Chico Mendes: un difensore della foresta

Figlio di raccoglitori di caucciù (seringueiros), crebbe immerso nella foresta, che non fu mai per lui un semplice ambiente naturale, ma una vera e propria casa, una maestra silenziosa e una fonte di sopravvivenza.

Autore

Veronica Ronchi

Data

28 Gennaio 2026

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4' di lettura

DATA

28 Gennaio 2026

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Ambiente

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All’inizio pensavo di lottare per salvare gli alberi della gomma; poi ho pensato che stavo lottando per salvare la foresta pluviale amazzonica. Ora capisco che sto lottando per l’umanità.

Francisco Alves Mendes Filho, conosciuto in tutto il mondo come Chico Mendes, nacque il 15 dicembre 1944 a Xapuri, nello Stato dell’Acre, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. Figlio di raccoglitori di caucciù (seringueiros), crebbe immerso nella foresta, che non fu mai per lui un semplice ambiente naturale, ma una vera e propria casa, una maestra silenziosa e una fonte di sopravvivenza. Fin da bambino accompagnava il padre nei lunghi percorsi tra gli alberi di gomma, imparando a incidere la corteccia con gesti precisi. La vita dei seringueiros era dura: isolamento, povertà, analfabetismo diffuso e sfruttamento economico da parte dei grandi proprietari terrieri e dei commercianti.

Chico rimase analfabeta fino all’età adulta. Solo negli anni Sessanta, grazie all’incontro con attivisti politici e sindacali perseguitati dalla dittatura militare brasiliana, iniziò a immergersi nel mondo esterno. Decisiva fu l’amicizia con Euclides Fernando Távora, un militante comunista rifugiato nella selva. Távora gli insegnò a leggere e scrivere usando ritagli di giornale e lo addestrò a interpretare la politica mondiale ascoltando la radio a onde corte. Fu Távora a piantare in lui il seme del sindacalismo. Mendes iniziò a comprendere che la miseria dei seringueiros non era una fatalità naturale, ma l’esito strutturale di un sistema economico e politico caratterizzato da rapporti di produzione asimmetrici, concentrazione della proprietà fondiaria e marginalizzazione sociale delle comunità rurali.

La foresta amazzonica, negli anni della sua infanzia, appariva ancora immensa e invincibile. Ma già allora Chico percepiva che il rapporto tra l’uomo e i sistemi ecologici poteva essere strutturalmente vulnerabile, soggetto a squilibri irreversibili in presenza di pressioni antropiche non regolamentate. Anni dopo avrebbe ricordato: «La foresta non è inesauribile. Se la distruggiamo, distruggiamo anche noi stessi». 

Negli anni Settanta il Brasile conobbe una rapida espansione economica. La dittatura militare lanciò lo slogan “portare uomini senza terra verso una terra senza uomini”, promuovendo la colonizzazione selvaggia dell’Amazzonia. Questo si tradusse in strade, incentivi statali all’allevamento intensivo e una crescente invasione di latifondisti provenienti dal Sud del paese. La foresta veniva abbattuta e incendiata per far posto ai pascoli; i seringueiros e le popolazioni indigene venivano espulsi con la violenza.

Chico Mendes comprese che la difesa della foresta passava necessariamente dalla difesa delle persone che la abitavano. Iniziò a organizzare i lavoratori, partecipando alla fondazione dei sindacati rurali dell’Acre. Divenne presidente del Sindacato dei Lavoratori Rurali di Xapuri e si distinse per uno stile di leadership basato sull’ascolto e sul consenso. Non si considerava un capo carismatico, ma un rappresentante politico collettivo, espressione di interessi sociali condivisi e di una forma di leadership orizzontale radicata nel contesto comunitario.

La sua grande innovazione fu l’uso degli empates, forme di resistenza non violenta: centinaia di uomini, donne e bambini si disponevano davanti alle motoseghe e ai bulldozer per impedire il disboscamento. «La nostra lotta non è armata», affermava Chico, «perché non vogliamo sostituire una violenza con un’altra». Gli empates non erano solo proteste ecologiche, ma atti politici di grande forza simbolica.

In un episodio leggendario nel seringal Cachoeira, gli agenti di polizia si ritrovarono a presentare le armi e a restare sull’attenti quando i bambini della foresta e i loro insegnanti iniziarono a cantare spontaneamente l’inno nazionale brasiliano durante un confronto. Chico capì che la forza del movimento risiedeva nell’unità: «Oggi almeno non ho più quel freddo, non ho più quella paura di morire e che il movimento si fermi», disse riferendosi alla nuova generazione di leader che aveva contribuito a formare.

In questo periodo Chico contribuì anche alla nascita del Partito dei Lavoratori (PT), credendo nella possibilità di un cambiamento democratico dal basso. La sua visione univa giustizia sociale e tutela ambientale in un’epoca in cui queste due dimensioni erano spesso considerate separate.

