Probabilmente gli annali medici riportarono un picco di gastriti, e anche qualche caso di ulcera perforante, concentrate nella comunità ebraica tedesca a ridosso della pubblicazione del quinto numero dell’anno 1897 di Die Zukunft del sulfureo Maximilian Harden. Ce n’era ben donde: a un anno dalla comparsa della “Bibbia” dell’ebraismo moderno, Der Judenstaat di Theodor Herzl, uno sconosciuto trentenne “figlio di papà”, scardinava il sogno attribuendo platealmente, nel suo articolo Höre, Israel (l’incipit dello Shemà, quasi una bestemmia), la mancata assimilazione non già a un difetto dello Stato tedesco ma a una mancanza di buona volontà degli stessi ebrei, afflitti in modo così evidente da manie di persecuzione da non volere altro, in fondo, che crogiolarsi nella convinzione di essere perseguitati perché popolo eletto.
Se avesse gettato un petardo nel foyer della Philarmonie avrebbe provocato un minor scompiglio.
Questo l’esordio di Walther Rathenau presso il grande pubblico avvenne: “col botto”.
Due parolette sulla vita. Nato domenica 29 settembre 1867 in una ricca famiglia della borghesia berlinese. Vero, ma non verissimo: certo, alla pubblicazione di quell’articoletto che provocò le ire dell’ebraismo occidentale, era il figlio maggiore del potentissimo Presidente dell’AEG1, ma l’ascesa del padre risaliva a meno di quindici anni prima. Emil Rathenau aveva faticato parecchio e conosciuto molti fallimenti prima di essere folgorato da Edison sulla via dell’elettricità: per un certo periodo era persino rimasto senza alcuna occupazione con il risultato di concentrare le speranze e l’affetto della madre, Mathilde Nachmann, figlia di un ricco banchiere di Francoforte, sul figlio maggiore. E le difficoltà familiari si erano succedute: il secondogenito, Erich, è affetto da artrite reumatoide, che lo rende oggetto di lunghe peregrinazioni in cerca di una cura.
Walther Rathenau non era nato “delfino”: legatissimo alla madre, molto dotato per la musica e la pittura, studente non particolarmente brillante se non in letteratura tedesca, per il padre è un albero che ha più fiori che frutti e sviluppa un carattere dominante, servizievole e distaccato, il suo specifico modo di dimostrare la forza. Emil vorrebbe che fosse più quadrato: invece Walther, pur studiando diligentemente fisica e chimica con Hermann von Helmholtz, studia filosofia con Wilhelm Dilthey, scrive drammi, dipinge piuttosto bene. Per di più è un pezzo di giovanotto, alto un metro e ottantacinque, al punto da essere arruolato, sebbene ebreo, in uno dei reggimenti di cavalleria più prestigiosi della Germania: i Kuirassier-Garde.
E qui arriva il primo schiaffo: gli viene rifiutata la ferma perché è ebreo. Walther, che ama essere tedesco più di qualsiasi cosa, non può “servire il suo Paese” per via della sua religione, di cui peraltro è tiepidissimo praticante. Anni dopo, nel 1911, scriverà «dell’istante doloroso di cui [un giovane ebreo tedesco] si ricorderà per tutta la vita: quando per la prima volta diviene completamente consapevole del fatto che è venuto al mondo come cittadino di seconda categoria e che nessuna abilità e nessun merito potranno affrancarlo da tale condizione».
E allora il ragazzo ancora incerto del proprio futuro lo prende in mano con estrema decisione. L’idea di divenire uno studioso o un artista dipendente dal padre gli fa orrore. Seguono anni di lavoro matto e disperatissimo: l’elettrochimica nelle officine di Bitterfeld (un campo amarissimo, in tutti i sensi) non è per damerini o dilettanti. Però, alla fine del secolo, negli anni di Höre, Israel, Rathenau è un grande industriale a sua volta, con un ragguardevole patrimonio personale.
Rathenau potrebbe acquistare un cottage e scrivere di filosofia e dipingere. Invece, entra in AEG e per senso del dovere: Erich, il fratello minore, il preferito dal padre, è seriamente peggiorato. Morirà nel 1903 durante un viaggio in Egitto in compagnia di Emil Rathenau che, per lo shock, perderà la ragione per qualche tempo. E il figlio maggiore subentra, senza però dare ombra al padre.
