Dialogo al limite

Dall’ermeneutica ebraica al mito di Prometeo, un Dio onnipotente che per creare deve ritirarsi e un’umanità claudicante che s’immagina onnipotente.

Autore

Haim Baharier, Roberto Di Caro

Data

30 Gennaio 2023

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6' di lettura

DATA

30 Gennaio 2023

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Un dialogo tra Haim Baharier e Roberto Di Caro

RDC  Per poter iniziare a creare il mondo, Dio ha dovuto ritrarsi. Autolimitarsi. Fare il vuoto. Nulla avrebbe infatti potuto cominciare a esistere in uno spazio infinito occupato per intero dalla pienezza della luce divina. La tradizione cabalistica, da Isaac Luria al Gaon di Vilna, questa ritrosia di Dio la chiama tzimtzùm”. Era giusto un quarto di secolo fa. Claudia Sonino, amica e germanista, mi aveva portato a casa di Viviana Kasam dove, alla parete un meraviglioso Chagall, i fidanzati volanti se ricordo bene, tu tenevi le tue lezioni per un piccolo gruppo di ‘gentili’, incluso un sacerdote cattolico. Scandivi le parole lentamente, con estrema cura: l’oralità era la tua unica modalità, e solo dieci anni dopo, con La Genesi spiegata da mia figlia, avresti vinto la tua personale ritrosia a scrivere e pubblicare. Immagine potente, pensai: Dio costretto a limitarsi, a ritrarsi, per creare! Esiste una descrizione del limite più estrema?

HB  Allora ti racconterò un’altra delle mie storielle hassidiche. Dice l’uomo all’Ad(o)nai: «Perché mai dovrei rispettare tutti questi doveri, obblighi, limiti? Non ho chiesto io di nascere». «Hai ragione», risponde l’Ad(o)nai, «ma io non volevo rimanere solo». La solitudine come limite originario di un Dio onnipotente. Che poi questa faccenda della divina onnipotenza ha scatenato, nei secoli, infinite controversie. Un famoso illuminista chiese un giorno a un maestro hassidico: «Se Dio può tutto, è capace di creare un peso che non potrà sollevare?». «Lo ha già fatto», rispose il maestro, «è il libero arbitrio». Il sapere totalizzante di Dio e la libera scelta dell’uomo entrano in contraddizione: potrei io decidere contro di Lui? Certo che sì, risponde il Rav Avrahàm haCohen Kook, un maestro della modernità morto nel ’35, primo rabbino capo di quello che era allora l’insediamento ebraico in Palestina: il libero arbitrio viene contemplato proprio perché abbiamo la possibilità di scegliere il male, contro Dio. E quando scegliamo il male non c’è da chiedersi se Dio lo sa o non lo sa, noi ne siamo pienamente responsabili. Aggiunge però che, nella tradizione di Israel, esiste la possibilità non del pentimento ma del ritorno (teshuvà) e della riparazione (tiqùn), in virtù del fatto che, come spiega il profeta Geremia, a suo tempo abbiamo seguito Dio nel deserto senza far domande. 

RDC  Due millenni e mezzo di filosofia e teologia, 120 anni di psicanalisi, 70 di neuroscienze non mi sembra abbiano sciolto la questione del libero arbitrio. In guisa convenzionalista possiamo forse azzardare che, se non si presuppone come assioma il libero arbitrio, nessuna nozione di responsabilità è immaginabile, e senza questa non può esistere nessuna società strutturata. La nozione di limite, riferita alla scelta, non avrebbe più alcun fondamento. Forse, manipolando Voltaire, non di Dio ma del libero arbitrio dovremmo dire che «se non esistesse bisognerebbe inventarlo». In fondo è ciò che abbiamo sempre fatto: sappiamo benissimo che i nostri limiti sono ciò che ci definiscono, che i margini della nostra libertà di scelta sono assai angusti, ma continuiamo a immaginarci e a comportarci come fossimo i signori dell’universo. Non è così?

