintilla sull’acqua di una piscina, riflettendo bagliori danzanti. 

«Quell’anno cominciai a pensare a ciò che poi sarebbe diventata la teoria della segnalazione. L’idea fondamentale era semplice. Ad esempio, se due persone vogliono incontrarsi a New York, ma non possono comunicare direttamente, cosa dovrebbero fare? La risposta ovvia è: andare nel punto focale, all’Empire State Building». 

Ho avuto l’onore ed il piacere di incontrare il professor Michael Andrew Spence, Premio Nobel per l’Economia 2001, circa 20 anni fa durante la Summer School dell’Istituto I.S.E.O. Per noi studenti era un grande privilegio poter passare del tempo con dei professori illustri e, come tutti, colsi l’occasione per fargli qualche domanda. Si dimostrò subito affabile e, come sarebbe avvenuto poi in altri nostri successivi incontri negli anni, mi spiegò con pazienza e grande chiarezza alcuni concetti economici molto complessi. 

Mike Spence è attualmente senior fellow presso la Hoover Institution dell’Università di Stanford e Philip H. Knight Professor Emeritus of Management presso la Graduate School of Business e professore Senior di Economia presso l’Università Bocconi e la SDA Bocconi School of Management. Dal 2024 è presidente onorario della Fondazione I.S.E.O. Spence è anche membro della Global Commission on Internet Governance e del Consiglio del 21° secolo del Berggruen Institute. È autore di tre libri e più di 50 articoli. 

Il professor Spence sposta la sedia e appoggia un gomito sul tavolo: «Sono nato durante la Seconda guerra mondiale, nel 1943, a Montclair, New Jersey. Il mio luogo di nascita è stato più o meno un caso. Mio padre risiedeva a Ottawa come membro del War Time Prices and Trades Board, la versione canadese del controllo dei prezzi in tempo di guerra. Quel lavoro comportava frequenti viaggi a Washington per coordinarsi con le controparti americane. Il New Jersey si trova più o meno a metà strada tra le due capitali e mia madre era lì in visita ad amici. Quindi, sebbene sia cresciuto in Canada durante e dopo la guerra fino alla mia partenza per l’università negli Stati Uniti, sono americano di nascita. Mio padre era il figlio del rettore dell’Università del Manitoba. E aveva un dottorato di ricerca in Commercio e Finanza alla Northwestern University. Era anche un ottimo atleta e passavamo molto tempo a giocare a basket, football americano e hockey. Quest’ultimo sport fu poi importante per il mio futuro. Credo invece di aver ereditato da mia madre una sorta di tenacia (che qualcuno a volte chiama testardaggine) che mi è stata molto utile nel corso della mia vita». Gli occhi del professore sembrano persi e vagano nella stanza come cercando una luce dal passato. «Finii a Princeton dal Canada perché giocavo bene a hockey su ghiaccio. Iniziai a studiare matematica ma poi passai a filosofia».

Spence frequentò l’Università di Princeton come studente e si laureò summa cum laude nel 1966, completando una tesi senior intitolata Freedom and Determinism. In seguito studiò al Magdalen College, Università di Oxford come borsista Rhodes e conseguì un B.A./M.A. in matematica nel 1968. Nel 2001, insieme a Joseph E. Stiglitz e George A. Akerlof ottenne il premio Nobel per l’economia «per le loro analisi dei mercati con informazione asimmetrica». Con il loro lavoro si stava iniziando a superare la ipotesi della teoria classica secondo la quale si suppone che nel mercato tutti gli agenti sappiano tutto, abbiano pertanto informazione completa, e la usino per prendere decisioni perfettamente razionali.Secondo Spence: «la stessa cosa avviene in fisica: prima si studia il movimento ideale in assenza di attrito e poi si aggiungono le complicazioni del mondo reale». Pertanto, i tre Nobel, con l’introduzione della asimmetria informativa, stavano iniziando a studiare l’ ‘attrito’ del sistema economico. Forse l’esempio più noto per spiegare il problema è quello del cosiddetto ‘mercato dei bidoni’ (The Market for ‘Lemons’: Quality Uncertainty and the Market Mechanism), cioè il mercato delle auto usate, del professor Akerlof, pubblicato nel 1970.