Ma sono anche gli anni di una produzione letteraria di tutto rispetto., raccolta in un volumetto, Impressionen. Una, Die schönste Stadt in der Welt, negli anni in cui tutto il mondo occidentale sospirava sul lacrimevole mattone cristiano-popolare di Henrik Sienkiewiksz, osa magnificare la forza creativa di Nerone che brucia Roma perché fa schifo. Geniale.
E comincia a elaborare le prime teorie di critica economica, se non proprio di economia politica. La Fisiologia degli affari, nel 1901, la prima delle opere nella quale teorizza il superamento del capitalismo in favore di nuove dinamiche economiche, politiche, filosofiche e sociali, fra cui l’euplutismo, riceverà il plauso di Herzl, senza che questi sappia che si tratta dell’autore del vituperato Höre, Israel. L’euplutismo non è soltanto una versione virtuosa del capitalismo, perché propugna la cesura fra il fare impresa e profitto personale, ma si porta dietro una vasta opera di riforma economica e sociale. Ma soprattutto propone un modello organizzato in modo moderno: perché “fare bene impresa” è anche e soprattutto la necessità di organizzare il tessuto economico in modo coerente e produttivo per tutti. Perché l’unico vincolo che si deve porre all’uomo d’affari è quello di non condurre i propri affari in modo squisitamente privatistico. È una riflessione molto potente, embrione di quel “socialismo del capitale” che realizzò durante la Grande guerra ed espresse con vigore subito dopo, fra la perplessità generale, ne La nuova economia.
A metà del primo decennio del Novecento, è un uomo nella piena maturità, colto, arcimilionario, benvoluto e ascoltato in tutti gli ambienti che contano (compresi il Kaiser e il Cancelliere), estremamente affascinante, attratto dalla “germanicità” in modo quasi infantile, non sposato ma con una liaison protrattasi fino alla sua morte.
E qual è il catalizzatore della nuova era Rathenau? Ma è ovvio. Un viaggio in Grecia.
La riflessione sull’anima
Dal viaggio in Grecia del 1906 Rathenau porta con sé una consapevolezza nuova, trovare lo scopo della sua esistenza. E questo passa inevitabilmente per un’analisi dell’inconoscibile kantiano per antonomasia: l’anima.
Due sono i libri che contengono la riflessione di Rathenau sull’anima: la Critica dei tempi (1911), un eclatante successo editoriale, e La Meccanica dello Spirito (1913), un flop clamoroso.
Il primo propone la gnoseologia dell’uomo moderno, il Furchtmensch, l’uomo che teme sentendosi vulnerabile di fronte alla natura e al caos e dal cui timor panico nasce l’esigenza di controllo. Ecco quindi l’avvento dell’uomo moderno, lo Zweckmensch, l’uomo dello scopo, colui che agisce solo in vista di un fine pratico. Questo porta a quella che viene definita la Meccanizzazione del mondo, in cui la vita sociale e politica sono ingranaggi burocratici, l’arte e la cultura divengono intrattenimento “femmineo” o erudizione sterile, e l’individuo viene tipizzato, diventando una funzione del sistema produttivo.
Nel 1913 compare quindi La meccanica dello Spirito, cioè la pars construens, il Regno dell’Anima. Il libro parte benissimo, perché è destinato «a uomini come me, a uomini di tutte le professioni, afflitti da sé stessi e dalla vita». Il lettore cade in un serio imbarazzo. Quello che leggerà non sarà una dissertazione filosofica bensì un flusso di coscienza splendidamente organizzato, che procede con geometrica precisione ma profondamente personale. Manca, forse, quell’ésprit de finesse che avrebbe consentito di trarre un’universalità da quella che purtroppo resta una (splendida e triste) dissertazione sulla propria anima.
È un libro a tratti irritante, con il suo paternalismo di buon gusto, l’educato maschilismo e qualche elegante accenno di razzismo, a tratti splendido, con riflessioni di spaventose atemporalità e attualità.
