Dal 10 al 21 novembre 2025, la città amazzonica di Belém, in Brasile, ospiterà la trentesima Conferenza delle Parti (COP30) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC).
La COP30 si svolge in un anno cruciale per la governance climatica internazionale, segnato dalla presentazione dei nuovi Nationally Determined Contributions (NDCs) che definiranno la traiettoria di riduzione delle emissioni al 2035, dall’avvio operativo del nuovo obiettivo di finanza climatica (New Collective Quantified Goal, NCQG) e dalla traduzione concreta del Global Goal on Adaptation (GGA) in indicatori misurabili.
Tuttavia, il contesto globale è attraversato da profonde incertezze. Le tensioni geopolitiche, la frammentazione del consenso multilaterale e i ritardi nel raggiungimento degli impegni finanziari stanno erodendo la fiducia tra Nord e Sud del mondo, minando le fondamenta cooperative dell’Accordo di Parigi.
L’eredità che Belém raccoglie dalla COP29 di Baku è estremamente delicata. La conferenza azera aveva portato avanzamenti sul fronte dell’Articolo 6 e del quadro generale per l’adattamento, ma i risultati più attesi – in particolare sull’ambizione mitigativa e sulla finanza climatica – sono stati giudicati insufficienti e rinviati.
Mitigazione tra ambizione e realtà: la prospettiva dei nuovi NDCs
Il primo banco di prova di questa fase di rilancio sarà il terreno della mitigazione, dove l’anno dei nuovi NDCs rivela già profonde asimmetrie di ambizione tra le principali economie mondiali. Alcuni Stati Parte – tra cui Regno Unito, Emirati Arabi Uniti e lo stesso Brasile – avevano già reso pubblici i loro obiettivi nei piani nazionali entro la scadenza di febbraio 2025. Tuttavia, alcuni dei contributi più attesi, quelli dei principali attori globali, sono arrivati solo nei mesi successivi.
La Cina ha presentato il proprio NDC a fine settembre, sorprendendo l’audience mondiale con target al di sotto di quelli attesi. Pur essendo ad oggi uno dei maggiori emettitori, Pechino si è affermata negli ultimi anni come gigante produttore delle tecnologie pulite, controllando in modo quasi monopolistico le supply chains globali delle materie prime critiche e altri componenti fondamentali. Ci si aspettava dunque un NDC ambizioso, capace di legare la crescita economica cinese alla forte posizione sul mercato delle tecnologie verdi. Invece, il nuovo piano prevede una riduzione delle emissioni di solo 7-10% al 2035 rispetto ai livelli del 2025.
Dal fronte europeo prevale invece il silenzio. L’Unione Europea, che ha fatto dello sviluppo sostenibile il vessillo delle sue politiche dal 2016, anno del primo NDC comunitario, non ha ancora approvato un nuovo NDC. Le difficoltà nel trovare un accordo tra gli Stati membri riflettono un quadro di frammentazione interna: né la riunione del Consiglio europeo dei ministri dell’Ambiente del 18 settembre, né il Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre hanno portato all’adozione di un testo comune. L’ultimo tentativo utile prima di Belém è il Consiglio straordinario dei Ministri dell’Ambiente, convocato per il 4 novembre, a meno di una settimana dall’inizio della COP. Per ora, la posizione negoziale dell’UE è contenuta in una dichiarazione d’intenti non vincolante che fissa un obiettivo indicativo di riduzione delle emissioni del 66%-72% entro il 2035 rispetto ai livelli del 1990, disattendendo la necessità di avvicinarsi alla soglia del 77% per poter essere in linea con il target di 1.5°C. Sebbene l’obiettivo di riduzione di emissioni per il 2040 sia ancora fissato al 90%, la mancanza di un NDC concreto a così poca distanza dalla COP mina la credibilità negoziale europea.