L’idea affronta un problema che tutti noi, prima o poi, abbiamo vissuto. Ci sono due persone: il proprietario dell’auto, che conosce tutte le caratteristiche della sua vettura, sa quanti km ha fatto ed in che modo, sa se ha fatto degli incidenti e se ci sono spie dell’alimentazione che prima o poi si accenderanno; il potenziale acquirente sa poco e si fa delle congetture in merito alle informazioni che ha. Siamo di fronte ad un tipico esempio di asimmetria informativa: chi tutto e chi poco. Il proprietario pertanto sa se la sua auto è di buona qualità oppure se è un bidone (un ‘lemon’, appunto); il compratore, avendo poche informazioni, suppone una determinata qualità media della vettura, basandosi su quanto apprende nel mercato, e stabilisce il prezzo di acquisto su questa sua congettura. Poiché i possessori di auto in buono stato non hanno interesse a venderle al prezzo medio al quale tende il mercato in queste condizioni, perché è inferiore rispetto alla qualità del loro veicolo, le migliori auto non vengono messe in vendita. Tutto ciò spinge verso il basso la qualità ed il prezzo medio delle auto in una spirale negativa che porta ad avere un mercato di soli ‘lemons’. Questo esempio mostra come l’asimmetria informativa sia uno di quegli esempi in letteratura economica che portano al ‘fallimento del mercato’, dato che esso non riesce a trovare un equilibrio efficiente. Se l’asimmetria informativa avviene prima che ci sia l’accordo (il contratto) tra le parti, si parla di ‘selezione avversa’, se avviene dopo l’accordo si parla di ‘azzardo morale’. In tale contesto, Mike Spence, si è chiesto come gli individui più informati in un mercato possano trasmettere, ‘segnalare’, in modo credibile le proprie informazioni a individui meno informati, in modo da evitare alcuni dei problemi associati alla selezione avversa. La segnalazione richiede che gli agenti economici adottino misure osservabili e costose per convincere gli altri agenti della propria capacità o, più in generale, del valore o della qualità dei loro prodotti. Il contributo di Spence è stato quello di sviluppare e formalizzare questa idea, nonché di dimostrarne e analizzarne le implicazioni. Questo concetto prende forma nella sua tesi di dottorato dal titolo Market Signaling del 1972 da cui poi scaturirà il saggio pionieristico del 1973 dal titolo Job Market Signaling pubblicato sulla prestigiosa rivista ‘The Quarterly Journal of Economics’. In questo lavoro affronta l’istruzione come segnale di produttività nel mercato del lavoro. Un datore di lavoro non può distinguere i candidati più produttivi da quelli meno produttivi a meno che i primi non trovino meno costoso acquisire un’istruzione al punto da indurre i secondi a scegliere un livello di istruzione inferiore. Il candidato più produttivo avrà un titolo di studio più elevato perché gli ‘costa’ meno, in termini di impegno, conseguirlo. Mike Spence sorseggia un goccio d’acqua e poi afferma: «L’Empire State Building pertanto rappresenta un puro gioco di coordinazione, in cui tutti vogliono ottenere lo stesso risultato: bisogna solo scegliere il punto di equilibrio più logico. È un criterio di convergenza che aiuta a risolvere l’asimmetria informativa. E dire che se non fosse stato per Zeckhauser probabilmente non avrei scritto la tesi di dottorato. Infatti a 26 anni cominciavo a essere stufo di studiare. Così andai da Zeckhauser per dirgli che volevo andare a lavorare per la Mckinsey. Lui mi diede un corso da insegnare ed un seminario da organizzare e fu lì che ho cominciato a pensare alla struttura informativa dei mercati».

Successivamente Mike Spence, si iscrisse al dottorato in economia ad Harvard anche per poter studiare con Arrow, premio Nobel 1972. «Descrivere il contributo di Ken Arrow all’economia nella seconda metà del XX secolo equivarrebbe a descrivere semplicemente l’evoluzione dell’economia in quel periodo. Quando feci con lui il corso di teoria dell’equilibrio generale, perdette l’esame che avevo fatto con lui. Per fortuna avevo tenuto la brutta con me e gliela portai. Era un testo molto denso di formule matematiche. Lo sfogliò con una rapidità incredibile al punto che dubitai veramente che lo avesse letto. Eppure, di lì a poco, iniziò a fare domande dettagliate sulle ipotesi e le analisi a pagina cinque».