Ma è soprattutto la legge morale assoluta che Rathenau formula a essere sorprendente e potentemente consolatoria: “Prenditi cura della tua anima” resta impresso nella mente del lettore. Difficile non commuoversi. Difficile non provarci.
Importante, in questo libro, è il cristianesimo: la definizione dell’Amore è quella di San Paolo, sorprendente, visto che Rathenau non si convertì al cristianesimo. Si può ipotizzare, da un lato, che la sua etica rifiutasse un tale passo se passibile di connessione con cariche e favori. Dall’altro, che quello dell’anima non sia il regno del Re Messia, né di giudici devoti e fiammeggianti, ma un susseguirsi di giorni tesi a una vita più vera, più nobile, più pura, volta a quel trascendente che si chiama “regno dei cieli”. È una fede laica, gentile, kantiana, una porcellana finissima in un mondo di ferro.
Rathenau indaga gli effetti dell’assenza dell’anima nell’agire umano, del singolo e della società, e quali invece sarebbero i benefici derivanti da una rinnovata attenzione ad essa, in una prospettiva ancora kantiana, ma, nel 1913, il mondo è ormai troppo meccanizzato per comprendere il senso di una simile riflessione.
La reazione fu crudele: il mondo accademico manifestò un impermeabile disinteresse e fioccarono le derisioni al limite dell’offensivo.
La Grande Guerra
La guerra porta Rathenau al centro della scena politica come capo del KRA, il Dipartimento per le materie prime belliche.
Sarà il campo di battaglia per osare qualcosa di nuovo.
Ben prima che Keynes formulasse le sue teorie, Rathenau, ne La nuova economia e, soprattutto in Delle cose future, propone una regia statale dell’economia. Non si tratta di espropriare gli industriali ma di dare una forma superiore all’agire economico, orientandolo verso il bene comune. È una via mediana tra il liberismo sfrenato e il collettivismo burocratico in cui si immagina un’economia organizzata ma non statalizzata, dove le categorie produttive cooperano per il bene comune. Si tratta quindi di una riflessione preziosa per chi oggi cerca soluzioni alle crisi sistemiche che i soli mercati non riescono a risolvere, senza però cadere nel dirigismo soffocante.
Ma non solo. Rathenau sostiene che l’accumulo di beni senza una corrispondente crescita dell’anima porti solo a una “ricchezza volgare”. E pone una domanda scomoda: a cosa serve la crescita economica se produce una società spiritualmente analfabeta e meccanizzata?
Dall’altro, c’è un episodio oscuro. Nell’autunno del 1916, suggerì di impiegare operai belgi nelle industrie tedesche in crisi di manodopera. Ne furono deportati circa settecentomila. Il trionfo dello Zweckmensch sul pensatore.
Egli giustificò la misura con la necessità di sopravvivenza della nazione, applicando una logica utilitaristica che tradiva l’imperativo categorico kantiano: l’essere umano smetteva di essere un fine in sé e diventava un puro mezzo per la produzione. E fornì la giustificazione storica ad Albert Speer, ministro degli Armamenti del III Reich di Hitler, per l’organizzazione economica bellica nazista.
Morte d’estate
La Germania si trovò ad essere una repubblica praticamente per caso.
Non c’era stata una preparazione storica, filosofica, politica, sociale e culturale a un simile evento. E fu uno shock.
Nel caos, egli fu uno dei pochi in grado di indirizzare un Paese allo sbando. Basta libri (salvo un volumetto singolare sul Kaiser) ma i suoi discorsi si fecero precisi e puntualissimi, di rara vis oratoria pur senza captatio benevolentiae. E, dopo un tentativo di creare una Lega popolare democratica, culminato nell’adesione al Partito democratico tedesco nel 1920 e, dal 1921, dopo la rinuncia a tutte le cariche in AEG, l’entrata nel Governo Wirth, come ministro della ricostruzione e, dal gennaio 1922, come ministro degli esteri.
È il ruolo cui aspira da sempre ma è un uomo stanco, a poco più di cinquant’anni si definisce un vecchio, perfettamente consapevole che il Paese non è pronto per la democrazia.
