Sotto il cielo

Cinofono - Ep. 2 - la rubrica di Rodolfo Maggio per scoprire parole tradotte, tradite e tramandate attraverso un filo lungo migliaia di anni… fino a noi.

Autore

Rodolfo Maggio

Data

14 Ottobre 2022

AUTORE

TEMPO DI LETTURA

3' di lettura

DATA

14 Ottobre 2022

ARGOMENTO

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La prima volta che abbiamo appoggiato l’orecchio al ricevitore del Cinofono ci è giunta una parola fondamentale per capire la Cina contemporanea: héxié (和谐), armonia. Poi quella parola è come andata in pezzi. Non erano interferenze. L’abbiamo solo aperta, come si fa con i giocattoli quando si cerca di capire come funzionano. Stavamo per capire meglio cosa c’è dentro. 

Armonia non è una parola semplice, benché udirla o pronunciarla faccia subito pensare a una scena ideale, dove tutti vivono in pace sullo sfondo di un paesaggio idilliaco. Oltre lo stereotipo, il significato di armonia è estremamente variabile, come quello di bene, di amore: varia da cultura e cultura. Per questo non dovremmo lasciarci tradire da una traduzione troppo spiccia, che rischia di farci perdere le sfumature del concetto. Le sfumature, come il tono con cui sono pronunciate le parole, spesso dicono molto di più delle parole stesse. 

L’armonia nel pensiero cinese ha varie, diverse significazioni. Alla fine dell’ultimo pezzo ne ho menzionate tre: tiānxià, guānxi, gōngchéng.  I loro significati talvolta si sovrappongono, altre volte sono nettamente separati; ma se connessi dal nostro pensiero, essi concorrono a farci capire con più precisione che cosa significa relazionarsi in armonia, nella cultura cinese, e come possiamo imparare a farlo da non-cinesi. Uno potrebbe dire: “ma che m’importa?” Io parto dal presupposto, invece, che ne abbiamo bisogno, se non proprio per interesse teorico-intellettuale a comprendere “la cultura del secolo”, almeno per interesse pratico-utilitaristico a relazionarci con “la grande potenza”.

Per comprendere le summenzionate tre teorie che variamente influenzano il concetto di armonia, dobbiamo prima di tutto prescindere dalle nostre. Le nostre teorie delle relazioni, ciò che cioè precede il nostro relazionarci, sono teorie occidentali, non teorie cinesi. La prima teoria cinese dalla quale lasciarsi affascinare è detta teoria del Tiānxià (天下). Tiān (天) significa “il cielo”. Il carattere rappresenta una linea e uomo dalle braccia aperte. Possiamo immaginarcelo rivolto verso l’Alto, arrabbiato, grato, o possiamo immaginare che quell’uomo sia tutt’uno col Cielo stesso, invece che separato e contrapposto a esso. Egli, forse, è un dio, il dio-cielo. Il carattere seguente è Xià (下), che significa “sotto”, come si evince dal tratto che spunta dalla linea che discende perpendicolare da quella superiore orizzontale. Insieme, Tiān e X indicano tutto quanto si trova al di sotto del cielo, e quindi: “il mondo”. Che cos’è, quindi, il mondo?

Stando a quanto ci suggeriscono questa coppia di hanzi, sembrerebbe che il mondo è, prima di tutto, qualcosa che sta sotto qualcos’altro, qualcosa che si trova quindi inserito all’interno di una struttura costituita da un alto e da un basso, una struttura che sembra implicare, quindi, una gerarchia superiore-inferiore; una gerarchia che necessita dunque di un potere per essere mantenuta. Ma è davvero così? E’ qui che le nostre paure si fanno strada a influenzare la nostra lettura dei caratteri e dei concetti.

Il timore è che la cultura cinese porti con sé un metodo di governo che schiacci l’individuo, riducendolo a nient’altro che mezzo per il mantenimento e la riproduzione del potere. Ma se ci discostiamo da un’interpretazione (culturalmente) individualista, (politicamente) paranoica, e (militarmente) atlantista di questa coppia di caratteri e li consideriamo all’interno di un approccio filosofico-religioso che accetta la coesistenza degli opposti e il loro mutuo nutrirsi, allora il Tiānxià ci si presenta come un concetto che non può avere nulla a che vedere con il potere, almeno non in primis. Tiānxià non può significare il dominio di tutte le cose poiché esso è tutte le cose. 

Per dirla in parole semplici: se pure vi fosse un dominatore, anche egli stesso sarebbe sottoposto (下) al cielo (天). Non si tratta quindi di una teoria di come tenere il mondo sotto a un giogo, ma di una teoria della “mondità”. Da non-cinesi, l’utilità principale di prendere confidenza con questo concetto è quindi quella osservare con che facilità un simbolo carico di saggezza possa essere usato, consapevolmente o meno, per nutrire la paura del predominio sull’individuo; guarda caso, una delle più grandi ossessioni della nostra cultura.

Storicamente, 天下 è, sì, concetto anche politico, ma va inteso nella concezione politica che vuole l’imperatore incaricato di un mandato celeste, che si articola in forma piramidale (o forse sarebbe più preciso dire “conica”), passando da ufficiali più o meno potenti, fino ad arrivare alle persone senza cariche governative ufficiali. E poi? Oltre i confini del Regno di Mezzo? Anche i sovrani degli altri Stati sono sotto il cielo. Anche loro sono quindi sottoposti allo stesso principio, sia che lo riconoscano, sia che lo ignorino, sia che lo rifiutino, sia che vi contrappongano, come fanno gli Stati Uniti, con un proprio “天下 americano”. Come se fosse possibile separare il tutto. Non lo è. Il mondo è una cosa sola, malgrado tutti i nostri tentativi di dividerlo.

Leggi anche >> Armonia (Cinofono – Ep. 1)

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