Con il passare degli anni, Chico Mendes divenne una figura centrale del movimento ambientalista brasiliano e internazionale. 

«All’inizio – spiegava – quelli che parlavano di ecologia difendevano solo gli animali, le piante, i fiumi. Non capivano che nella foresta vivono anche degli esseri umani. E che questi esseri umani sono i veri ecologisti». In questa frase è racchiuso il pensiero di Chico Mendes: la foresta può essere salvata solo se chi la abita ha il diritto di viverci dignitosamente.

Mendes comprese che per salvare l’Amazzonia doveva colpire gli interessi economici globali. Nel 1987 volò a Washington e Miami per parlare con i direttori della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo. Dimostrò loro che un ettaro di foresta intatta produce un reddito venti volte superiore a quello di un ettaro trasformato in pascolo. La sua proposta era la Riserva Estrattiva: aree protette in cui le comunità locali potessero continuare a vivere di attività tradizionali – come la raccolta del caucciù, delle noci brasiliane e di altri prodotti della foresta – senza distruggerla. Si trattava di una prospettiva rivoluzionaria, perché metteva in discussione il falso dilemma tra conservazione e sviluppo.

Negli anni Ottanta la sua voce arrivò oltre i confini del Brasile. Partecipò a conferenze internazionali, incontrò rappresentanti delle Nazioni Unite, dialogò con organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo. Grazie a questo instancabile lavoro diplomatico, ricevette premi prestigiosi come il Global 500 dell’ONU, pur restando un uomo povero che usava i soldi dei premi per pagare gli stipendi del sindacato. La sua notorietà crebbe rapidamente, ma con essa aumentarono anche le minacce. I grandi proprietari terrieri vedevano in lui un ostacolo concreto ai loro interessi economici.

Nonostante il pericolo, Chico rifiutò di abbandonare Xapuri. «Se me ne vado, cosa ne sarà della mia gente?», diceva.

Il successo internazionale di Chico lo rese un nemico pubblico per la UDR (União Democrática Ruralista), il sindacato dei grandi latifondisti. Negli ultimi mesi di vita, Chico denunciò incessantemente i piani per ucciderlo, inviando lettere e telex al governatore dell’Acre, al ministro della Giustizia e persino al presidente Sarney, indicando chiaramente i nomi dei mandanti: i fratelli Darli e Alvarino Alves da Silva.

Nessuna autorità intervenne seriamente per proteggerlo. Le poche guardie del corpo fornitegli erano spaventate e inefficienti. Chico viveva con la lucidità del profeta: «Se scendesse un angelo dal cielo e garantisse che la mia morte servirebbe a rafforzare la lotta, allora ne varrebbe la pena. Ma l’esperienza ci insegna il contrario. Quindi voglio vivere». La sua morte non fu una sorpresa, ma l’esecuzione di una condanna emessa in pieno giorno dai poteri forti dell’Acre.

La sera del 22 dicembre 1988, a Xapuri, Chico Mendes venne assassinato con un colpo di fucile davanti alla sua casa. Aveva 44 anni. La sua morte scosse il Brasile e il mondo intero. Per la prima volta, l’uccisione di un leader ambientalista in Amazzonia suscitò una reazione internazionale di vasta portata.

Dopo un lungo e difficile processo giudiziario, i mandanti e gli esecutori dell’omicidio vennero condannati. Fu un evento raro in una regione segnata dall’impunità.

La morte di Chico Mendes non segnò la fine delle sue idee. Al contrario, le rese ancora più forti. Le riserve estrattive divennero una realtà riconosciuta dallo Stato brasiliano. Il suo nome divenne un simbolo globale della lotta per la giustizia ambientale.

In Brasile e all’estero, scuole, cooperative, associazioni e parchi portano oggi il suo nome. Molti attivisti ambientali si ispirano al suo esempio, vedendo in lui un modello di leadership etica, radicata nel territorio ma capace di parlare al mondo.

La sua grandezza sta proprio nell’aver trasformato una vita apparentemente marginale in una battaglia universale.

Oggi, a decenni dalla sua morte, l’Amazzonia continua a essere minacciata da deforestazione, incendi e sfruttamento intensivo e lì le parole di Chico Mendes risuonano con una forza: «Non esiste difesa dell’ambiente senza giustizia sociale». 

Bibliografia essenziale

  • Chico Mendes, Fight for the Forest. Chico Mendes in His Own Words, Latin America Bureau, London, 1989.
  • Andrew Revkin, The Burning Season. The Murder of Chico Mendes and the Fight for the Amazon Rain Forest, Houghton Mifflin, Boston, 1990.
  • Zuenir Ventura, Chico Mendes. Crime e castigo. Quindici anni dopo, Companhia das Letras, São Paulo, 2003.
  • Gad Lerner, Chico Mendes, Feltrinelli, Milano, 2008.
  • Gomercindo Rodrigues, Walking the Forest with Chico Mendes. Struggle for Justice in the Amazon, University of Texas Press, Austin, 2007.
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