Il Synthesis Report1 dell’UNFCCC conferma questa situazione di insufficienza collettiva: dei 195 Paesi parte dell’Accordo di Parigi, solo 64 paesi hanno presentato nuovi NDCs, rappresentando il 30% delle emissioni globali. Nessuna delle principali economie ha incluso una tempistica di phase-out dalla produzione di combustibili fossili; al contrario, molto governi pianificano nuove espansioni. Proprio per questo, alla presidenza brasiliana spetta un difficile compito: ricomporre la frammentazione, riprendere le iniziative lanciate a Dubai ma rimaste sospese a Baku, per offrire una base più solida su cui costruire le azioni future. Per questo, una roadmap negoziale che parta del moderato transitioning away introdotto alla COP28 di Dubai e porti, entro la fine dei lavori di Belém, a un phase out dalle fonti fossili sarebbe un importante risultato per la COP amazzonica.
Misurare la resilienza: indicatori, strumenti e risorse dell’adattamento
Il Global Goal on Adaptation (GGA), concepito dall’Accordo di Parigi ma rimasto a lungo in sospeso, rappresenta il tentativo più ambizioso di tradurre in un quadro globale un concetto che per sua natura è locale. La presidenza brasiliana ha annunciato di voler fare di questo obiettivo una delle sue priorità a Belém, dopo anni in cui i progressi sono rimasti frammentari. Il quadro approvato a Dubai e ripreso a Baku aveva definito quattro dimensioni – impatti, resilienza, capacità adattiva e riduzione delle vulnerabilità –, ma lasciava irrisolta la questione di come misurare i progressi. A Bonn, nel giugno 2025, i negoziatori hanno provato a ridurre l’elenco iniziale di oltre 9000 indicatori proposti a una soglia gestibile di 490, convenendo sulla necessità di distinguere tra un numero limitato di indicatori globali di sintesi e una serie di sotto-indicatori nazionali più contestualizzati. Ma il negoziato si è bloccato sul nodo più politico: se includere o meno tra gli indicatori i mezzi di attuazione, cioè la disponibilità di finanza, tecnologia e capacity building, che i Paesi emergenti considerano parte integrante dell’adattamento, mentre quelli con economie avanzate preferiscono trattare separatamente.
In parallelo, resta sospesa la questione dei Piani Nazionali di Adattamento (NAPs), strumenti centrali per tradurre le strategie globali in politiche territoriali. Dal 2014 a oggi, oltre 70 Paesi hanno presentato almeno una versione del loro NAP, ma la maggioranza di questi piani è rimasta non implementata o priva di copertura finanziaria. Il rapporto NAP Progress 20252 dell’UNFCCC riconosce i progressi in termini di pianificazione ma denuncia un grave divario tra progettazione e realizzazione. Molti Paesi meno sviluppati (Least Developed Countries, LDCs) e piccoli Stati insulari (Small Island Developing States, SIDS) segnalano di non avere risorse neppure per completare la fase di elaborazione dei piani, chiedendo che i fondi multilaterali, Green Climate Fund e Adaptation Fund, vengano riformati per garantire accesso diretto, snellimento burocratico e maggiore trasparenza. In questo senso, il Brasile sembrerebbe voler istituire una piattaforma globale per l’attuazione dell’adattamento, pensata come ponte operativo tra il GGA e i NAPs, capace di fornire supporto tecnico e monitoraggio dei progressi regionali.
La Baku-Belém Roadmap e la nuova geografia della finanza climatica
Da trent’anni, la questione del ‘chi paga’ attraversa il processo UNFCCC come una frattura mai risolta: a ogni COP si riafferma l’urgenza di mobilitare risorse per i Paesi vulnerabili, ma il saldo resta negativo, fatto di promesse rinviate, impegni parziali e fondi mai del tutto operativi.
