Dopo due settimane di lavori, sabato 22 novembre si è chiusa la COP30 di Belém. La trentesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC si era aperta sotto un carico eccezionale di aspettative: alla Presidenza brasiliana spettava l’onere – e l’ambizione – di onorare due pietre miliari del regime climatico internazionale, i vent’anni dal Protocollo di Kyoto e i dieci dall’Accordo di Parigi. La sedia vuota degli Stati Uniti, assenti con una delegazione ufficiale per la prima volta nella storia delle COP dopo il ritiro dall’Accordo di Parigi deciso dal Presidente Donald Trump, è rimasta per molti un monito costante: il multilateralismo non è garantito, e proprio per questo va difeso con lucidità in un contesto geopolitico sempre più instabile.
In questo clima di attesa e fragilità, si è moltiplicato l’appello affinché la COP amazzonica diventasse non solo la ‘COP dell’attuazione’, ma – come ha dichiarato il Presidente brasiliano Lula – una ‘COP della verità’: un momento di passaggio dalle dichiarazioni alle scelte concrete. La Presidenza ha improntato i lavori allo spirito di mutirão, termine di origine indigena che richiama un impegno collettivo per raggiungere un obiettivo comune. La prima settimana, dedicata ai negoziati tecnici, si è concentrata sui quattro dossier più delicati posti ai margini dell’agenda formale: l’attuazione dell’Articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi sul sostegno finanziario da parte dei Paesi sviluppati, i nuovi Nationally Determined Contributions (NDCs) e la loro ambizione non sufficiente, le misure commerciali unilaterali (UTM) e i rapporti biennali di trasparenza (BTRs). A rendere il confronto ancora più complesso è stata la pressione, proveniente soprattutto dai Paesi più vulnerabili, per alzare il livello di ambizione su mitigazione e adattamento. Nonostante l’ottimismo iniziale, il risultato finale, pur evitando un fallimento formale, è stato giudicato da molte Parti inferiore alle aspettative.
Fossili: un grande passo indietro nei testi, ma strade parallele prendono forma
La prima bozza del Global Mutirão, la decisione finale di COP30, conteneva un riferimento alla transizione dai combustibili fossili tanto timido da risultare quasi simbolico. Diverse Parti hanno scelto di rilanciare l’ambizione al di fuori del testo negoziale, annunciando iniziative parallele per colmare il vuoto politico della bozza. Tra queste, la più significativa è stata la roadmap globale per la graduale eliminazione dei combustibili fossili, sottoscritta da 82 Paesi. In parallelo, la Colombia, insieme all’Olanda, ha lanciato la prima Conferenza globale sulla transizione dai combustibili fossili, prevista per aprile 2026 a Santa Marta: un segnale chiaro dell’intenzione di spostare il baricentro della diplomazia energetica anche al di fuori del processo UNFCCC.
Nel passaggio dalla bozza al testo finale, il negoziato ha però compiuto un grande passo indietro. La plenaria conclusiva ha approvato un documento del tutto privo di riferimenti alla necessità di abbandonare o ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. È un arretramento rilevante rispetto alla COP28 di Dubai, dove l’espressione ‘transitioning away from fossil fuels’ – seppure frutto di un compromesso delicato – era stata inserita per la prima volta in un testo ufficiale delle COP. La sua assenza a Belém rende evidente quanto profondi siano oggi i blocchi geopolitici sul tema, e come l’ambizione raggiunta a Dubai non abbia ancora radici stabili.
Tuttavia, nonostante la mancanza di un impegno esplicito nel testo, la COP amazzonica non è rimasta del tutto priva di strumenti operativi. Sono stati istituiti due percorsi volontari – il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5°C – che offrono agli Stati una cornice per collaborare su come rendere operativa la transizione energetica. Pur privi di vincoli giuridici, questi processi potrebbero evolvere in piattaforme di coordinamento tecnico-politico nei prossimi anni, contribuendo almeno in parte a definire il ‘come’ dell’uscita dai combustibili fossili. Durante la plenaria finale, la Presidenza ha inoltre presentato due roadmap che dovranno essere ‘guidate dalla scienza‘: una per l’eliminazione delle fonti fossili e una dedicata alla reversibilità della deforestazione. Nel complesso, il dossier fossili rimane lo specchio più nitido delle tensioni della COP30: mentre il negoziato arretra, l’ambizione avanza altrove, attraverso coalizioni volontarie, iniziative esterne e nuovi spazi di diplomazia climatica che si muovono più velocemente del processo multilaterale.
Finanza: obiettivi spostati
La finanza per il clima non era formalmente al centro dell’agenda di COP30, ma ha influenzato in modo trasversale ogni altro dossier. Sul fronte dell’adattamento, le Parti hanno concordato di raddoppiare i fondi entro il 2025 e di triplicarli entro il 2035. Si tratta di un allungamento significativo rispetto alla prima bozza, che fissava l’obiettivo al 2030: un segnale che riflette i vincoli politici dei Paesi donatori, ma che riduce la credibilità di una traiettoria già ritenuta insufficiente dai Paesi più vulnerabili.