La teoria del signaling sviluppata da Mike Spence si sviluppò ampiamente in numerose applicazioni in differenti mercati, sottolineando l’importanza della innovazione introdotta. Tra queste per esempio, si identifica una pubblicità costosa come segnale di redditività di una impresa, oppure i tagli aggressivi dei prezzi vengono visti come segnali di forza in un mercato, oppure il finanziamento tramite debito, anziché l’emissione di nuove azioni può essere interpretato come segnale di profittabilità di una impresa, oppure, in ambito macroeconomico, l’adozione di una politica monetaria che genera recessione, può essere vista come il segnale di un impegno forte nel perseguire una riduzione dell’inflazione (come per esempio accadde negli Stati Uniti quando Paul Volcker era a capo della FED, portando l’inflazione dal 13,6% del 1980 al 3,7% del 1987). Un ulteriore esempio in letteratura è legato ai dividendi: perché le aziende pagano dividendi ai propri azionisti, sapendo benissimo di essere soggette a imposte più elevate (a causa della doppia imposizione) rispetto alle plusvalenze? Trattenere gli utili all’interno dell’azienda sembrerebbe un modo più economico per favorire gli azionisti attraverso le plusvalenze derivanti da un prezzo delle azioni più elevato. Una possibile risposta è che i dividendi possano fungere da segnale di prospettive favorevoli. Le aziende con ‘informazioni privilegiate’ sull’elevata redditività pagano dividendi perché il mercato interpreta questa situazione come una buona notizia e quindi paga un prezzo più alto per le azioni. Il prezzo più alto delle azioni compensa gli azionisti per l’imposta aggiuntiva che pagano sui dividendi.

Oltre alla sua ricerca sulla segnalazione, nel periodo 1975-1985, è stato uno dei pionieri dell’ondata di studi ispirati alla teoria dei giochi che ha chiarito molti aspetti del comportamento strategico del mercato all’interno della cosiddetta nuova teoria dell’organizzazione industriale. Successivamente, Spence è stato preside della Facoltà di Arti e Scienze di Harvard dal 1984 al 1999 e preside della Stanford Business School dal 1990 al 1999. È stato insignito del Premio John Kenneth Galbraith per l’eccellenza nell’insegnamento e della Medaglia John Bates Clark che premia gli economisti americani sotto i quarant’anni. Tra i suoi studenti annovera, nei suoi ricordi, Bill Gates e Steve Ballmer: «Insegnavo in un corso di dottorato in microeconomia a Harvard, Erano già ottimi amici. Non vennero troppo spesso a lezione ma ottennero comunque 30 entrambi». Tra i temi di suo interesse iniziò ad analizzare l’importanza di internet nei suoi corsi. «Iniziai ad insegnare il commercio elettronico agli inizi di internet, tra il 1999 ed il 2000. Molti credevano sarebbe stato un fuoco di paglia. Tutti studiavano gli effetti di breve periodo ma ci vorranno 25 o 30 anni per attualizzare le potenzialità gigantesche dell’alta tecnologia nei servizi sociali, nell’istruzione, nell’automazione della distribuzione, etc…». Così Mike commentava, nel 2005, il ruolo di internet. Mai previsione fu più veritiera ed oggi, a 20 anni di distanza, la nuova rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta prendendo piede ed è un tema che Spence cerca di analizzare nei suoi studi. Ad un certo punto, un uomo con barba bianca e capelli arruffati gli chiese: «Qual è il suo sogno?» Lui sorrise: «Professionalmente, contribuire il più possibile alla comprensione teorica dell’economia globale, e di come essa abbia cambiato la struttura informativa del mercato». Negli ultimi anni, il professore ha portato avanti varie attività tra cui la stesura di due importanti libri che analizzano e indagano lo sviluppo della economia mondiale e dal 2008 collabora costantemente con Project Syndicate, una associazione di editori e periodici. Presiede il Comitato consultivo dell’Asia Global Institute ed è stato Presidente della Commissione indipendente sulla crescita e lo sviluppo (2006-2010).

Dal 2021 ho avuto l’occasione di incontrare nuovamente Spence in occasione di un ciclo di seminari presso la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). Da allora, sempre in FEEM, ho avuto l’opportunità di intervistarlo con cadenza annuale. La storia e l’attualità si sono evolute durante questi periodici incontri. Nel 2021, il dialogo iniziò discutendo in merito all’ultimo incontro della COP di Glasgow che non era andata particolarmente bene. L’inizio dell’intervista si concentrò sul problema del fallimento di coordinamento tra gli Stati, un tema più volte affrontato. I temi analizzati da Spence si sono concentrati maggiormente su aspetti globali, come lui aveva pensato nel 2005. Nel 2021 si concentrò principalmente su quattro transizioni macro: la transizione energetica, la digitalizzazione, la transizione del sistema sanitario ed il ruolo del mercato asiatico negli equilibri mondiali. 

13 giugno 2022, in FEEM, all’interno del ciclo di interviste dal titolo Sguardi sul Futuro, Spence sorseggia il caffè: «In linea di principio potremmo raggiungere teoricamente l’obiettivo della Net Zero Emissions per il 2050 ma è altamente improbabile. L’Europa potrebbe riuscirci, ma il Nord America è meno certo a causa degli alti livelli di emissioni pro capite. Il principale ostacolo è che i meccanismi per il trasferimento di supporto finanziario e tecnologia ai paesi in via di sviluppo non funzionano bene. Uno dei problemi è il sistema di misurazione dato che il PIL e le misure convenzionali basate sui flussi a breve termine non sono in grado di catturare un concetto di lungo periodo come la sostenibilità».