HB  Mi inviti a nozze: la claudicanza, l’identità ebraica come costituzionalmente claudicante, è stato ed è tuttora un mio dadà, come si dice in francese. Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè: un fuggiasco, un cieco, uno zoppo, un prigioniero, un balbuziente. Per ciascuno di loro la mancanza si volgerà in occasione, il meno in più. Quando però sono stato invitato da Fabio Fazio a parlare della mia parola emblematica, ho anticipato al telefono che nei quattro minuti a mia disposizione avrei ragionato sulla claudicanza. La redazione del programma ha obiettato: nel dizionario la sua parola non esiste. C’è nel dizionario medico, ho risposto: la claudicanza è il principio della claudicazione. Realizzo ora che finché la parola sarà solo nel dizionario medico, finché la claudicanza sarà solo una tara, io non avrò combinato niente. La claudicanza è esattamente il segno dell’umano. La condizione da cui partiamo per strutturare e partorire, scelta dopo scelta, ciò che siamo e ciò che diventiamo.

RDC  Nel pensiero greco, è il mito esiodeo dei titani Prometeo ed Epimeteo, come lo riscrive Platone nel Protagora. Per incarico degli dei, lo stolto Epimeteo distribuisce alle specie mortali qualità e facoltà, al leone la forza, alla gazzella la velocità e così via: giunto all’uomo, s’accorge di non avere più nulla per lui, che rimane «nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi». Indeterminato. Manchevole. Tu, immagino, diresti claudicante. Rubando a Efesto il fuoco e ad Atena il sapere tecnico, Prometeo rende l’uomo costituzionalmente atto a superare i suoi limiti, o almeno a provarci, anche andando incontro allo scacco. La potenza tecnica non è però abbastanza per sopravvivere, dice il mito in un seguito solitamente trascurato. Saranno necessari altri due doni che uno Zeus insolitamente compassionevole incaricherà Ermes di distribuire agli uomini: il rispetto o pudore (αἰδώς) e la giustizia (δίκη).

HB  Ah, questo è interessante perché, vedi, ora ho un altro dadà, e anch’esso ha a che fare con il limite: il dovere di riconoscenza. Dice il Talmud che è il dovere primario di ogni essere umano. Una tale consapevolezza deriva dal concetto di peccato originario. Non ha niente a che fare con il disattendere il divieto di mangiare dall’albero della conoscenza del bene e male: il peccato è l’ingratitudine e sta nelle parole di Adamo all’Ad(o)nai: «La moglie che mi hai dato mi ha offerto il frutto». «La moglie che ti ho dato era per farti sentire meno solo, e tu non mi hai mai ringraziato». Dire grazie è importante perché è l’unica cosa che Dio non può fare per noi. Quanto alla giustizia, in Deuteronomio 16,20 si legge: Tzédeq tzédeq tirdòf, «Giustizia, giustizia perseguirai». La Torah, che risparmia persino sulle virgole, qui ripete due volte la stessa parola. Tutti i maestri si soffermano su questa enfatizzazione, che sta a indicare come giusti debbano essere non solo i fini perseguiti ma anche i mezzi utilizzati per raggiungerli. Albert Camus, che ebreo non era, la pensava allo stesso modo: non puoi combattere il male con il male, i mezzi della giustizia devono essere giusti.

RDC  Deve saperne parecchio, il dio dell’Ebraismo, su che cosa significa avere dei limiti. Intanto è il Dio identitario di un popolo, non gli passa neppure per la testa di pretendersi il Dio unico per l’intera umanità: «Ognuno ha il suo Dio», mi hai detto anni fa in un’intervista, «che nasce nello specifico di un’identità condivisa. Deicidio è la pretesa universalistica, l’appiattimento di ogni percorso, l’uscire per magìa o entusiasmo o ansia da quello specifico. I Saggi lo sapevano: fuori da Israel la ‘presenza di Dio’ è in esilio». Non è tutto. Crea il mondo per fuggire la solitudine ma, ingombrante com’è, per creare deve farsi da parte. Prova 26 volte a impastare il mondo, dice la tradizione, e ogni volta lo deve buttare. Quando finalmente gli riesce più o meno accettabile, si racconta nelle Mishnà, s’accorge d’essersi scordato dieci oggetti, le dieci parole-cose che racconti nel tuo ultimo libro, Il cappello scemo: la scrittura, la bocca della terra, dell’asina, della sorgente, l’arcobaleno, la manna, i dèmoni…