Ma il trattato di Rapallo è un capolavoro: in un momento in cui le Potenze vincitrici avrebbero desiderato vedere la Germania collassare, Rathenau crea la Ostpolitik. L’alleanza con l’URSS fece vedere rosso a una generazione incapace di raziocinio.
E l’assassinio di Rathenau fu quasi inevitabile: rifiutava la scorta e le precauzioni e ora questo trattato gettava benzina sul fuoco dell’odio verso il plutocrate ebreo, comunista e antitedesco.
Il 24 giugno 1922 fu un mattatoio a cielo aperto. Pistole e bombe a mano.
Quasi tutti gli attentatori, successivamente si pentirono. Uno di essi, Ernst von Solomon, dichiarò di essersi pentito per l’errore politico commesso e deplorava che gli fosse stata comminata una pena tanto lieve, seguita dalla grazia concessa da Hitler. Un “eroe nazista” che non divenne mai membro del partito e si sposò con una ragazza ebrea.
Il sugo della Storia
C’è una domanda: se fosse vissuto, Rathenau sarebbe stato in grado di rinvigorire la Germania? Sarebbe stato in grado di fermare Hitler? Lecito dubitarne.
Ma c’è un aneddoto: sul sito di un’associazione rapallese, con riferimento al famigerato trattato, si parla di “Walther von Rathenau”.
Si tratta di un residuo d’antan o invece sopravvive una suggestione nei confronti di questo gentiluomo alto ed elegante, gentile ma distante, in cui i rapallesi vedono una nobiltà innata, fatta non di quarti ma interiore, intellettuale e di modi?
Quello che sappiamo è il ritratto che ci resta di un signore riservatissimo e determinato, con occhi scuri molto profondi, imperfetto e tormentato, che illuminava mezzo mondo, era ascoltato dal Kaiser e dai Soviet, muoveva l’economia europea e buona parte di quella mondiale ma che aveva acquistato per sé un minuscolo castello settecentesco, Schloss Freienwalde, bello come una tazza di porcellana, coltivava le rose, suonava il pianoforte, scriveva libri, dipingeva e amava Bach.
Questi sono i fatti. E se bastano per la nobiltà, allora sì.
Bibliografia
Walther Rathenau era grafomane. Oltre ai libri, agli articoli e ai discorsi, sono stati pubblicate, in varie riprese, ampie selezioni delle lettere.
L’edizione completa degli scritti di Rathenau, curata dalla Walther Rathenau Geselleschaft, sarà completata nel 2026.
Sono molti i libri su Walther Rathenau, scritti sia prima dell’avvento del nazismo, sia nel dopoguerra. Si segnala la biografia del suo amico Harry Kessler (personaggio interessantissimo anche di suo).
Attualmente, spiccano gli studi del professor Martin Sabrow:
- L’assassinio di Rathenau. Ricostruzione di una cospirazione contro la Repubblica di Weimar. Oldenbourg, Monaco di Baviera 1994;
- Il potere dei miti: Walther Rathenau nella memoria pubblica. Sei saggi. Das Arsenal, Berlino 1998
- La cospirazione soppressa: l’assassinio di Rathenau e la controrivoluzione tedesca. Fischer Taschenbuch-Verlag, Francoforte sul Meno 1999.
A questi si aggiungono i Quaderni di Schloss Freienwalde.
In Italia, l’interesse per Rathenau ha visto, negli anni ’70, un momento di sviluppo con gli studi di Roberto Racinaro, a cui si deve la curatela de Lo Stato nuovo e altri saggi (Liguori, Napoli, 1980) e di Massimo Cacciari con il saggio Walther Rathenau e il suo ambiente (De Donato, Bari, 1979),
Nel nuovo secolo, si segnala l’opera di Vally Valbonesi Dall’Economia dell’anima a all’anima dell’economia – Saggi su Walther Rathenau (Unipress, Saggi filosofici 1992) e Deutschtum e Judentum in Walther Rathenau (http://archivindomed.altervista.org/ASIM-2_RATHE.pdf).
Nel presente decennio, Vincenzo Pintus ha curato la traduzione e il corredo critico de La meccanica dello spirito, Aragno, Napoli, 2021.