Storicità dell’insicurezza (note melanconiche)

Ogni epoca storica ha elaborato delle sue rappresentazioni dell’insicurezza che sono al contempo tentativi di spiegazione e di cura.

Autore

Giulio Sapelli

Data

7 Giugno 2024

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4' di lettura

DATA

7 Giugno 2024

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Arte

Storia

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Sì, e forse a causa della mia debolezza e malinconia, poiché è su tali animi che è più potente,  mi inganna per dannarmi.  

Voglio fondamenti più sicuri di questo.  

[Williams Shakespeare, Amleto]

Si è più insicuri oggi di quanto non lo fossimo un tempo, noi, noi umani dei nostri giorni?  

Leggiamo Montaigne, saggio per tutti i tempi: «Non muori perché sei malato, muori perché sei vivo». Dunque è sempre in te stesso che trovi la sicurezza o l’insicurezza, purché tu comprenda la meraviglia d’esser vivo, appunto.  

A differenza di quanto avveniva nel XVI secolo, da molte delle malattie, sconosciute o per le quali non esisteva una cura al tempo di Montaigne, oggi invece si può guarire. Pensare che sia la malattia a portare alla morte e non il corso stesso della vita è un grave errore. Preparati, dunque,  alla morte, ma fai sì ch’essa non rappresenti più una minaccia per la tua vita, affermava il grande Montaigne.   

Oggi, come secoli or sono, il problema è lo stesso: l’insicurezza è un’esperienza spirituale in mondi fisici diversi e cangianti. E ieri come oggi il ‘senso’ del vivere è oscuro, se non lo illuminiamo di una ricerca  spirituale. Così evitiamo che la paura di morire si trasformi in paura di vivere. Eterna è stata ed è la paura di ammalarsi, di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, di soffrire, di essere delusi, di perdere qualsiasi cosa: il lavoro, l’amore, lo status.   

Ma esiste una storicità dell’insicurezza e ogni epoca storica ha elaborato delle rappresentazioni della medesima che sono nel contempo tentativi di spiegazione e di cura.  

L’opera d’arte pittorica ne è un esempio lampante allorché si manifesta come ‘discorso sulla melanconia’.  

Nel De Chirico di Malinconia ermetica, del 1919, la tristezza non è uno stato d’animo, ma una contemplazione di sé e del mondo: è melanconia ermetica non solo perché Ermes è il dio che custodisce questo sentimento, ma perché ha a che fare con l’ enigma, con l’ignoto, con l’inconoscibile che è la nostra coscienza nel mondo in ogni epoca storica.  

Figura 1 – Giorgio De Chirico, Malinconia Ermetica, 1919, olio su tela, Musée d’Art Moderne de la Ville, Parigi.

È un discorso poetico ben diverso da quello dell’opera fondamentale con cui ci confrontiamo tutti: l’immagine di Dürer del 1514, dove la malinconia  è la coscienza di sé, concetto ed esperienza straordinariamente moderni, attualissimi.   

Figura 2 – Albrecht Dürer, Melancholia I, 1514, incisione, Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe.

Ma oggi sono tempi di un nuovo romanticismo, ossia di uno stupore del soggetto dinanzi a un mondo in cui siamo – come nella Folla solitaria di David Riesman – consegnati a noi stessi nella solitudine (il Covid è proprio nella solitudine che ci ha ricollocati tutti, pur nel mondo degli eterni interconnessi).  

Caspar David Friedrich, nel Monaco in riva al mare (1808-1810), enfatizzava la polarità tra io e mondo; polarità di cui è fatto l’immaginario romantico e in cui, appunto, la pandemia ci ha abbattuti. L’uomo contempla l’immensità dell’universo, l’immensità inarrivabile della natura che pare tutto distruggere: rimane una figura ritratta di spalle, una presenza umana di fronte all’ignoto.  

Figura 3 – Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-10, olio di tela, Alte Nationalgalerie, Berlino.

La Melanconia, allora, è una nuova coscienza dell’io che nasce iconograficamente con Dürer e riappare in Van Gogh, in Munch, in Sironi. Un’iconografia che riapparirà come immagine dell’io melanconico (Arnold Böcklin in Ulisse e Calipso).  

Figura 4 – Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso, 1883, olio su tela, Kunstmuseum Basel, Basilea.

Oggi – nel pieno di ciò che rimane dell’angoscia della paura della contaminazione pandemica e della morte per guerra europea che è in corso con l’aggressione russa all’Ucraina – il nostro immaginario è quello dell’Ora blu (1890) di Max Klinger, che ci parla dell’ora del crepuscolo, della notte che sta arrivando.  

Altro filo conduttore del nostro discorso è la ‘nuova coscienza dell’io che passa attraverso la natura’ e, quindi, ‘nuovo sentimento della natura’ che è disvelato dalla coscienza ambientalista e dalle sue paure. Un tema su cui scrisse pagine memorabili Francesco Arcangeli, per il quale il nuovo sentimento della natura portava con sé una nuova idea di spazializzazione e di panico naturalistico.  

Pensiamo agli acquerelli di Turner , dove il vero sembra dissolversi: uno spazio ormai senza coordinate, senza confini, uno spazio in cui noi quasi ci perdiamo.  Ieri e oggi. 

Figura 5 – William Turner, Going to the Ball (San Martino), 1846, olio su tela, Tate Gallery, Londra.
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