HB  Il monoteismo, di cui noi non siamo né gli inventori né gli scopritori, ha suscitato solo miseria e distruzione e cancellato qualsiasi tolleranza: a un Dio del genere, onnipotente e soffocante, vorrei solo sfuggire. La coscienza del limite, e del suo rapporto con l’illimitato, è al cuore dell’Ebraismo. Quando ho cercato la traduzione di limite in ebraico ho trovato varie parole. La prima (Deuteronomio, 19,14) recita: «Maledetto (arùr) colui che sposta il limite (ghevùl) del suo prossimo. E tutto il popolo rispose: amen». Fa parte dei 613 precetti o mitzvòt; nella lista del Maimonide è il 472. Si intende: «Non ti alzerai di notte per spostare il limite del tuo campo verso l’interno di quello altrui». Per i saggi di Israele è un agire terribile. Una seconda definizione che ho trovato del limite è talmudica: il numero due come ‘il limite del plurale’. Miùt rabìm schnàim, il minimo plurale è due. La massima diminutio del plurale che rimanga plurale. E ho cominciato a ragionare sul fatto che nella storia del percorso dell’identità ebraica i primogeniti falliscono sempre. Il primogenito di Adamo e Eva è Caino. La vendita della primogenitura di Esaù è sigillata dal consumo di una pietanza cucinata dal secondogenito, Giacobbe. Israel viene chiamata dall’Ad(o)nai benì bekhorì, figlio mio primogenito, e rispetto ai suoi ideali e alle sue fantasie non c’è popolo più fallimentare di Israel. Il vero primogenito sarà il secondo nato, il 2. Numero al quale corrisponde la lettera Beth. Se vuoi mangiare della buona frutta, chiedi al fruttivendolo la frutta di serie B. La parola primogenito, Bekhòr, è composta da tre lettere, la cui energia numerica è 2, 20, 200. «Colui che deve capire, capirà».

RDC Nessun’altra lettera ha una così cattiva reputazione. B-movies. B-side. Piano B, la soluzione di ripiego, Dunkerque, riconoscere un fallimento, salvare il salvabile. Lettera negletta, persino la fonetica le si accanisce contro: in russo, spagnolo, e nel passaggio dal greco antico al moderno, la fa rammollire e scivolare nella V, che non richiede lo sforzo di serrare le labbra. Eppure è con lei, la B di Bereshit, In principio, che per la Genesi comincia il mondo. Perché la A, l’elegante e aperta alif o aleph di Adamo e di Borges, sarebbe appannaggio di Dio? Perché solo con uno scarto, una mancanza, una fenditura nel nulla, solo con una lettera come la B, che rimanda a tutto quanto ci appare limitato e imperfetto, il mondo poteva davvero avere inizio?

HB  In ebraico le lettere hanno un nome: la B è casa. Che diventa l’Arca (di Noè, poi di Mosè): cioè lo spazio, il limite ristretto, entro il quale si cerca di proteggere, di permettere di sopravvivere. Ma allora, dove si è nascosta la A? È la prima lettera delle Dieci parole, quelle che il Cristianesimo chiama, travisandole, i Dieci comandamenti. È lei, la A, che abita quella casa. La A di Anohì, l’Io divino. Che si fa riconoscere attraverso un acronimo: in aramaico, la lingua del popolo perché è il popolo che deve capire, Ana nafshì ketivà yahavìt, «Io la mia essenza la porto nella scrittura». Consegnata alla scrittura, la sua essenza è dunque tutta da interpretare. È questa, nella tradizione ebraica, la relazione tra il limite e l’illimitato. Per capire il limite, devo sapere che cos’è il suo contrario. Coprire, rivestire, limitare per proteggere e tenere unito si scrive z p h. Il suo contrario h f z significa spargere: non è una scoperta mia, sono i saggi che l’hanno constatato, anche se complica un po’ le cose il fatto che in ebraico p e f siano la stessa lettera. Spargere è l’azione che compie il patriarca Giacobbe dopo la notte in cui ha sognato una scala fra cielo e terra lungo la quale salgono e scendono gli angeli, suggello della rinnovata alleanza fra Dio e il suo popolo. Nel punto esatto alla base della scala, Giacobbe versa olio sulla roccia, e questo gesto sancisce che lì sarà il luogo dell’illimitato: lì verrà infatti costruito il santuario di Gerusalemme, lì verrà portata l’Arca, lì saranno conservate le Tavole spezzate della testimonianza. I limiti contengono l’illimitato. È in quello spazio più stretto, è entrando in quel sancta sanctorum di due metri per due, che si superano tutti i limiti. Lì è la casa della trascendenza.

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