Scrivere e parlare di territori vuol dire mettere in rapporto due visioni: quella antropocentrica legata alla terra come paesaggio affettivo, e quella della terra come elemento vivo che forma il suolo e le geografie circostanti.
L’immaginario che si lega alla terra, quella delle origini, fa sì che il rapporto rimanga dinamico nel tempo e, pur attraversando altri confini, la terra-casa rimane un punto di ritorno e riferimento dei cambiamenti socio-ambientali in atto. Attraverso le storie di diverse generazioni passa il racconto di una trasformazione dello stato ecologico, un mutamento che ripercorriamo tracciando le dinamiche che hanno cambiato la morfologia delle coste italiane, il punto di contatto fra la terra e il mare.
Il fenomeno del coastal squeeze
Guardando alla trasformazione dei territori costieri diventa chiaro come la urbanizzazione e sfruttamento del suolo, interrompendo il continuo fra habitat costieri e aree interne, abbia alterato gli equilibri ecologici degli ecosistemi costieri. Tali cambiamenti riflettono una pressione antropica, e dunque della densità abitativa, che hanno riscritto le leggi del paesaggio.
Le zone costiere, che accolgono il 30% della popolazione, subiscono infatti quel fenomeno noto come coastal squeeze: un effetto di compressione esercitato da infrastrutture rigide e urbanizzazione sulle fasce di costa. In questo delicato punto di transizione fra terra e mare, le strutture rigide agiscono come una barriera: interrompono la naturale connettività tra l’habitat costiero e l’entroterra e impediscono il regolare apporto di sedimenti fluviali e dunali. La presenza di tali barriere genera un deficit nel bilancio tra erosione e accrescimento, alterando definitivamente l’equilibrio dinamico del margine costiero.
Disequilibri e “coste artificializzate”
La conversione degli habitat costieri mostra come il rapporto fra il territorio e chi lo abita sia segnato da cicli di cambiamento continuo, è un qualcosa che agisce sulla materialità stessa dell’ambiente e che trasforma le risorse, anche quelle immateriali, in economia e sussistenza. Questa relazione prende forma nella pesca, nel turismo, così come nella modifica e urbanizzazione del territorio, talvolta anche in maniera abusiva. Tali dinamiche hanno portato, in molti casi, allo spianamento delle dune e all’edificazione entro la fascia limite di 300 metri dalla battigia.
Allo stesso tempo, osserviamo come strategie tradizionali di protezione dalle mareggiate, come frangiflutti e dighe costiere, tendono a generare effetti contro-intuitivi, trasformando le aree protette in coste “artificializzate” che spesso innescano un’erosione accelerata anziché prevenirla. Interrompendo il naturale apporto di sedimenti e concentrando l’energia del moto ondoso alla base delle strutture, tali interventi finiscono per compromettere la stabilità stessa del litorale, portando alla scomparsa della spiaggia davanti all’opera di difesa.
Questo disequilibrio non comporta solo una modifica della forma della costa, ma incide direttamente sulla biodiversità e sulle dinamiche naturali del territorio, con conseguenze dirette su comunità costiere e attività economiche. Dal punto di vista ecologico, l’erosione si intreccia alla difficoltà incontrate dagli uccelli migratori nella ricerca di lembi di costa, che utilizzano come zona di transizione per riprodursi e nutrirsi. Allo stesso tempo, la capacità intrinseca agli ecosistemi di auto-ripararsi, migrando verso l’entroterra, come avviene per i sistemi dunari in risposta alle mareggiate, è compromessa dalla frammentazione e artificializzazione del paesaggio. Parallelamente, la bonifica delle aree umide ha ridotto la protezione naturale del litorale, rendendolo più vulnerabile sia all’energia delle mareggiate che all’impatto delle piogge intense.
La perdita di zone cuscinetto come dune, aree paludose e salmastre oggi può essere riletta nell’ottica dei cambiamenti climatici e della fragilità stessa del territorio, portandoci a ripensare visioni future e tecniche di gestione basate sui bisogni collettivi.
Futuri possibili: restituire spazio ai corpi d’acqua
Oggi ci troviamo a riflettere su azioni che possono creare nuovi spazi di connessione fra ecosistemi frammentati, soprattutto considerando che dipendiamo da essi. Spesso sono i momenti di crisi a mostrare l’urgenza di un nuovo modello di sviluppo, come emerge da mareggiate e piogge intense di inizio anno, episodi non isolati ma strettamente legati ai cambiamenti climatici.
A seguito del ciclone tropicale mediterraneo Harry, molti comuni si trovano a fronteggiare danni strutturali che mettono in luce la fragilità di un territorio antropizzato, la cui capacità di assorbire eventi estremi è stata ridotta. Come messo in luce dalla Redazione di Sicilia che Cambia nell’articolo “Ciclone Harry: ricostruire o cambiare? La Sicilia al bivio” (1), uno spunto interessante viene dal contesto catanese dove, a seguito delle mareggiate, sono emerse da sotto il cemento spiagge di origine vulcanica.
Guardare agli eventi in cui l’ecosistema “si riappropria degli spazi sottratti” crea una visione per i futuri possibili, in cui la pianificazione del territorio è basata su principi ecologici: invece di “tenere a bada” i corpi d’acqua, si progettano gli spazi lasciando più libertà e più spazio, per espandersi senza impatti negativi.
Pensare al territorio come elemento vivo talvolta richiede un arretramento di strade e infrastrutture rigide (2), sostituendo le barriere con interventi di ingegneria naturalistica (3) e adottando un approccio multidisciplinare e partecipativo. L’obiettivo è restituire spazio alla dinamica naturale, permettendo agli ecosistemi di riacquisire le funzioni regolatrici e agli habitat circostanti di interagire senza intralci , ma anche senza produrre danni.
Fonti
- Italia che Cambia. Ciclone Harry: ricostruire o cambiare? La Sicilia al bivio – INMR Sicilia #23.
- La Sicilia. Il ciclone Harry e la ricostruzione: Catania, le proposte per un “Lungomare resiliente”.
- Federico Boccalaro. Difesa delle coste e ingegneria naturalistica – Manuale di ripristino degli habitat lagunari, dunari, litoranei e marini ISBN 978-88-579-0109-1