L’intervista volge poi sugli ultimi recenti avvenimenti globali: la guerra Russia-Ucraina e la pandemia che hanno ulteriormente complicato e modificato la catena di distribuzione del sistema economico ed hanno riportato in auge il tema della sicurezza energetica di ogni Paese. Nella discussione emerge chiaramente come il sistema economico si stia evolvendo verso un nuovo equilibrio, diverso ma figlio di quello illustrato nel suo ultimo libro del 2012, dal titolo La convergenza inevitabile. Una via globale per uscire dalla crisi (il titolo originale è The Next Convergence. The Future of Economic Growth in a Multispeed World e forse rappresenta in maniera più chiara il pensiero dell’autore). «Nel libro studio l’andamento della economia globale dal 1950 alla crisi del 2008, cercando di vedere cosa potrà accadere nel prossimo futuro. Quello che è chiaro è che dal 1950 a 2000 si è avuta una profonda accelerazione dell’Asia ed in particolare, della Cina, del Giappone e delle Tigri Asiatiche. I Paesi in via di sviluppo hanno iniziato un processo di convergenza verso i Paesi sviluppati che dovrebbe continuare a ridursi anno dopo anno. La crisi dei mutui subprime, scoppiata nel 2008, ha interrotto un periodo di crescita prolungata ed ha portato gli economisti a riflettere di come il sistema finanziario internazionale sia periodicamente soggetto a fasi di instabilità; è alquanto indubbio che la regolamentazione esterna possa bastare a garantire la stabilità finanziaria». 

L’incontro del 2024, all’interno del ciclo di interviste FEEM della serie Reality Check, si sposta sul suo ultimo libro appena pubblicato, con i coautori Gordon Brown e Mohamed A. El-Erian, dal titolo Permacrisi. Un piano per riparare il mondo a pezzi. Il testo, che ha preso forma tramite dialoghi sulla piattaforma Zoom durante la crisi pandemica, descrive un mondo soggetto a una molteplicità di crisi che disegnano quindi uno stato di crisi permanente. Il tema più rilevante è relativo ad un problema legato alla offerta: «Le reti di approvvigionamento si stanno trasformando, poiché i Paesi rispondono ad una lunga serie di shock – dagli eventi metereologici legati al clima, alla pandemia ed alle tensioni geopolitiche – spostando l’attenzione dall’efficienza e dal vantaggio comparato alla resilienza e sicurezza. E la produttività continua a ristagnare. Come risultato di queste tendenze, per la prima volta in 2-3 decenni, l’economia globale si trova in una situazione di vincolo di offerta che causa, di fatto, una crescente inflazione ed un aumento dei tassi di interesse. A cascata il margine di manovra fiscale si sta restringendo. La crescita dipende dall’allentamento dei vincoli sulla offerta, attraverso la ricerca di nuove fonti di lavoro e capacità produttiva o l’utilizzo di nuove e potenti tecnologie come l’intelligenza artificiale (IA) per aumentare la produttività». Il tema dell’IA è un argomento che riprende anche nella sua ultima intervista del 2005 e che si riallinea ai suoi interessi studiati già nel 2000-2005. Questa volta però il contesto è l’avvento di Trump, la minaccia dei dazi sull’economia globale sempre caratterizzata da un decoupling tra Stati Uniti e Cina, con la preoccupante visione di un futuro caratterizzato da un sistema mondiale instabile che si basa su un debito americano non sostenibile e che prima o poi potrebbe portare ad una profonda crisi. Anche in questo caso una possibile soluzione è caratterizzata dalla tecnologia della informazione in cui Spence, ora come allora, crede fortemente. 

Vedremo poi in futuro come evolverà, probabilmente in una prossima intervista sull’Empire State Building. 

Iseo, luglio 2005

Spence sorseggia il caffè e appoggia la tazzina sul tavolo. L’uomo con la barba bianca ed i capelli arruffati lo guarda e sorride:

«E non professionalmente, qual è il suo sogno?»

«Vivere»

**

Per scrivere il presente articolo si è fatto riferimento non solo alle informazioni derivanti dagli incontri personali degli ultimi anni, ma anche a quelle contenute nel sito internet nobelprize.org, nel libro Incontri con menti straordinarie di Piergiorgio Oddifreddi e negli articoli di Spence sul sito Project Syndicate. 

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