La discussione finanziaria è stata dominata dal nuovo New Collective Quantified Goal (NCQG) – fissato lo scorso anno – che prevede 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 e un obiettivo più ampio di 1,3 trilioni di dollari annui, da mobilitare ‘da tutte le fonti’. Già a COP29 molti Paesi in via di sviluppo avevano considerato questi valori insufficienti. In questo clima sono esplose tensioni sull’Articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, che obbliga i Paesi sviluppati a fornire finanza pubblica per mitigazione e adattamento. Da un lato, il gruppo LMDC (India, Cina, e altri 40 Paesi) e il gruppo arabo hanno chiesto un programma di lavoro triennale dedicato esclusivamente all’implementazione di 9.1; dall’altro i Paesi sviluppati hanno invece insistito per discutere l’intero Articolo 9, inclusi i contributi da fonti private. Il compromesso raggiunto nel mutirão prevede un programma biennale di lavoro su tutto l’Articolo 9, con una nota a piè di pagina che precisa che nulla pregiudica l’implementazione del futuro NCQG. È un risultato definito ‘subottimale’ dagli osservatori del Sud globale, ma comunque un primo spazio istituzionale per discutere i flussi pubblici nei prossimi due anni. Parallelamente, la COP ha ‘preso nota’ della Baku-to-Belém Roadmap, il percorso co-guidato dalle presidenze di COP29 e COP30 su come mobilitare 1,3 trilioni di dollari l’anno.
Adattamento: indicatori approvati, ambizione diluita
Nel capitolo dedicato al Global Goal on Adaptation (GGA), la COP30 era chiamata a decidere il set finale dei 100 indicatori necessari per monitorare i progressi globali sull’adattamento. Il risultato, raggiunto dopo negoziati particolarmente complessi, è stata l’approvazione di 59 indicatori, un traguardo tecnico non irrilevante ma accolto con forte disappunto da numerosi Paesi vulnerabili. Molti di loro avevano infatti chiesto di rinviare la decisione di due anni, sostenendo che adottare un pacchetto di indicatori senza garanzie finanziarie solide avrebbe rischiato di trasformare il GGA in un esercizio puramente teorico. Senza risorse dedicate, infatti, gli indicatori non sarebbero stati ‘misuratori di progresso’, ma al contrario la prova della distanza tra ambizione e mezzi. Il compromesso finale riflette dunque le tensioni di fondo della COP30: un enorme lavoro tecnico consegnato senza la garanzia delle risorse necessarie per renderlo operativo. Con gli indicatori approvati ma i mezzi ancora insufficienti, il GGA esce da Belém più definito sul piano metodologico, ma ancora fragile sul piano politico e finanziario.
Commercio: dalle tensioni sul CBAM a un percorso di dialoghi tecnici
Anche il dossier sul commercio è stato uno dei terreni più sensibili di questa COP. Nelle prime bozze circolate, il linguaggio appariva significativamente più critico verso le misure unilaterali, un riferimento percepito da molti come una chiara allusione al CBAM europeo e, più in generale, alle politiche climatiche con implicazioni commerciali. Questo riferimento è però scomparso nel testo finale. Al suo posto, il compromesso raggiunto istituisce un processo pluriennale di cooperazione, basato su tre dialoghi tecnici fino al 2028, con l’obiettivo di rafforzare la comprensione reciproca e costruire una cornice più stabile per il cosiddetto ‘commercio climatico’. È un approccio graduale, che riflette sia la difficoltà di conciliare politiche industriali e obiettivi climatici, sia il riconoscimento che senza coordinamento internazionale gli strumenti commerciali rischiano di diventare fattori di conflitto anziché leve di decarbonizzazione. Accanto a questo percorso, un altro elemento significativo è stato l’approvazione del nuovo Belém Action Mechanism (BAM), considerato un risultato importante per società civile e attivisti. Il BAM si propone come uno strumento per garantire una transizione energetica ordinata, giusta ed equa, intervenendo proprio su uno dei temi più controversi del momento: come distribuire in modo proporzionato i benefici e i costi delle politiche climatiche tra Paesi, settori e comunità.
Verso COP31: il dopo-Belém tra ambizione, implementazione e un processo da ricostruire
La chiusura della COP30 rende ancora più evidente che i prossimi dodici mesi saranno decisivi per il futuro del regime climatico internazionale. La prossima COP31, che si terrà nel novembre 2026 in Turchia con una co-presidenza australiana a nome dei Paesi insulari del Pacifico, rappresenta un ritorno a un negoziato di transizione, meno carico di simbolismi e aspettative. COP31 potrebbe gettare le basi per una fase nuova, riordinare un processo in difficoltà e preparare il terreno per gli obiettivi più impegnativi del decennio. In particolare, sarà essenziale avviare una riflessione sulla governance dell’Accordo di Parigi, rafforzando i meccanismi di monitoraggio e attuazione e collaborando con il Segretariato ONU per immaginare strumenti istituzionali più robusti. Se Belém ha mostrato tutti i limiti dell’attuale architettura, COP31 dovrà dimostrare che costruire convergenza è ancora possibile. La vera sfida non sarà produrre un altro testo negoziale più ambizioso, ma rendere credibile l’implementazione, sostenere la giusta transizione e assicurare che i nuovi NDCs rappresentino finalmente un punto di svolta, non un altro esercizio politico.