Dopo il vertice di Baku, dove il compromesso raggiunto sul New Collective Quantified Goal (NCQG) – che fissa l’obiettivo di mobilitare 1.300 miliardi di dollari entro il 2035 – è stato percepito come insufficiente, la presidenza azera ha lanciato la Baku–Belém Roadmap on Climate Finance. Inserita all’ultimo momento nel testo negoziale, la Roadmap costituisce un percorso politico di continuità tra COP29 e COP30, concepito per ampliare la scala e la qualità dei flussi finanziari. Il piano mira a incrementare gli obiettivi di finanza climatica e a chiarire le modalità di attuazione, ma i dettagli restano ancora da definire. Il summit di Bonn a giugno ha evidenziato quattro problemi strutturali che minano la credibilità dell’attuale sistema finanziario climatico:
- la distribuzione geografica iniqua dei fondi;
- la prevalenza dei prestiti rispetto alle sovvenzioni, che rischia di aggravare il debito pubblico dei Paesi più vulnerabili;
- la frammentazione istituzionale tra fondi multilaterali, con regole e criteri d’accesso incoerenti;
- e la lentezza procedurale, che ritarda di anni la realizzazione dei progetti.
La Roadmap, elaborata in consultazione con 116 Paesi, tenta di rispondere a queste criticità. Propone di riformare le istituzioni finanziarie internazionali, a partire da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, per ridurre il costo del capitale nei Paesi a basso reddito, introdurre linee di credito agevolato per la transizione energetica e creare ‘climate clubs’ che colleghino cooperazione tecnologica e accesso ai finanziamenti. L’obiettivo non è solo aumentare le risorse, ma ricostruire fiducia in un sistema percepito come sbilanciato.
A Belém, quindi, la discussione non riguarderà soltanto i nuovi numeri, ma soprattutto le nuove regole: trasparenza dei flussi, tracciabilità dei progetti e integrazione tra finanza pubblica e privata, attraverso strumenti di garanzia capaci di mobilitare investimenti su larga scala. Uno dei punti più critici emersi a Baku riguarda infatti la necessità di rendere vincolanti gli impegni finanziari, non solo di definirne le modalità di implementazione. Alla presidenza brasiliana spetta ora il compito di delineare una strategia finanziaria credibile e bilanciata, che concili le responsabilità comuni ma differenziate con le capacità effettive delle Parti di contribuire.
Una COP decisiva o un nuovo stallo negoziale?
Anche sul piano organizzativo la COP30 è già stata una sfida. Nei mesi scorsi sono emerse criticità logistiche significative: la città amazzonica dispone di una capacità ricettiva limitata, con poco più di 18.000 posti letto a fronte di un’affluenza prevista di oltre 40.000 accreditati. Le autorità locali e la presidenza brasiliana hanno predisposto soluzioni temporanee, come l’utilizzo di navi alloggio nel porto e accordi tariffari con le strutture ricettive, ma i costi restano elevati e la disponibilità ridotta. Molte delegazioni, in particolare quelle dei Paesi meno sviluppati e delle organizzazioni della società civile, segnalano difficoltà nel garantire una presenza adeguata, con il rischio che le disuguaglianze di accesso si riflettano anche nel processo negoziale.
Trovare un accordo a Belém sarà complesso. La molteplicità dei temi aperti richiede compromessi difficili in un contesto politico frammentato e con margini negoziali sempre più ridotti. Le profonde asimmetrie tra capacità economiche, volontà politiche e vulnerabilità strutturali rendono il panorama internazionale meno coeso. È compito di questa COP condurre i tavoli negoziali per creare sinergie tra Nord e Sud del mondo, favorendo un equilibrio tra gestione delle risorse naturali, distribuzione dei fondi e ripartizione di responsabilità con pari attenzione alle dimensioni climatiche, finanziarie ed economiche.
La COP30 rappresenta quindi una prova di tenuta per l’intero sistema climatico multilaterale: la credibilità della governance globale dipenderà non solo dalla capacità di concordare nuovi obiettivi, ma dalla possibilità di renderli attuabili, finanziati e inclusivi. Dopo trent’anni di conferenze, la sfida non è più definire la direzione, ma dimostrare di saperla percorrere.
Note
- UNFCCC, Nationally Determined Contributions under the Paris Agreement. Synthesis Report by the Secretariat, Bonn: UNFCCC, ottobre 2025. Disponibile su: https://unfccc.int/documents/650664
- UNFCCC, Progress in the process to formulate and implement national adaptation plans. Report by the secretariat, Bonn: UNFCCC, ottobre 2025. Disponibile su: https://unfccc.int/documents/650482